Manica M.,Oldoini M.G.

Esiste una cura per “L’uomo dei lupi”?

Rotture nella clinica, rotture nella teoria

(Mauro Manica, Maria Grazia Oldoini)

Introduzione

L’attuale pluralismo dei modelli psicoanalitici non può essere considerato né un eclettismo senza principi, né l’attesa di una sintesi alla costante ricerca di una teoria unitaria: perché una teoria unitaria è “un fantasma di onnipotenza, anch’esso onnipotente”, come ha osservato Pontalis (1982).
La stessa storia degli sviluppi teorici della psicoanalisi è stata costantemente lacerata dal confronto tra continuità e discontinuità (basti pensare alle vicende esemplari di Jung, Ferenczi, Tausk [Manica, 2013] o, meno drammaticamente, alle Freud-Klein Controversies del 1941-1945), ma lo sforzo a cui siamo attualmente chiamati è quello di lasciar oscillare le “rotture” con la “tradizione”, affinché l’emergere di nuovi paradigmi consenta di inserire quegli elementi di discontinuità che possono portare tanto a significative evoluzioni teoriche quanto ad un diverso modo di intendere la funzione dell’analista nella stanza d’analisi.
Così, con le progressive trasformazioni del rilievo dato al concetto di inconscio, la psicoanalisi ha sempre più eroso la cesura che opponeva razionalità e irrazionalità, vita cognitiva e vita emozionale, oltrepassando il limite di una concezione del Logos che continuava a pagare un oneroso tributo alle sue derivazioni dalla filosofia cartesiana. E la divaricazione tra ‘res cogitans’ e ‘res extensa’ è stata via via sostituita dall’articolazione, ben più dialettica e dialogica, tra rappresentabile e irrappresentabile, tra ciò che può essere sognato e pensato e tutto quanto si inscrive nel corpo o nell’azione, in attesa di essere rappresentato.
Certo, per la psicoanalisi, come per le altre scienze umane, non è stato facile emanciparsi dai rigidi codici cartesiani: infatti, se nel pensiero freudiano era stata immediatamente ridotta la distanza tra mente e materia (basti pensare all’invenzione del concetto-limite di pulsione), altre cesure rinascevano a creare dicotomie apparentemente intransitabili tra conscio e inconscio, tra esterno e interno, tra soggetto e oggetto, oppure nelle articolazioni della temporalità.
“Cesure” che divenivano “censure”, come ci ha sornionamente suggerito Wilfred Bion (1976), evidenziando un singolare errore di stampa che si sarebbe verificato nella prima edizione di Inibizione, sintomo e angoscia (Freud, 1925), dove la nota affermazione freudiana sarebbe suonata così: “C’è molta maggiore continuità fra la vita intrauterina e la primissima infanzia di quanto non ci lasci credere l’impressiva ce(n)sura dell’atto della nascita”.
“E’ curioso – osserva Bion – che questo termine, ‘cesura’, sia stato stampato erroneamente come ‘censura’ nel lavoro originale di Freud, sicché già allora – per sbaglio, naturalmente – fu descritto inconsciamente come un censore, un’inibizione”.
Così, dalla visione del sogno (e del sintomo) come crittografia nasceva la visione di un inconscio inteso come luogo di nascondimenti e di enigmi che dovevano essere restituiti alla verità iperluminosa del conscio; e da qui, la visione di un paziente costretto ad opporsi strenuamente alla guarigione, attraverso il ricorso al negativo delle sue resistenze, senza che potessero essere sufficientemente presi in considerazione gli effetti traumatici indotti (o riattivati) dagli interventi del medico.
L’inconscio doveva diventare conscio e mai il conscio poteva diventare sogno.
Così, anche soggetto e oggetto sostavano, per effetto della cesura/censura, in una divaricazione insopprimibile: e il baluardo della supposta neutralità dell’analista esponeva inconsapevolmente al rischio di reificare le emozioni del transfert, consegnandole alla stereotipia di una schematica ripetizione del passato, poiché l’attenzione fluttuante dell’analista era troppo satura di memoria e desiderio, troppo satura della religione delle sue teorie, per poter intercettare ogni novità perturbante che proveniva dal paziente, ma anche lo sconcertante unheimlich (Freud, 1919), attivato dal controtransfert, dentro la mente dell’analista.
Allora si è assistito anche ad una sorta di fissazione della temporalità: meglio il passato del presente, meglio l‘illic et tunc rispetto all‘hic et nunc di un’ottica di campo; non la dialettica del tempo, ma la sua divaricazione. E ancora: meglio l’inconscio rimosso rispetto ad un insconscio infinito e sconosciuto che viene a generarsi nell’attualità dell’incontro analitico; dove la meta è la scoperta di mondi mai vissuti (e non vivibili) prima e il metodo è una caravella, allestita dal romanzo personale e professionale dell’analista, e sospinta dal vento della sua capacità di compiere atti di fede.
Così, è stata la svolta bioniana a rompere il paradigma della cesura/censura, svelando l’anima intersoggettiva della psicoanalisi, quella dimensione psicologica bipersonale che, già presente nel pensiero freudiano, era stata inconsciamente indotta dalla radioattività del materiale trattato ad indossare uno scafandro monopersonale.
“Indagate la cesura – aveva scritto Bion (1974) – non l’analista, non l’analizzando; non l’inconscio, non il conscio; non la sanità, non l’insanità. Ma la cesura, il legame, la sinapsi, il (contro-trans)-fert, l’umore transitivo-intransitivo”.
Allora possiamo pensare che l’”oggetto” per eccellenza della psicoanalisi sia il tra (Buber, 1984): non l’assone, non il dendrite, ma la sinapsi che li connette; non l’analista, non il paziente, ma il campo (Ferro, 2002, 2007, 2010) creato dalla loro relazione intersoggettiva.
“Nella cultura diffusa – scrivono Ambrosiano e Gaburri (2013) – la psicoanalisi è spesso intesa come la cura del passato, come un recupero del passato, delle esperienze precoci che sono state rimosse o mai neppure avvertite, rimaste lì senza pensieri né parole. L’enfasi sulla dimensione traumatica dell’esperienza precoce, sulla qualità degli oggetti e dell’ambiente di accudimento, sembra privilegiare l’osservazione del passato, dei primi anni di vita. Ma la cura analitica è innanzitutto un recupero del futuro, è una cura del futuro perché è alla ricerca delle possibili prospettive di sviluppo del singolo individuo e del gruppo”.
In questo senso si è rivoluzionato il paradigma freudiano oppure è riemerso l’implicito della teoria di Freud: non possiamo più pensare ad una ‘psicoanalisi del rimosso’ e neppure soltanto ad una ‘psicoanalisi del processo primario’. Ma dobbiamo pensare ad una psicoanalisi che sia in grado di trasformare il primario – l’Ur (freudiano) – l’indifferenziato in ‘processo’, e poi, eventualmente, in rimosso.
E per intercettare questi stati mentali primitivi, la mente nell’atto stesso di nascere, è forse necessario che l’analista – come la madre – prima di essere un oggetto si costituisca come un grembo indifferenziato (Bion, 1974), come un nido che dà calore (Freud, 1911), come un ambiente primario relativamente impersonale che può rendere personale la vita del bambino.
E’ questo che va tollerato e che sollecita le nostre capacità negative: così ogni nuovo giorno, ogni giorno successivo, dopo ogni sogno (sognato, interrotto o non-ancora-sognato) è un analista ‘diverso’ che siede sulla poltrona ad ascoltare un paziente altrettanto ‘diverso’.
Aveva ragione Jung (1946), la nevrosi di transfert non è una nevrosi ‘artificiale’, è in realtà il male del paziente che diventa il male dell’analista, è un trasferimento di demoni che richiede un esorcismo e il campo diventa “un‘unione”, un “mixtum compositum” che si realizza “quando due elementi chimici si uniscono” e inevitabilmente “si alterano” . (1)
E ora come allora – basti pensare al Freud di Dora o del caso clinico dell’uomo dei lupi – se non ‘rompiamo’ il monolitismo della teoria, di un paradigma che non è in grado di contenere l’eterogeneità della clinica, rischiamo di essere travolti da una clinica che è costantemente minacciata dall’incombenza delle ‘rotture’: rotture del legame tra paziente e analista, precipitazioni critiche del paziente, infrazioni del setting tanto da parte dei pazienti quanto da parte degli analisti. Non possiamo evocare i demoni senza avere il coraggio di riconoscere, fino in fondo, il demoniaco da cui siamo stati abitati e che ha alimentato le nostre teorie.

Esiste una cura per “L’uomo dei lupi”?

Né l’analisi con Freud, né l’analisi con Ruth Mack Brunswick hanno guarito Sergej Pankejev.
In effetti, l‘uomo dei lupi, in un’ampia e discussa intervista, rilasciata alla giornalista austriaca Karin Obholzer, e pubblicata nel 1980, aveva dichiarato di non aver ricevuto alcun giovamento dai diversi trattamenti psicoanalitici a cui si era sottoposto e, in particolare, di aver sempre giudicato incredibile la ricostruzione della “scena primaria” e quindi l’intera interpretazione costruita da Freud.
Esiste (o esisteva) allora un’altra possibilità di cura per l’uomo dei lupi? E’ possibile espandere il modello oppure siamo (e si era) già ai confini della psicoanalisi come strumento di cura?
Quando Sergio inizia l’analisi, ha poco meno di sessant’anni e un trattamento psicoanalitico alle spalle, svolto per “ragioni professionali”.
Medico di grande esperienza, lavora in un Hospice, dove da sempre si occupa di malati terminali. Una scelta alla quale era approdato con perseveranza, seguendo una propria “naturale inclinazione”, e che nel tempo sembrava averlo logorato, facendolo sempre più scivolare in un vortice depressivo.
La prima analisi, effettuata con un analista da lui definito “kleiniano”, gli aveva permesso di risolvere alcune impasse lavorative legate a periodi di burn out. Tuttavia, per quanto si fosse riaccesa in lui una certa motivazione nell’ambito lavorativo e una qualche consapevolezza sulle proprie difficoltà, aveva continuato a sentirsi triste, molto stanco e ansioso, risolvendosi dopo anni a chiedere nuovamente aiuto.
Anche questa nuova richiesta d’analisi sembra prendere forma all’interno del teatro professionale; si tratta di un luogo in cui si agitano operatori stanchi e arrabbiati, malati di AIDS all’ultimo stadio, ex-tossicodipendenti, pazienti oncologici senza speranza.
I primi anni d’analisi ospitano per lo più aneddoti, racconti e sogni ambientati nell’Hospice. Nel corso delle sedute, accanto ad istanze che si rivelano sacrificali e salvifiche nei confronti dei propri pazienti, Sergio mostra via via anche un atteggiamento canzonatorio e svilente, del quale fornisce una lettura razionalizzante: “Sdrammatizzo – dice – perché è quello di cui hanno veramente bisogno”. Così, si rappresenta al loro capezzale intento a “fare il clown”, a raccontare barzellette e ad offrire metaforiche pacche sulla spalla, “tanto per loro è finita”. Come da bambino, quando doveva fare il clown per cercare di rallegrare l’atmosfera di casa e sciogliere la rabbia dei genitori, perché “si respirava un’aria densa, cupa, tetra”.
Nello svolgersi del trattamento, è così inevitabile che il “clown” entri prepotentemente anche nella stanza d’analisi. Sergio prende ad intrattenere l’analista con storielle, battute scherzose, giochi di parole, barzellette sconce, e si innesta per qualche tempo una specie di circolo vizioso: più lui cerca di far ridere, più l’analista sente di irrigidirsi e di spegnersi.
Nel succedersi delle sedute, fluttuano stati del Sé multiformi, dissociati e dissonanti tra di loro: un Sergio costretto a “far ridere”, senza mai riuscirci e un Sergio che non si fa mai raggiungere, e che non si sa come raggiungere.
Nella rêverie dell’analista, si avvicendano allora le rappresentazioni di una coppia zoppa, di una coppia grottesca, poi, quelle di una coppia tragica. Il campo sembra però riuscire a fare il suo lavoro, trasformando in α il β delle desolanti coreografie di un teatro del No. E Sergio riesce comunque a sognare: ci sono due tortore sul suo balcone, una è zoppa, si chiama Zampetta. Stanno lì, insieme, anche se fanno fatica a volare perché sono malate.
Così l’onirico, il dreaming ensemble (Grotstein, 2007) di paziente e analista, riesce a registare la presenza di un Sergio “inatteso”: un Sergio capace di riconoscere la trasformazione della sua malattia in “malattia del campo” e di entrare in contatto con le aree più sofferenti e più inermi del suo Sé.
Un contatto che, però, si dà ancora come troppo doloroso; e dal quale Sergio rapidamente si deve ritirare, rifugiandosi in quella costrizione all’onnipotenza (Grotstein, 2007) che lo spinge a “fare il clown”.
L’analisi continua comunque a “prendere corpo”. La scena si sposta su uno spazio “interno”, che per molto tempo – come nel celebrato caso clinico dell’Uomo dei lupi (Freud, 1914) – sarà quello del teatro somatico, quello di un corpo inaffidabile, che può ammalarsi, che sente ingombro, intasato, e che deve indagare, depurare, svuotare. Così, dopo mesi di lavacri ed irrigazioni nasali si sottoporrà ad un cruento intervento chirurgico per “ripulire la mucosa”; si farà asportare alcuni noduli tendinei per risolvere “il formicolio”; e poi, subirà un’indagine cardiologica invasiva per il timore di una sindrome coronarica. E ancora, un’infinità di controlli e visite – dermatologiche, ortopediche, chirurgiche – e lozioni, creme, pomate e coni per curare le ragadi anali, consultazioni specialistiche tese ad ispezionare il pene, affetto da misteriose lesioni.
Al contempo, Sergio prende a frequentare bordelli. La sessualità coatta e promiscua lo eccita, lo fa sentire virile e per qualche istante sembra placare la sua paura di morire.
Intanto, nei racconti di vita quotidiana cominciano a comparire “pazienti obese, disgustose, incurabili e piene di bisogni”: “Ma cosa ci posso fare – esclama – cosa vogliono da me?”. E sogna ancora di donne-mostri marini, che schiacciano figli esangui sotto il peso dei loro corpi sfatti. “Scene dell’orrore – dice”, che testimoniano delle sue difficoltà di identificazione e dell’incombenza di un materno (sempre troppo trascurato nelle analisi di Sergej Pankejev) stapotente e omicida.
Ma sostenuto dalle intelaiature narrative che si generano dal lavoro α, pazientemente tessuto nel campo analitico, Sergio continua a sognare. Così, sulla scena onirica, si disegna una nuova versione della casa in cui ha sempre abitato. E nell’intercapedine tra un mobile e il muro scorge qualcosa di spaventoso: enormi matasse di polvere, brulicanti di insetti di ogni genere – scarafaggi, formiche, ragni giganti – che, come impazziti, divorano lo sporco e si divorano tra di loro, dando vita ad una sorta di pasto primordiale. All’improvviso, compare una donnola che, in un istante, si mangia tutto ingurgitando e inglobando gli insetti e le matasse di polvere dentro di sé. Sempre nel sogno, Sergio pensa che “bisognerà rimproverare la donna di servizio”, che “ha pulito solo dove passa il prete”. “E’ un sogno allucinante – aggiunge – la donnola è voracissima…la vedo con i denti aguzzi e i rivoli di sangue che le colano giù dalla bocca”.
Emozioni primordiali, bisogni originari, la fame, l’istinto di sopravvivenza: qualcosa di informe e di mostruoso (matasse di polvere-scorie emotive), sembra cominciare a prendere un contorno, incarnandosi nella figurazione di “insetti impazziti”. Se la prima analisi è come “la donna di servizio” che “ha pulito solo dove passa il prete”, ora, nella diversa condivisione onirica, Sergio pare riuscire ad intercettare parti di un Sé infantile, che non avevano trovato spazio nella mente di un genitore-donnola, vorace e divorante, dominato dall’urgenza dei propri bisogni. Parti di un Sé infantile fino ad ora sconosciute e sommerse, costrette a non differenziarsi, per l’effetto – come ci ha insegnato Grotstein (2007) – di un contenitore negativo, composto dalla combinazione di cattive cure genitoriali e della distruttività infantile che ha dovuto soppiantarle.
Forse è questa la violenza delle origini; la violenza a cui si trova esposto un mondo infantile abortito; costretto a confinarsi in “intercapedini” extra-relazionali e deprivate del calore degli affetti; destinato a soccombere di fronte a bisogni genitoriali famelici e inglobanti. Ma forse questo, è anche il mondo di un piccolo Sergio-Sergej che ora incomincia a intravedere la possibilità di essere riconosciuto, rispecchiato e rianimato da quel dream-thinking (De Cortinas, 2013) condiviso, che può rifornire di ossigeno il suo sentimento di esistere.

Per discutere

E’ il confronto con la clinica di pazienti come Sergio che spinge ad interrogarsi sui limiti della psicoanalisi come strumento di cura. Sono limiti imposti dalla clinica oppure sono limiti che sono stati generati da resistenze e necessità difensive depositate nella teoria?
Le capacità di speculazione immaginativa di Freud gli avevano permesso di intuire come il potenziale contaminante, la ‘radiottività’, di cui era impregnato il materiale offerto all’analisi da Sergej Pankejev – l‘uomo dei lupi – potesse essere trattato solo facendo ricorso ai filtri simbolici messi a disposizione dal lavoro in aprés coup. Nei nuclei embrionari del pensiero psicoanalitico, il concetto di “rielaborazione a posteriori” si proponeva così come l’elemento indispensabile alla precipitazione dell’esperienza traumatica (il coito animale che riattivava il trauma dell’esposizione alla scena primaria del coito tra i genitori), ma lasciava intravedere anche la possibilità di ricucire in una nuova trama narrativa quelle lacerazioni che la stessa esperienza traumatica aveva prodotto, infiltrando di angosce e di agonie primitive la mente del paziente, sin dalle sue origini.
Certo, né Freud né la Mack Brunswick potevano disporre di quell’apparato di conoscenze che si è generato e si è sviluppato prendendo le mosse proprio dalla loro ricerca pionieristica.
Senza la svolta kleiniana e, soprattutto, senza la svolta bioniana, ci troveremmo ancora oggi impegnati a lavorare sulla nevrosi di transfert e a non poter concepire la nevrosi di transfert come una “malattia del campo”, come quella malattia che deve entrare nel campo e che si deve svolgere tra paziente e analista, affinchè si possano generare delle significative trasformazioni dell’esperienza traumatica.
Il fattore terapeutico chiave diventa allora la ricerca di una sintonia emotiva che consenta non tanto di raggiungere la Verità (dell’analista) sul paziente, quanto livelli progressivi di piccole verità tollerabili che possono generarsi dall’interazione conscia/inconscia tra paziente e analista. Il fine del processo psicoanalitico (il quid novi – in senso jaspersiano – che può trasformare il corso di una vita) è quello di espandere l’esperienza mentale del paziente (e dell’analista) e di aumentare le sue (le loro) capacità di dare un senso personale alla propria esistenza.
E più sono irrappresentabili e indifferenziati gli stati mentali che fluttuano nel campo, più l’analista deve permettersi di regredire lungo l’asse della rappresentazione-percezione giungendo finanche a riattivare la dimensione allucinatoria del suo funzionamento psichico (Bergstein, 2013). Il sognare/allucinare dell’analista può diventare così il complemento inconscio dell’incapacità di sognare, o del non-sogno del paziente: il contenitore di stati emotivi altrimenti inaccessibili, se non vengono allentate, attraverso ripetuti microunisoni, le cesure tra conscio e inconscio, corpo e mente, soggetto e oggetto, irrappresentabile e rappresentabile.
A chi possono essere attribuite allora la sceneggiatura e la regia del ‘sogno dei lupi’, nel resoconto della storia di una nevrosi infantile (Freud, 1914)? A Freud? A Sergej Pankejev?
Con la meticolosità e il rigore dello scienziato, Freud smonta e decostruisce passo dopo passo il testo manifesto del sogno, alla ricerca dei significati impliciti, e poi lo ricostruisce appoggiandosi alle libere associazioni del paziente. Ma è inevitabilmente troppo assorbito dal desiderio di trovare conferme e di sviluppare la sua nuova teoria. E’ troppo preoccupato dall’eventualità che venga svalutata e liquidata come una forma di genere letterario.
Bisognerà attendere l’avvento dell’eresia ferencziana per poter riconoscere il valore inestimabile (terapeutico) della partecipazione affettiva dell’analista al processo di cura. E ci vorrà l’intuizione di Melanie Klein sulla fantasia inconscia e sull’identificazione proiettiva, per accettare pienamente la realtà psichica di una comunicazione intima, profonda, che può essere facilitata o interferita anche dall’inconscio dell’analista. E infine, ci vorrà Bion per poter pensare che il controtransfert sia una malattia inconscia e necessaria dell’analista e che possa essere utilizzata solo indirettamente, attraverso la comparsa dei suoi derivati: la capacità negativa, la fede, la passione, l’intuizione spaventosa e costante dell’ignoto .(2)
E allora perché non poter pensare che sia stato anche l’effetto di una ‘censura’ teorica a generare una narrazione del ‘sogno dei lupi’ da cui doveva essere assolutamente esclusa la partecipazione emotiva della mente dell’analista.
Se invece di “sei o sette”, come i “sette capretti” della fiaba comparsa nei pensieri associati al sogno da Sergej Pankejev, i lupi fossero stati, ad esempio, ‘cinque’ come nel disegno che raffigura la scena onirica? E magari, se fosse stata di cinque (o sei o sette) volte alla settimana la frequenza delle sedute offerte da Freud all’uomo dei lupi?
Dando libero corso a questa fantasia speculativa, potremmo forse dare vita ad un’altra narrazione del sogno, dove entrerebbe anche un analista-lupo che, appollaiato sull’albero incombente della sua teoria, incrina, in ogni seduta, il sistema di para-eccitazione o la barriera di contatto della mente del paziente; un analista-lupo che inconsciamente preme per convertirlo alla religione dei suoi modelli, anteponendo il suo desiderio ai bisogni del paziente e finendo così per rieditare una successione di versioni micro-traumatiche del trauma originario: lupi che salgono sulle spalle di altri lupi, per raggiungere il “sarto”(3).
Se l’analisi fosse una tecnica di mitridatizzazione inconscia, il paziente potrebbe trarne beneficio. Ma l’azione analitica non può essere ridotta al semplice incremento di una tolleranza alla sofferenza psichica; il fine dell’analisi dovrebbe essere quello di giungere allo sviluppo degli apparati per sentire, per sognare e per pensare (Ferro, 2010). Pertanto, il rischio di una mitridatizzazione si annida nell’eventualità di esporre il paziente ad un avvelenamento cronico, ad un’intossicazione di iper-contenuti, per lui scarsamente alfabetizzabili e che ne parassitano la mente congelando l’afasia del trauma.
Grazie alla temerarietà, però, e al sacrificio teorico di Freud (perché senza di lui non avrebbe potuto esserci la Klein, e neppure Bion) diviene ora possibile confrontarsi e costruire una diversa “scena primaria” (Urszene), dove si rende inevitabile accettare che ci sia un Ur che precede la szene: un indifferenziato, un in-cognito, un informe, un Golem dell’esperienza psichica originaria in cui sono drammaticamente impastate “spinta ad esistere” e hilflosigkeit.
In una scansione di tempo più attuale, possiamo allora chiederci: di chi è il sogno di Sergio? E’ del paziente o è dell’analista? Oppure avviene in quel tra che, appoggiandosi alla mente dell’analista, permette a memorie afasiche del sottosuolo di aprirsi all’attesa di un nuovo Dio: una pre-concezione che sia in grado di alimentare la speranza in un futuro più personale e più vivo?
Così, un’interpretazione del sogno di Sergio ispirata da un modello ‘classico’, intrapsichico e unipersonale, avrebbe visto all’opera parti distruttive del Sé infantile, avide e invidiose, che alimentate da un eccesso di pulsione di morte attaccano la mente dell’analista o il legame; esponendo poi il paziente ad una colpa persecutoria, che si esprimerebbe nel terrore di una rappresaglia da parte di un’analista-donnola, o diventato “donnola”, per effetto dell’identificazione proiettiva evacuativa.
Ma quali effetti potrebbe avere una simile attitudine interpretativa sull’esperienza psichica del paziente?
Con tutta probabilità, come si è già accennato, si realizzerebbe un’effetto mitridatico sull’esperienza traumatica con la conseguenza, da un lato, di un incremento del rischio di interruzioni (rotture) e/o di reazioni terapetiche negative e, dall’altro, quella di consegnare il paziente (Sergio o Sergej o…) ad un adattamento invalidante alla sofferenza, dove la Bugia diviene l’asse portante di una forma alienata di vita.
Rovesciando invece la prospettiva, il ‘compito’ dell’analisi dovrebbe essere quello di interrompere uno sviluppo traumatico (verità→bugia→Bugia) trasformandolo in una progressione onirica (Bugia→bugia→verità), dove la Verità assoluta sulla realtà ultima appartiene ad O, all’inaccessibile del trauma e all’ignoto di una nuova possibilità di esistenza.
Così, nel caso di Sergio, come in tutte quelle articolazioni della clinica che confrontano con stati della mente indifferenziati, l’analista deve accettare di farsi “donnola”, per poter accedere a quell’esorcismo psicoanalitico che ‘ingloba’ i demoni del paziente. Nei panni di un oggetto primario che divora, realizza anche la tenerezza (il fattore T, [Manica, 2007]) di un contenitore materno e assorbe l’irrappresentabile di “matasse di polvere”, il β di “insetti voraci”, orchestrando la finzione – la fiction – quel quid di bugia che rende condivisibili piccole verità in continua trasformazione.

Note
(1)Jung si spinge anche oltre: “E’ inevitabile che il medico subisca una certa influenza e che si verifichi un qualche disturbo o una qualche alterazione della sua salute nervosa. Egli si addossa, letteralmente, il male del paziente, lo condivide con lui. Perciò ne è in linea di principio minacciato, e non può non esserlo [il corsivo è mio]”.
(2)“Propongo – scrive Bion (1992) – che, per poter formulare un’interpretazione corretta, l’analista debba passare, senza dare alcuna interpretazione, attraverso la fase della persecutorietà […] Analogamente deve passare attraverso la depressione prima di essere pronto a dare un’interpretazione […] Questa opinione è stata rafforzata dalla convinzione che ho ricavato dall’analisi con pazienti borderline e psicotici. Non penso che un paziente di questo tipo accetterà mai una interpretazione, non importa quanto corretta, a meno di non aver sentito che l’analista è passato attraverso questa crisi emotiva come parte essenziale dell’atto di dare l’interpretazione”.
(3)Anche la fiaba del “sarto” è un prodotto delle associazioni di Sergej Pankejev ai pensieri del sogno dei lupi. Scrive Freud (1914): “Ecco la storia. Un sarto stava seduto al lavoro nella sua stanza, ed ecco che la finestra si apre e balza dentro un lupo. Il sarto gli scaglia addosso la misura – anzi no…si corregge il giovane – lo acchiappa per la coda e gliela strappa, sicchè il lupo fugge via terrorizzato. Qualche tempo dopo il sarto va nel bosco, a un tratto vede avvicinarsi un branco di lupi e per evitarli cerca rifugio su un albero. I lupi dapprima non sanno che fare, ma quello mutilato, che si trova fra loro e vuole vendicarsi del sarto, propone ai compagni di montare uno sull’altro in modo che l’ultimo possa raggiungere il sarto. Lui stesso – un vecchio lupo robusto – farà da base alla piramide. I lupi seguono il suo consiglio ma il sarto ha riconosciuto il visitatore punito e a un tratto grida come quel giorno: ‘Acchiappate il grigio per la coda!’ A questo ricordo il lupo senza coda scappa via atterrito e tutti gli altri ruzzolano a terra.
In questo racconto compare l’albero sul quale nel sogno i lupi stanno seduti. Non solo; esso contiene altresì un’allusione non ambigua al complesso di evirazione”.
E se, al di là della rappresentazione di un’angoscia di evirazione, si assume l’ipotesi che il “sarto” non sia soltanto il padre-analista edipico, generato dal transfert, bensì il paziente, potremmo pensare a un Sergej che, troppo incalzato da interpretazioni tese a confermare la credibilità della teoria dell’analista, tenta di ‘castrarle’, di neutralizzarne gli effetti traumatici. Invece di cogliere come il paziente (- il miglior collega che noi abbiamo [Bion, 1983] -) monitorizzi lo stato del campo , l’analista non molla mai la presa e continua a braccarlo. Costruisce così una piramide angosciosa di interpretazioni-lupo, tali da indurre Sergej ad una reazione terapeutica negativa che paralizza l’analisi, inducendo l’analista ad effettuare una rottura. Freud arriverà così, attraverso svariati passaggi, a stabilire un termine della cura, utilizzando come pretesto le ‘resistenze’ del paziente. Non sarebbe stato sufficiente – come dirà Bion molti anni dopo – considerare l’attività delle ‘resistenze’ messe in campo dall’analista?

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