I maestri della Psicoanalisi : Elvio Fachinelli e Franco Fornari. Milano 15 novembre 2017 Report a cura di Cristina Riva Crugnola

I maestri della psicoanalisi: Elvio Fachinelli e Franco Fornari

Dialogo a partire dalle fasi precoci dello sviluppo e dalla psicoanalisi del sociale

15 novembre 2017 – Università di Milano-Bicocca

A cura di Cristina Riva Crugnola

cristina.riva-crugnola@unimib.it

Presso l’Aula Magna dell’Università di Milano-Bicocca lo scorso novembre si è tenuto un incontro dedicato al pensiero di Elvio Fachinelli e di Franco Fornari, nell’ambito di un ciclo di incontri intitolato “I maestri della psicoanalisi” organizzato con la collaborazione del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Milano-Bicocca, del Centro Milanese di Psicoanalisi e della Società Psicoanalitica Italiana. L’intento del ciclo, aperto agli studenti dei corsi di psicologia dell’università e al pubblico più ampio, è quello di riflettere sulle radici della psicoanalisi italiana e sul possibile contributo dei “maestri” al dibattito attuale. A questo proposito gli psicoanalisti oggetto dell’incontro, Fachinelli e Fornari, sono stati interrogati rispetto a due temi, ai quali entrambi hanno contribuito in modo significativo costituendo un punto di riferimento cruciale nel panorama culturale degli anni ’70 e ‘80, quali le fasi precoci dello sviluppo e l’utilizzo della psicoanalisi per la comprensione dei fenomeni sociali. I relatori sono stati Valeria Egidi Morpurgo, Anna Ferruta, Cristina Riva Crugnola e Marco Sarno coordinati dai prof. Mauro Antonelli e Roberta Passione, docenti di Storia della Psicologia all’Università di Milano-Bicocca, dopo una breve presentazione di Cristina Saottini, segretaria scientifica del CMP.

Qui di seguito presentiamo le sintesi delle relazioni discusse.

 

Una riflessione sul pensiero di Fachinelli oggi

Da rendere conscio l’inconscio a ampliare i territori del soggetto

Anna Ferruta

Un cenno alla vita e all’opera di Fachinelli

La vita e il pensiero di Fachinelli (1928-1989) sono stati rivolti a liberare il desiderio asintotico inconscio e a farlo emergere alla superficie della vita quotidiana, là dove cambia di accento e si declina in forme socialmente condivise ma porta la traccia delle forze originarie che lo hanno mosso. Ne sono ampia testimonianza le diverse iniziative tese a raggiungere le radici inconsce del desiderio infantile  (la rivista «L’erba voglio.», l’asilo autogestito di Porta Ticinese di cui parla nello scritto “Masse a tre anni”, compreso nel libro Il bambino dalle uova d’oro, 1974), e le esperienze relative alle dinamiche tra individuo e gruppo a cui attinge per irrigare i terreni inariditi della vita quotidiana (il controcorso all’Istituto Superiore di Scienze Sociali di Trento, il lavoro “Gruppo chiuso o gruppo aperto”?, compreso nello stesso volume del 1974).

Nella pratica analitica Fachinelli si incontra e si scontra con la difficoltà a procedere nel lavoro di liberazione delle forze inconsce, nella direzione dall’Ich all’Es: la freccia resta ferma, il claustrum chiuso, l’analisi interminabile. La sua riflessione sulla interpretazione delle difese approda a riconoscere  la sconfitta, a ritrovarsi di fronte alla coazione a ripetere o alla ricostituzione di nuove difese.

Rendere conscio l’inconscio?

Fachinelli dedica i suoi libri di psicoanalisi più interessanti ai meccanismi di difesa e al modo di trattarli in analisi: La freccia ferma (1979) sui meccanismi ossessivi,  Claustrofilia (1983) ai meccanismi di isolamento, per arrivare a La mente estatica (1989) nel quale analizza le situazioni emozionali che provocano la caduta delle difese e lasciano fluire la relazione senza ostacoli. Dalla claustrofilia regressiva uterina all’immobilità del narcisismo alla contemplazione estatica sulla riva del mare. In La mente estatica (1989), sua ultima opera, parlando di stati della mente che comunicano in diretta, senza la percezione delle barriere che separano io e altro, osserva che le città della civiltà minoica erano senza fortificazioni, aperte verso il mare, al contrario di quelle che poi costruirono gli invasori Achei che non trovarono ostacoli ad approdare alle rive di Creta. Fachinelli scrive: «Un’analisi basata sistematicamente sullo smantellamento delle difese incontra ad ogni passo quel pericolo che le ha fatte erigere. Da ciò un rinnovato impulso a difendersene. Come un demolire e costruire di nuovo, continuamente dighe, barriere. (…) E neppure si tratta di saltare oltre le barriere, di sorpresa, o astutamente.(…) Rendere conscio può significare allora soltanto delineare, prima e dopo, il posto occupato dal sistema vigilanza-difesa. Non pretendere di fare passare attraverso di esso ciò che non gli appartiene.» (p.20-21)

Arrivato a La mente estatica, Fachinelli sembra individuare come compito dell’analista non il lavoro di  “rendere conscio” ciò che è inconscio e sottoporlo al governo dell’Io, ma un altro lavoro, teso ad ampliare i territori del soggetto, aperto verso ciò che viene da un’altra parte, apertura che può incorrere in rischi di annientamento o in arroccamenti difensivi.

Una via che Fachinelli ha percorso è stata quella di promuovere l’esperienza in gruppi per spezzare gli irrigidimenti delle difese e di sostare in stati estatici per accogliere ciò che viene da un’altra parte, sondando i territori del femminile e dei rapporti primari madre-bambino. La psicoanalisi successiva è andata nella direzione che mette al centro del trattamento gli scopi clinici della psicoanalisi, piuttosto che l’attenzione all’architettura strutturale dei rapporti tra istanze e difese. Lo sviluppo del pensiero bioniano concepisce la psicoanalisi come una sonda che amplia l’area che esplora e che utilizza la mente dello psicoanalista per rendere pensabili e  alfabetizzabili esperienze emotive in attesa di un interprete.

 

Soltanto meraviglia. 

Gli stati estatici nel pensiero dell’ultimo Fachinelli

Valeria Egidi Morpurgo

Fin dal 1966,  (nello scritto  Freud) Elvio Fachinelli  segnalava  come  tema cruciale il contrasto tra intellettualismo e riconoscimento dell’area dell’accoglimento, ovvero del femminile-materno nel pensiero di Freud. D’altra parte Freud indagava aree mentali al di là dei confini dell’Io: sia  quelle che danno luogo a  fenomeni  inquietanti  che vanno sotto il nome del   perturbante (Unheimlich) (1919) cui è sottesa l’immagine della madre arcaica, sia   esperienze serene  di tipo estatico,  come il sentimento oceanico di fusione con il tutto (1929)

Il contrasto tra impostazione intellettualistica e richiamo dell’area materna prende forma più precisa nel 1983 quando  Fachinelli conia un termine originale:  claustrofilia,  che indica gli stati mentali propri dei soggetti che si  fondono  con la figura materna. L’area claustrofilica può essere considerata in  psicoanalisi come fattore di difesa, perturbamento, blocco, o al contrario  come fattore di integrazione interna all’Io, e di comunicazione e unione tra soggetti.  Dando attenzione all’area perinatale e al parto-nascita  Fachinelli si scosta criticamente dal “pregiudizio scientifico” di Freud sull’esperienza psichica prenatale e perinatale e lo oltrepassa, pur senza idealizzare il rapporto con la madre.

Dopo la “liberazione” da quel conflitto, nel libro La mente estatica (1989), Fachinelli riprende il tema della fusionalità e il vissuto del tempo che l’ accompagna utilizzando il concetto freudiano di Einfuhlung (empatia) fenomeno inconscio e per alcuni aspetti  enigmatico.  Nelle esperienze empatiche, in circostanze specifiche collegate all’area claustrofilica, nota Fachinelli, non solo si attenuano i confini tra un Io e l’altro, ma sembra che un soggetto “ possa sapere, non a livello conscio, qualcosa dell’altro soggetto. Che quest’ultimo non sa, o non sa ancora. A questo proposito  Fachinelli racconta un episodio  inquietante, che lo riguarda molto da vicino: una paziente sogna nei particolari una vicenda cruciale  per l’analista  e gli racconta il sogno prima che lui sia informato di quel fatto angoscioso. Cosa che presuppone “un’inaudita penetranza  dell’inconscio altrui, qualcosa che la ragione scientifica non è certo disposta da ammettere” (p.89). L’ipotesi esplicativa di Fachinelli è che questo tipo di fenomeno compaia quando  un rapporto   di tipo claustrofilico  è minacciato di interruzione.

D’altra parte negli stati di fusione di un soggetto con un oggetto l’Io conscio si disorienta e si perde:

“Un movimento di svuotamento, azzeramento, distacco. Frana lentissima o improvvisa. In ogni situazione creativa c’è un momento in cui ciò che vale, per l’individuo, precipita verso il proprio annullamento (…)”

 

Perchè  ci si difende dagli stati estatici?  Quel che fa paura dell’esperienza mistico-estatica cosa è?  Fachinelli  osserva che la difesa intellettualistica, o la negazione, non  si dà per paura del dolore, ma per paura della gioia eccessiva

“E allora esso comporta il senso di un prodigio, di un evento incommensurabile rispetto alle sue premesse – come nell’estasi mistica”  (p.29)

 

Si può vedere qui un avvicinamento tacito, non esplicitato, al pensiero dei mistici? Come nota Martin Buber, studioso dei mistici di ogni tempo e cultura, nell’esperienza estatica vi è una fusione tra soggetto e oggetto in cui il soggetto “si fa” oggetto. Ecco una testimonianza diretta di Fachinelli di questo lasciarsi andare al libero flusso di pensieri e immagini: “Io come sguardo che impara non un paesaggio, o più paesaggi, ma se stesso paesaggio. Sguardo-mare” (p.19)

Nel tempo sospeso si  gode  un’espe­rienza di fusione estatica con il tutto.

“Ora il rombo del mare è un respiro calmo, profondo. Chiudo gli occhi. I suoni, scollegati dal loro aggancio visivo, hanno più spazio; diventano voci singole, con timbro e grana diversa. Di fronte a ciascuna, non attesa né timore. Soltanto meraviglia (pp.24-25)

 

Se si vive lo stato fusionale  non si è con contatto solo con se stessi, con un Io allargato,  ma  si è aperti all’incontro con  l’altro da sé:

“Accogliere chi? Un ospite-interno. Accoglierlo prima di esaminarlo ed eventualmente respingerlo”. E’ un’ esperienza felice:

“Come scrivere  tutto questo? Vento sulla fronte, rombo del mare, luce, torpore, pensiero dell’accettazione, gioia, gioia con senso di gratitudine, verso chi?” (18)

 

Verso chi? Verso una presenza. Nell’esperienza estatica allora, sia del  mistico sia dell’artista sia di uno qualsiasi di noi,  c’è una tensione verso l’altro lato dell’esperienza:

“Ciò che si genera nel vuoto, nell’estrema rarefazione, è ciò che si è cercato. Si trova ciò che in noi qualcuno, al di là dell’io, cercava: Dio, l’arte, la scienza; o anche, immediatamente, semplicemente, la sospensione del tempo della caducità (p.30)

 

Affetti e sviluppo nel pensiero di Franco Fornari

Cristina Riva Crugnola

 

Fornari (1921-1985), psichiatra e psicoanalista, ricopre negli anni ’70 la carica di presidente della Società Psicoanalitica Italiana. Parallelamente insegna presso la Facoltà di Sociologa dell’Università di Trento durante il periodo dei movimenti del ’68 e, in seguito, a Milano all’Università Statale dove diventa direttore dell’Istituto di Psicologia. Dagli anni ’60 a metà degli anni ’80 Fornari opera come psicoanalista e  ricercatore, fornendo contributi originali circa lo studio dei fenomeni socio-politici, occupandosi dell’analisi svolta con la lente psicoanalitica del fenomeno guerra nell’era post-atomica. Approdando in Statale nella Facoltà di Lettere e Filosofia, Fornari si interroga su come sia possibile insegnare la psicoanalisi all’Università senza alterarne la natura clinica. E la risposta che dà è duplice. Da una parte lavora per la costruzione di un modello del funzionamento psichico integrato e in grado di far dialogare psicoanalisi e ricerca psicologica in anni in cui i confini tra le due discipline erano delineati rigidamente; dall’altra formula una teoria degli affetti che funge da raccordo tra le due discipline.

Fin dalla sua “opera prima” – La vita affettiva originaria del bambino (1963) − la concezione degli affetti che propone appare connessa allo studio dello sviluppo infantile, una concezione che ha anticipato il dibattito degli ultimi venti anni intorno alla costruzione del Sé infantile e al ruolo ricoperto dagli affetti nella vita psichica. A tale dibattito hanno partecipato ricercatori provenienti da differenti ambiti, afferenti alla psicoanalisi e alla psicologia dello sviluppo con particolare riferimento alla teoria dell’attaccamento e all’infant research che ha studiato le competenze precoci del neonato.

 

Competenza affettiva, relazionalità e decisionalità inconscia

Un primo collegamento tra Fornari e i modelli evolutivi più recenti riguarda la competenza affettiva che egli attribuisce al bambino fin dalla nascita, differenziandosi dal modello di sviluppo allora dominante nell’ambito della psicoanalisi che ipotizzava uno stato di indifferenziazione fusionale del neonato con la madre. Fornari evidenzia come il neonato sia animato precocemente da una tendenza alla relazione con il partner umano e come il suo primo incontro con la madre sia guidato da una preconcezione affettiva di matrice innata che verrà successivamente saturata dall’incontro con la madre reale. Ed è interessante notare come Fornari si sia avvalso nella sua teorizzazione delle ricerche allora pionieristiche relative alle competenze percettive ed interattive precoci del neonato e, prima ancora del feto, ipotizzando una prima saturazione della preconcezione affettiva concernente la madre nella stessa esperienza vissuta dal feto nella condizione intrauterina intesa come prima fonte del nucleo affettivo del Sé infantile. Le tesi di Fornari anticipano e si intrecciano in modo significativo con quelle che nel campo della psicologia dello sviluppo, vedasi Stern e Trevarthen, sulla base di una ricchissima mole di dati, concepiscono il bambino come “preadattato” all’incontro intersoggettivo con il partner umano.

D’altra parte la competenza affettiva individuata da Fornari si costituisce nel suo pensiero come guida decisionale inconscia delle esperienze relazionali del soggetto, articolandosi in codici affettivi, centrati sui valori attinenti ai diversi membri della famiglia, quali il codice materno, paterno, infantile e fraterno. Seguendo questa prospettiva, Fornari (La lezione freudiana, 1983), attraverso un’operazione che egli stesso definisce di “bonificazione dell’inconscio”, formula una teoria dell’inconscio che potremmo definire a posteriori relazionale, concependolo animato da codici affettivi familiari funzionali alla sopravvivenza del soggetto. In quest’ottica anticipa gli orientamenti più recenti nell’ambito della stessa psicoanalisi e della ricerca psicologica, vedi tra gli altri autori come Emde, Stern, Lyons-Ruth, Main che concepiscono le prime esperienze interattive e di attaccamento vissute dal soggetto come una forma di conoscenza relazionale implicita e inconsapevole che ne guida le relazioni nel ciclo di vita.

Fiducia di base e codice materno

Il tema della fiducia che anima la relazione del bambino con i suoi caregiver occupano le riflessioni degli ultimi lavori di Fornari nei quali egli evidenzia la predisposizione presente nel neonato fino dalla nascita a un incontro positivo con la madre alla base delle prime forme di intersoggettività. La presenza di una madre gratificante e disponibile è cruciale secondo Fornari per lo sviluppo della attività relazionale e simbolica del soggetto, ma altrettanto fondamentale si delinea l’aspettativa positiva che il bambino ha della madre, che egli definisce “fede primaria”. Le ipotesi di Fornari sono state avvalorate dalle ricerche recenti che attribuiscono particolare rilievo alla sicurezza che il bambino sviluppa nell’ambito dei suoi legami di attaccamento, considerandola un potente predittore rispetto al suo sviluppo socio-emotivo.

Nella sua ultima opera, Affetti e cancro, infine Fornari si interroga sull’impatto della sua teoria degli affetti a livello clinico, tracciando le linee per la messa a punto di una “terapia fondata sugli affetti” destinata ai pazienti malati di cancro, ma estendibile ad altri ambiti. A questo riguardo evidenzia: “ogni pratica terapeutica, se vuole suscitare una ‘fiducia di base’ deve in qualche modo fare ricorso a una mobilitazione degli affetti, strettamente collegati al recupero dell’unità originaria”, intesa come l’unità costituita dal feto e della madre in gravidanza (1985, p.197). Le linee di pensiero tracciate da Fornari per la costruzione di una teoria degli affetti e il loro impatto a livello clinico ed evolutivo risultano anche oggi particolarmente vitali, costituendo un patrimonio a cui attingere anche per sviluppare gli elementi incompiuti del suo pensiero.

 

E’ seguita una relazione di Marco Sarno intitolata “L’ordine del giorno e l’ordine della notte”, incentrata sull’analisi svolta da Fornari dei fenomeni socio-politici attraverso la lente della teoria dei codici affettivi.