Meterangelis G.

“Un Oscuro Scrutare”: l’uso della Soggettività dell’analista nel lavoro analitico

G. Meterangelis

la parola è per metà di chi la dice e per metà
di chi l’ascolta. (Montaigne)

Scopo del metodo psicoanalitico, sin dalle sue origini, è stato quello di dare parola a sofferenze altrimenti non decifrabili: per Freud l’inconscio diventava conscio attraverso il linguaggio. Il “cambiamento” dei nostri pazienti ha reso più difficile questo compito. Trovare le parole per tradurre una sofferenza sempre più “oscura” ha posto nuove sfide alla psicoanalisi nella ricerca di nuovi strumenti di comprensione del mondo interno dei pazienti. Uno di questi è la partecipazione della soggettività dell’analista al processo psicoanalitico ed al suo sviluppo. Su questo problema già Freud aveva espresso due considerazioni, la prima (Freud, 1910) riguarda gli ostacoli che possono frapporsi al trattamento analitico a causa di una insufficiente o inadeguata analisi dell’analista e, della conseguente non risoluzione dei suoi problemi nevrotici, la seconda (1912), che va per certi versi in una direzione opposta alla prima, è la raccomandazione fatta agli analisti di sintonizzare il proprio inconscio con quello del paziente allo stesso modo con cui un ricevitore del telefono è sintonizzato con il suo apparecchio. Quest’ultima considerazione sembra abbia avviato una riflessione sul controtransfert non più visto come un ostacolo al trattamento ma come evento inevitabile, a ragione del fatto che l’inconscio dell’analista è sempre in comunicazione con quello del paziente, e che questa interconnessione più che un ostacolo può essere una risorsa in più per comprendere l’inconscio del paziente. E’ molto probabile che questo consiglio, abbia aperto la strada non solo all’idea feconda , che “il controtransfert contiene l’inconscio del paziente”(Heimann P., 1950) ma anche all’idea che il transfert è costituito dalla percezione che il paziente ha della soggettività dell’analista nel qui ed ora della relazione analitica. Questi due fondamentali contributi al rapporto fra il transfert ed il controtransfert hanno permesso di formulare la concezione della relazione analitica come l’incontro di due soggettività separate ed in interazione fra di loro, e di distinguere la soggettività dell’analista , e la percezione che di questa ne ha il paziente, dal controtransfert. Queste due considerazioni teoriche sono sostenute dall’idea che i termini soggettività ed intersoggettività non implicano necessariamente il patologico, e sottintendono una bidirezionalità anche se di natura asimmetrica, che opera una costante influenza sul processo, a differenza del controtransfert, che per alcuni analisti, ha carattere di occasionalità ed intermittenza. Avendo preso atto che la soggettività dell’analista ha una sua costante ed irriducibile presenza nel processo analitico, a prescindere da ciò che viene attivato in lui dai determinanti inconsci del paziente, il passo , a considerare questa una risorsa, e quindi uno strumento di lavoro al pari di tutto lo strumentario usato tradizionalmente dagli analisti, è breve. Anche al controtransfert viene riconosciuto il ruolo di utile strumento di lavoro, ma la considerazione che questo rappresenti la totale ed unica risposta alla soggettività del paziente, tende ad oscurare , a mio parere, tutte quelle reazioni che insorgono nell’analista, come prodotto della sua psicologia, al di fuori della sua coscienza: gesti, postura, movimenti corporei, tono di voce, pensieri, fantasie influenzate ed attivate dal materiale del paziente. Queste reazioni rappresentano una parte inevitabile dell’interazione paziente-analista, quando questa funziona. All’analista, in ogni caso compete l’onere di riconoscere quando queste sono inadeguate e dipendenti dal controtransfert, e legate a propri bisogni narcisistici. L’attivazione e l’ascolto di queste reazioni viene facilitato dalla presenza di almeno due condizioni: La prima attiene al raggiungimento di un reciproco stato di regressione fra paziente ed analista: questa è una funzione psichica che viene regolata mutuamente, in quanto vi è anche la partecipazione psichica dell’analista agli stati mentali alterati, regrediti o dissociati del paziente (Aron,1996). Questo stato di regressione, pertanto, non è solo un fenomeno intrapsichico ma anche relazionale, ci si arriva, solo se sia il paziente che l’analista sono: “ tacitamente o anche esplicitamente d’accordo che è necessario raggiungerli”(Balint, 1959). Per regressione intendo un parziale, temporaneo e reversibile stato di alterazione della coscienza che potrebbe avere i caratteri della dissociazione. Questo stato condiviso di regressione non si raggiunge con un certo automatismo, ma diventa possibile solo quando fra il paziente e l’analista si viene a creare quella buona sintonia che testimonia non solo della avvenuta comunicazione fra gli inconsci ma anche del replicarsi dell’inconscio del paziente in quello dell’analista. Lo stato di regressione è possibile evincerlo quando, ad esempio, sono attive l’attenzione liberamente fluttuante dell’analista e le libere associazioni del paziente. La seconda condizione richiede all’analista di entrare in contatto con i propri stati affettivi interni e di verificare, sin dall’inizio del trattamento, la presenza di fondamentali processi di identificazione parziale con l’immagine di oggetti infantili del paziente (Deutsch, 1926). Quello delle identificazioni parziali dell’analista è un tema che a differenza di quello delle identificazioni del paziente con l’analista è stato poco trattato nella letteratura psicoanalitica. Dobbiamo ad H.Deutsch le prime riflessioni sull’argomento: “il contenuto psichico affettivo del paziente, che emerge dal suo inconscio, si trasmuta in un ‘esperienza interiore, di fantasie e di ricordi, dell’analista ed è riconosciuto come appartenente al paziente solo nel corso di un successivo lavoro”. Affinché l’identificazione rimanga parziale è necessario, che non vi sia nell’analista l’affiorare di conflitti infantili non risolti che lo potrebbero portare a ricercare gratificazioni narcisistiche e identificazioni controtransferali (Deutsch,1926). Se operiamo una distinzione fra le identificazioni parziali e quelle totali e su quella che è la loro diversa funzione, diventa più comprensibile la distinzione fra soggettività dell’analista e suo controtransfert. Lo stato di identificazione parziale così come quello di regressione implicano una selettività del funzionamento psichico dell’analista, questa avviene prevalentemente in quell’area rappresentata dal preconscio, area nella quale si attivano formazioni e pensieri preconsci che Freud (1915) paragonava a “uomini di razza mista”, uomini che poiché hanno in loro tratti che appartengono ad ambedue le razze d’origine non vengono accettati da nessuna delle due. E’ un’ area che presenta oltre che qualità interattivo-relazionali (Filippini e Ponsi, 1992), anche funzioni diverse, che vanno dall’introspezione, all’attenzione, all’autosservazione, e al lavoro di integrazione e sintesi di queste funzioni. Inoltre il preconscio svolge la fondamentale funzione di mediare fra le richieste urgenti dell’inconscio ed i limiti imposti dalla realtà, è un’area nella quale vengono esaminati contenuti mentali senza che questi passino attraverso la realtà, ed è in quest’area che vengono formulate, per poi essere comunicate, le interpretazioni. Quando si verificano queste condizioni la mente del paziente e quella dell’analista si costituiscono come un’ unica mente al lavoro, per cui tutto ciò che si attiva nell’analista come modalità sensoriali e\o motorie rappresenta l’espressione di questa unicità. In questa si esprime, comunque, una relazione dialettica fra la soggettività dell’analista e quella del paziente (Ogden, 1994), dialettica che è presente anche all’interno delle relazioni umane ed in primo luogo fra la madre ed il bambino sin dalle primissime fasi dello sviluppo. Per il bambino la soggettività è sia una acquisizione innata, che il frutto dello scambio intersoggettivo con la madre, ed è nello spazio delimitato dallo scambio che sorge il pensiero che dà vita al soggetto e che gli permette di conquistare anche la percezione , conquistata la quale, riesce a distinguere il simbolo dal simbolizzato. L’invito agli analisti a porre attenzione e ad utilizzare tutto ciò che si sviluppa in termini di percezioni e sensazioni in loro come partecipi dello spazio intersoggettivo, non è nuovo alla riflessione psicoanalitica. Negli anni ’60 Otto Isakower, parlava di “strumento analitico”, per riferirsi proprio all’uso della soggettività dell’analista quando questa veniva coinvolta “attivamente” nel processo. Questa idea di “strumento” induce a pensare ad una costruzione congiunta di paziente ed analista, allo stesso modo del terzo analitico intersoggettivo proposto da Ogden, che potrebbe essere concretamente immaginato come un cervello contenente due metà. “Una metà appartenente al paziente , l’altra metà all’analista”(Jacobs,2007). Il compito posto da questa prospettiva all’analista è, pertanto, quello di essere in grado di rendere fruibile per il paziente ciò che viene attivato inconsciamente dentro di sé in termini di percezioni, queste vanno considerate come materiale utile, anche se non sempre prontamente disponibile, materiale a cui prestare attenzione su di un piano esclusivamente percettivo sino a quando ciò che è stato percepito non può essere condiviso con il paziente. Si tratta anche, a volte, di esperienze non mentalizzate riferibili a dati sensoriali elementari, che per loro natura è difficile mettere in relazione con il paziente, e che, al contempo, vengono percepiti come oggetti concreti che parassitano la mente o come stati fisici idiosincrasici. Tale compito di traduzione presenta delle problematicità, sia perché è difficile cogliere quella che è la propria esperienza del paziente, sia perché avendola colta è difficile darle un significato. Ciò è dovuto, principalmente, al fatto che l’ambito in cui ci si muove è quello del non verbale e del prelogico (Tauber, 1959), per cui molte delle esperienze passano inosservate trovando altre forma di espressione. Una di queste è rappresentata da ciò che è stato definito enactment (Th Jacobs, 1991) , una “messa in atto” a doppia direzione che deve essere considerata come un elemento costante del processo analitico, non come qualcosa di occasionale, ma come qualcosa di presente in qualsiasi comportamento del paziente e dell’analista (Mc Laughlin, 1981) sia conscio che inconscio, sia verbale che non verbale (Th. Jacobs, 1991). Anche l’enactment, a mio parere, avviene quando sono attivi sia lo stato di reciproca regressione che i processi di identificazione parziale dell’analista con il paziente. L’enactment precede la consapevolezza delle dinamiche transfert- controtransfert , la cui analisi di conseguenza fa uso della inevitabile soggettività dell’analista (Renik,1993), permettendo la comprensione di aspetti della relazione che altrimenti non avrebbero potuto avere accesso al linguaggio verbale. L’esperienza dell’intersoggettività, è immersa in una atmosfera nella quale la regressione e le identificazioni parziali dominano la scena analitica, atmosfera che viene resa bene dalla metafora di Isakower di “strumento analitico”, l’insieme, cioè, di due strumenti musicali che suonano in perfetta armonia, una comunicazione molto primitiva che può avvenire sia attraverso le parole che il silenzio. Ed è in questa atmosfera che si attiva un processo nel quale ”si creano metafore che danno forma all’esperienza dell’analista rispetto alle dimensioni inconsce della relazione analitica” (Ogden,1997) La metafora, che, per Ogden (1997) si presenta prevalentemente nello stato di reverie, ha come funzione principale quella di compensare le insufficienze del linguaggio esistente, e, quando viene vista, può essere letta come una presentazione di ciò che è inconscio nella relazione intersoggettiva, favorendo, al contempo, una maggiore empatia e una diversa modalità di ascolto che può facilitare il processo analitico. M. Reiser(1997) ritiene che vi siano anche delle basi neurobiologiche a confermare che tutte le comunicazioni consce ed inconsce che si attivano nella relazione, non sono solo il prodotto della mente del paziente ma delle due menti, quella del paziente e quella dell’analista. Le sue ricerche basate su evidenze di neuroimmagini sottolineano come i ricordi della vita del paziente vengano registrati e codificati nel sistema di memoria dell’analista, per cui spesso i ricordi affioranti durante l’ora d’analisi nella mente dell’analista sono attivati dal paziente e possono contenere tracce di memoria del paziente stesso. Per concludere è possibile dire che il nostro modo di ascoltare i pazienti si è arricchito negli ultimi anni di significati, ed il merito va dato all’attenzione che sempre di più diamo alla nostra soggettività e ai modi che abbiamo di utilizzarla.

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