Ponsi M.

Maria Ponsi (discussant nel panel “Configurazioni della mente nella teoria e nella tecnica”. Relazioni di Basilio Bonfiglio, Irene Ruggiero, Rosa Spagnolo)

Nel commento ai lavori presentati in questo panel limiterò le mie osservazioni al tema che sta nel titolo delle relazioni e anche nel titolo del Congresso – e cioè il processo di costruzione del ‘soggetto’ : il ‘divenire soggetto’, la ‘soggettivazione’.

Comincio subito con un’osservazione che riguarda la soggettività – la mia.
Il termine di ‘soggettivazione’, che è entrato nel lessico psicoanalitico negli ultimi anni, non mi è familiare. Non lo uso abitualmente quando scrivo, né quando lavoro, ma in genere (… non sempre! … come si vedrà dopo) ne capisco il significato.
Mi è capitato di incontrarlo in un testo in cui l’ho tradotto fra me e me con qualche altro termine che mi è più abituale, come ad esempio ‘sviluppo del Sé’ o ‘individuazione’, perché capisco che con questo termine l’autore ha inteso riferirsi a quel processo che nel corso dell’analisi porta una persona a individuarsi, … a completare la propria crescita, … a realizzare le proprie potenzialità, … a strutturare un sentimento di coesione di sé, … a sviluppare la propria identità e un maturo e pieno senso di sé, … a “strutturare l’esperienza ” (cito da B.Bonfiglio) “in modo da sentirla propria”.
La ‘traduzione’ è solo un’approssimazione al significato inteso dall’autore: è ovvio che il significato da me attribuito non sempre copre pienamente quello che l’autore ha inteso dire; tuttavia, nell’insieme la comprensione è agevole.
Ma capita però anche di incontrarlo in altri testi, nei quali questa medesima terminologia non mi è comprensibile in modo altrettanto agevole – o meglio: non è traducibile nel mio lessico, perché il termine sta in un contesto dove è in gioco un significato più articolato, più specifico, più denso, in quanto vi è implicato un legame con un apparato teorico.
In questi casi mi trovo un po’ in difficoltà: mi rendo conto che il significato dato a termini come ‘soggetto’, ‘soggettività’ e ‘soggettivazione’ va al di là di una comprensione generica, perché un ben definito apparato concettuale ne delimita il senso.

Nell’avvicinarmi alle relazioni di questo panel mi sono chiesta – fin da subito, prima di leggerle! – se mi sarei imbattuta nella prima o nella seconda evenienza: se avrei incontrato termini descrittivi di condizioni osservate nella clinica oppure nozioni ben definite nei rimandi teorici; se cioè i relatori avrebbero parlato – … lo dico semplificando un po’ … – di soggettivazione in senso largo o di soggettivazione in senso stretto.
– – – o forse potrei anche dire ‘in senso forte’ e ‘in senso debole’, . . . ‘in versione pesante’ e ‘in versione leggera’ …

. . . la distinzione ‘in senso largo’ e ‘in senso stretto’ è assai frequente in psicoanalisi – direi quasi ubiquitaria. Sappiamo bene che non c’è termine o concetto sul cui significato ci sia accordo fra gli psicoanalisti. Sono innumerevoli i panel, i convegni, i seminari, i testi, in cui si cerca di approfondire il significato di questo o quel concetto, mettendo a confronto rappresentanti di diverse scuole di pensiero in modo da verificare somiglianze e differenze nell’ambito di diversi modelli teorico-clinici. C’è anche un filone della ricerca – la cosiddetta ‘ricerca concettuale’ – che si è sviluppato a partire da questo dato di fatto – la plurivocità dei significati dei concetti psicoanalitici.
Se vogliamo, le mie osservazioni in questo panel potrebbero essere rubricate in un capitolo intitolato “ELEMENTI PER UNA RICERCA CONCETTUALE SULLE NOZIONI DI ‘SOGGETTO’ E DI ‘SOGGETTIVAZIONE'”.

Mi sono poi avvicinata ai testi del panel anche con un altro interrogativo.
Ero, e sono, interessata a capire in quale misura le nozioni di ‘soggetto’ e di ‘soggettivazione’ introducano nella tecnica e nella teoria qualcosa di nuovo – se, in altre parole, attraverso di esse passa un modo di concettualizzare la clinica che configura un diverso, specifico, modello teorico-clinico.

In questa premessa riguardante il mio assetto ‘soggettivo’ devo aggiungere un’altra cosa: due dei tre relatori (B.Bonfiglio e I.Ruggiero) sono colleghi il cui modello teorico-clinico mi è familiare : ‘familiare’ non solo in quanto lo conosco bene e da tempo, ma anche in quanto mi sento del tutto in sintonia con il loro modo di pensare l’attività clinica. In ciò che dicono, che fanno e che scrivono ‘mi ci ritrovo’, insomma.
Questa familiarità e questa sintonia potrebbero rendere più difficile il mio compito di discussant. Si sa che, quando il discussant è totalmente allineato con il relatore, è difficile che riesca ad aggiungere qualcosa al testo. Ma poiché in questo caso il materiale clinico portato dai due colleghi ruota intorno al tema dello sviluppo della soggettività – un tema che appunto non mi è familiare – è su questo aspetto che mi sono concentrata. E devo dire che è stata proprio questa non-familiarità ad aver aggiunto alla lettura uno stimolo ulteriore.
“Sono curiosa” mi sono detta “di vedere come Basilio e Irene trattano questo concetto, con quale specifica accezione lo usano e in quale misura esso costituisca un elemento caratterizzante la loro operatività clinica e la loro elaborazione concettuale e teorica”.

Posso subito dire che in entrambi i casi mi sono ritrovata nella prima delle due evenienze che menzionavo sopra: sia Basilio che Irene parlano di ‘soggettivazione’ o di ‘divenire soggetto’ in un modo del tutto accessibile anche a chi non utilizza abitualmente questi termini.
E i casi clinici ne costituiscono un’ottima e convincente illustrazione.
IRENE racconta di un paziente, Giulio, che esce dall’equilibrio narcisistico recuperando una dimensione adolescenziale rimasta ferma, quasi mummificata. Lo accompagna, in questa riattivazione di legami e blocchi adolescenziali, un’analista capace di leggervi la ripresa di un processo di soggettivazione rimasto atrofizzato (…v. il ‘ramo secco’).
BASILIO racconta di come il giovane Guido diventi nel corso dell’analisi più capace di stare in contatto con le emozioni, di acquisire una consapevolezza del modo con cui se ne è difeso (.. il ‘congelamento’) e del timore che ne ha tuttora (… v. ‘l’incombente rischio di inondazione’), nonché del ruolo che in questo processo gioca l’analisi, sia nella forma impersonale della ‘madre ambiente’ sia nella forma di vero e proprio oggetto (… v. quando l’analista ribadisce l’utilità della norma contrattuale sul pagamento nell’ultima sedute del mese).
Sia Basilio che Irene sottolineano l’importanza dell’oggetto nel processo di soggettivazione – un processo che si realizza in uno spazio inter-soggettivo dove l’oggetto esercita una funzione soggettualizzante:
– – – ho in mente, ad esempio, quando BASILIO, nell’ultima sezione (la n° V), sottolinea che Guido “ha intuito le potenzialità insite nel setting e nel metodo psicoanalitici. Altra testimonianza del suo ‘esserci’, nel confronto con presenza e funzione dell’analista”
– – – e poi anche IRENE, quando segnala che “l’analista può ora svegliarsi e rianimarsi”, partecipando con la propria soggettività all’elaborazione delle dinamiche adolescenziali del suo paziente.

Dicevo che in questi due resoconti clinici mi sono ritrovata nella prima delle due evenienze (.. la ‘soggettivazione’ in senso largo, o ‘debole’). In questi due casi – che pure ben illustrano come questi due pazienti vadano acquisendo un senso di sé più ricco e definito, un’identità più solida e matura – gli autori non si basano su una nozione forte, densa, teoricamente articolata, di ‘soggetto’ e ‘soggettivazione’, né sembrano configurare un nuovo, specifico modello teorico-clinico.

Che cosa intendo con nozione forte, densa e teoricamente articolata?
Penso alle elaborazioni sviluppate nell’ambito della tradizione psicoanalitica francese, a Raymond Cahn innanzi tutto (di cui ci parlato Irene Ruggiero nella sua introduzione) – l’autore che fin dall’inizio degli anni ’90 si è occupato delle ‘patologie della soggettivazione’ nell’adolescenza, dove il registro dell'”agito” prevale su quello del “pensato”, con condotte agite nella realtà esterna e in quella particolare realtà esterna che può essere il corpo stesso, “a partire dal potenziale traumatico innescato da una maturità corporea che eccede quella psichica” (cit. da I.Ruggiero).
Anche al di fuori della scuola francese vari autori hanno dedicato attenzione e scritti al tema del ‘soggetto’ e del processo attraverso cui si diventa ‘soggetti’ – come ad esempio W.Meissner (ce ne ha parlato R.Spagnolo), Atwood & Stolorow, Ogden, Kennedy, ecc.
Questi autori vi si sono soffermati più su un piano fenomenologico (… come è ‘essere-un-soggetto’, … quale è l’esperienza dell’essere-un-soggetto) che concettuale e teorico, soffermandosi sui motivi per cui la nozione di ‘soggetto’ è diversa (e magari preferibile) rispetto a quella di <Sé>.
Il lavoro degli autori francesi, invece, si è per lo più concentrato sulle implicazioni del concetto di ‘soggetto’ per la teoria psicoanalitica cercando di riportare in un ambito rigorosamente metapsicologico la nozione di Sé (… anche perché Freud ha usato ben poco il termine di ‘soggetto’, v. Penot) (1).

Dunque: uno stesso termine può richiamare differenti ambiti di significato in quanto implica diverse concettualizzazioni del funzionamento psichico.

Prendiamo la famosa frase di Freud sulle finalità del trattamento analitico “Dove era l’Es, deve subentrare l’Io”.
E’ una frase che ha preso significati diversi nelle varie lingue della psicoanalisi, rilevabili anche nel diverso modo in cui questa frase viene tradotta (2) .
Nella cultura psicoanalitica francese, ad esempio, ha prevalso una formulazione che è un po’ diversa da quella presente nella traduzione italiana: questa (quella italiana), osserva Conrotto, è una traduzione che di fatto corrisponde a quella inglese della Standard Edition (“Where the Id was, there the Ego should be”). A questa egli preferisce quella francese, che recita “Là ou ça était doit (s) Je advenir”, che tradotta risulta così: “Là ove Es era, Io dovrà(ò) addivenire”. Con questa traduzione, osserva Conrotto, si mette meglio in evidenza quella che ha da essere la natura della trasformazione psicoanalitica: il passaggio dal pronome neutro di terza persona a quello che indica l’emersione del <soggetto>. (3)

Il ‘soggetto’ nella tradizione francese -… ma non solo francese [ v. appunto, da noi, F.Conrotto, ma anche altri, – – Campanile, e Garella, ad esempio (4) ] – è innanzi tutto un soggetto decentrato (“l’Io non è padrone in casa propria”).
E’ il ‘soggetto dell’inconscio’. E’ il ‘soggetto’ in cui l’accento viene messo sulla dimensione inconscia della soggettività desiderante, in cui sono al contempo presenti sia dimensioni di attività che di passività. Si tratta di uno statuto paradossale perché rimanda sia a una condizione attiva, di agente autonomo (… agency, in inglese) sia a una posizione passiva, di soggezione o di assoggettamento (… di “essere soggetto a …”: soggetto a una legge, soggetto all’ordine dell’inconscio) – v. il monito lacaniano “Diventa soggetto di ciò a cui sei stato assoggettato” (cit. in Garella 2012, p. 857)

A proposito di “nozione forte, densa e teoricamente articolata”: ne è un buon esempio la tesi di un autore non francese, ma italiano, A.Garella, che in una discussione molto approfondita delle coordinate teoriche necessarie a far posto alla nozione di ‘soggetto’ nella Metapsicologia (anzi di “funzione-soggetto”, per usare le sue parole) ha proposto – o meglio: ha ripreso la proposta già da altri avanzata – di una Topica del Soggetto, ovvero di una Terza Topica. Questa topica, egli osserva, potrebbe intendersi o come un’estensione della Metapsicologia o come sostituzione di alcune sue parti da aggiornare; o anche, infine, “come una meta-metapsicologia, sovraordinata alle topiche precedenti, che vi rimarrebbero incluse come casi particolari”.
Quest’ultima è la forma preferita dall’autore, che così la descrive:
“La terza topica, cioè, dovrebbe puntare a sussumere le diverse componenti della Metapsicologia classica e le teorie post-freudiane più ricche e evolute (relazioni oggettuali, alcune teorie del Sé, inter-soggettività) in un ambito teorico che ne articoli le relazioni, ne componga o almeno ne disinneschi i conflitti e i paradossi logici e concettuali e ne situ gli ambiti di applicazione rispetto alla clinica e rispetto ai diversi modelli di apparato psichico disponibili” (Garella 2012, p. 852-853).

Non dico di più su questa versione ‘forte’ della nozione di soggetto per motivi di spazio; ma anche perché avrei sinceramente difficoltà a dar conto di argomenti e argomentazioni che non sempre mi sono chiari.

Per la verità, devo dire anche che in buona misura non ne condivido i presupposti. Il presupposto che in particolare non condivido è quello secondo cui la psicoanalisi non possa allentare i legami con la Metapsicologia, ovvero con una teoria del funzionamento e dello sviluppo psichico autoctona e autosufficiente, fondata esclusivamente sulla relazione duale psicoanalitica.

Poiché io intendo la psicoanalisi essenzialmente come una disciplina pratica (. . . se vogliamo come un tipo di psicoterapia, o come una tecnica per la cura del disturbo e del disagio psichico) ritengo che le costruzioni concettuali, teoriche (… senza le quali certamente non potremmo lavorare) debbano essere utili nel lavoro clinico e formulate in un linguaggio vicino all’esperienza clinica. Ritengo in altre parole che il bagaglio teorico debba essere leggero: non un baule, ma -possibilmente – un ‘bagaglio a mano’! (5)
Questa mia opzione per una sorta di minimalismo teorico mi porta senza alcun dubbio a preferire, delle due versioni di soggettivazione che ho menzionato sopra (… che ho chiamato in ‘senso stretto’ e in senso largo’, . . . o anche: ‘forte’ e ‘debole’), quella che ha un alone di significato più largo, o più generico. Ed è proprio la versione che ho trovato nei due casi clinici che abbiamo ascoltato: un uso aperto e flessibile della nozione di ‘soggettivazione’, che ha ispirato creativamente tanto la capacità di ascolto quanto l’attività interpretativa dell’analista.

Vorrei adesso dire qualcosa sull’altro interrogativo che ponevo all’inizio: capire cioè in quale misura le nozioni di ‘soggetto’ e di ‘soggettivazione’ introducano nella tecnica e nella teoria qualcosa di nuovo; e, in particolare, se con esse venga a configurarsi uno specifico modello teorico-clinico.
Nella versione ‘forte’ di questi concetti (quella che Garella nominava come la ‘Topica del Soggetto’, o ‘terza topica’) credo che la risposta sarebbe affermativa, ovvero che vi corrisponde un nuovo modello teorico-clinico.
Nella versione ‘debole’ invece darei una risposta negativa. In questa versione la prospettiva della ‘soggettivazione’, o del ‘divenire soggetto’, mi sembra che sia più un principio organizzatore del materiale clinico che l’introduzione di uno approccio nuovo nella tecnica.

In realtà questa osservazione è più pertinente per il caso di Basilio che non per quello di Irene.

Nel caso di IRENE (Giulio) infatti, il presupposto di un “nucleo adolescenziale del processo di soggettivazione sempre operante nell’adulto” mi pare che abbia svolto un ruolo specifico nell’analisi di questo paziente, iniettando dinamismo e vitalità in una situazione analitica poco soddisfacente, forse stagnante.
Ricordo che Irene all’inizio del suo resoconto riferisce di sue “reazioni pervasive di noia e di sonnolenza”; poi, dopo il lavoro sul sogno, commenta: “Anche l’analista può ora svegliarsi e rianimarsi”. Segnala in tal modo che è avvenuta una ripresa del processo di soggettivazione nel paziente – un processo che procede anche grazie alla funzione ‘soggettualizzante’ dell’oggetto – una funzione (cito) che “… fornendo occasioni di rispecchiamento e di narrazioni condivise, facilita la simbolizzazione dell’esperienza”.
Ho menzionato questi passaggi per segnalare che, in effetti, nel caso di Irene la nozione di ‘soggettivazione’ presente nella mente dell’analista al lavoro ha impresso una linea ben definita al trattamento.

Nel caso di BASILIO, invece, la nozione di ‘soggettivazione’ mi pare che non abbia tanto ispirato o guidato il lavoro clinico, quanto piuttosto che ne abbia organizzato il resoconto, il modo cioè in cui Basilio ha deciso di presentarcelo.
E’ lui stesso, del resto, a segnalarci che il modo in cui dà conto della storia clinica di Guido è in qualche modo un artificio, in quanto il resoconto clinico ha lo scopo di mettere in evidenza, e in sequenza, i movimenti che hanno portato Guido a una riappropriazione consapevole della propria identità:
“Considerare come uno sfondo il complesso lavoro di ascolto, rêverie e rielaborazione dell’analista, nonché la sua consapevolezza delle implicazioni transferali e controtransferali, è in questo caso un artificio che mi consente di mettere meglio in risalto le riflessioni e le conseguenti scoperte dell’analizzando. Ritenendo che l’attenzione vada rivolta ai modi da lui utilizzati per strutturare l’esperienza in modo da sentirla propria, entrando in contatto col proprio mondo interno”.

Vorrei anche fare un’osservazione a partire da queste parole di Basilio che ben esprimono ciò che si intende (… o che si può intendere) per ‘soggettivazione’: “i modi <da lui> utilizzati per strutturare l’esperienza in modo da sentirla propria”.

Credo che non avremmo dubbi ad assumerle come una meta del trattamento analitico.
Pongo dunque questa domanda: possiamo considerare la meta del percorso di soggettivazione equivalente a quella ‘classica’, contenuta nella celebre espressione ‘Dove era l’Es dovrà subentrare l’Io’?

Direi di no: la conquista alla coscienza (l’Io) da parte di un inconscio abitato da pulsioni rimosse (l’Es) dà sostanza a un tipo di procedimento analitico che non è più quello centrale nelle correnti psicoanalitiche contemporanee. Non è più l’insight a occupare un posto privilegiato nella teoria dell’azione terapeutica della psicoanalisi, qualificandola come la psicoterapia che fa di un’esperienza conoscitiva una trasformazione terapeutica.
Nei modelli psicoanalitici post-classici è la dinamica della relazione analitica, la capacità di modularla, ciò a cui si presta più attenzione, anche perché il tipo di <inconscio> di cui ci si occupa non è tanto quello rimosso (… il modello di inconscio del modello archeologico, il serbatoio-calderone di derivati pulsionali) quanto piuttosto un <inconscio> riferito ad aree mentali situate al di là della rimozione.
A queste aree non si ha accesso con quel lavoro di decodifica che si applica alla fantasia inconscia strutturata intorno a una dinamica conflittuale, ma con un approccio diverso, e cioè intercettando i movimenti di crescita, le esigenze evolutive e le potenzialità inespresse di un soggetto che alberga dentro di sé possibilità di cambiamento – un cambiamento che ha bisogno di un ambiente appropriato e di qualcuno che ne faciliti la realizzazione (6).
L’altro, l’analista, in questa ottica, è un “facilitatore” più che un “lettore di menti” o un “rivelatore di verità”. Più che fare un lavoro di scavo alla ricerca di verità occultate nell’inconscio l’analista si prende cura di “un luogo-tempo in cui il soggetto può avvenire” cercando di aiutarlo a “essere quello che non sapeva che avrebbe potuto diventare” (Ferruta 2008, p. 912, (7)).

———-

Come dicevo all’inizio, i due lavori clinici di questo panel mi hanno stimolato a riflettere sul significato dei concetti di ‘soggetto’ e ‘soggettivazione’ che tanta fortuna stanno avendo nella psicoanalisi contemporanea. La qualità del materiale clinico e la pertinenza rispetto al tema trattato mi hanno aiutato in questa riflessione, e ne sono grata ai due relatori.

Se volessi, come dicevo sopra, rubricare queste considerazioni sotto il titolo “ELEMENTI PER UNA RICERCA CONCETTUALE SULLE NOZIONI DI ‘SOGGETTO’ E DI ‘SOGGETTIVAZIONE'” dovrei agganciarvi un altro importante filone di pensiero: quello che riguarda il < sé corporeo > : un tema importante che ci propone ROSA SPAGNOLO, non con materiale clinico, ma certamente con molte suggestioni.

Per motivi di spazio, e lasciando il tema del rapporto psiche-soma al collega Luigi Solano, che ha titolo specifico per svilupparlo, mi limito qui a qualche osservazione.

La dimensione del ‘soggetto’, e dei processi attraverso cui esso si costituisce, ha acquisito rilievo nella psicoanalisi contemporanea non solo, all’interno della disciplina, nell’ambito dei cambiamenti avvenuti nella teoria e nella tecnica, ma anche come effetto delle acquisizioni in ambiti disciplinari diversi – in particolare l‘infant research e in generale le neuroscienze.
Una conseguenza interessante del dialogo interdisciplinare (… interessante anche per noi psicoanalisti) è che in certi settori degli studi cognitivi sta avvenendo una riappropriazione di territori un tempo ritenuti di esclusivo appannaggio della riflessione filosofica – come la coscienza, il soggetto, l’intenzionalità.
Da tematica prettamente filosofica, in particolare fenomenologica, quella del soggetto è diventata terreno di indagine e riflessione neuro-biologica – avvicinando in tal modo l’ambito della descrizione in terza persona (proprio dalle neuroscienze cognitive) con l’ambito della descrizione in prima persona (classico oggetto della fenomenologia).
V.Gallese è il maggiore e più noto rappresentante di questo filone di studi, che non a caso vede un sorprendente interscambio di ruoli e competenze fra neuroscienziati e filosofi (fenomenologi in particolare: v. ad esempio Sinigaglia, Rizzolatti, Gallagher, Metzinger, ecc.)
Da questa contaminazione è nato un discorso neuro-biologico che prospetta una nozione di sé radicata nel corpo e nelle prime e più elementari esperienze con l’altro. Con i concetti di ‘simulazione (e cognizione) incarnata’ e di ‘consonanza intenzionale’ (… l'<altro> con cui siamo in relazione diventa come un altro <sé> ), questo filone di studi disegna una nozione di soggettività che è possibile leggere nella fine architettura del cervello.
E’ il < So quel che fai > – come recita il titolo del libro di Rizzolatti e Sinigaglia (8) – dove quel ‘so’ indica un soggetto che, nel percepire il comportamento dell’altro, ne ha ‘cognizione’, lo riconosce per quello che é: lo riconosce come azione intenzionale.
. . . la ‘cognizione’ è qui intesa non nel senso che siamo abituati a dare a questo termine, ma nel senso di segnalare che, a fronte di un’azione intenzionale, si attiva uno specifico sistema di neuroni . . .
L’attività di questo sistema di neuroni specchio è l’espressione del livello più elementare della cognizione, una cognizione incorporata o incarnata (‘embodied’): radicata nel corpo (anzi: nell’inter-corporeità).

Si dice sempre ‘embodied mind’– osserva Gallese – ma di dovrebbe dire ‘bodily mind’ (. . . mente ‘corporale’, o ‘corporea’ piuttosto che ‘incorporata’), perché dire < embodiment > può indurre a pensare che una mente pre-esistente al corpo possa successivamente abitarlo (9).

Non è così, continua Gallese, perché
“mente e corpo sono due livelli di descrizione di una stessa realtà che manifesta proprietà diverse a seconda del livello di descrizione e del linguaggio impiegato per descriverlo” (Gallese 2013, p. 13).

Mi fermo qui, con questo richiamo alla pluralità dei linguaggi di cui abbiamo bisogno quando ci muoviamo fra mente e corpo.

NOTE

(1) – Cahn R. (1998). L’adolescente nella psicoanalisi. L’avventura della soggettivazione. Borla, Roma.
– Richard F., Wainrib S. (a cura di) (2008). La soggettivazione. Borla, Roma. [Prefazione di Widlöcher e contributi di: R. Cahn, A. Carel, C. Chabert R. Käes, B. Penot, R. Roussillon ].
– Novelletto A. (2004). Sé, soggetto, soggettivazione. Adolescenza e Psicoanalisi, IV, 3. Scaricabile dal sito web di Psychomedia < http://www.psychomedia.it/aep/2004/numero-3/biondo.htm >
(2) – Riv.Psicoanalisi, vol 52, pp. 611-614.
(3) – Conrotto F. (2006). È ancora sostenibile che tutti i sogni sono un appagamento di desiderio?. Riv.Psicoanal., 52:615-626. [nota 10, p. 621 ]
(4) – Campanile P. (2008). Identità, soggetto, soggettivizzazione. Riv.Psicoanal., 54:945-956.
– Garella A. (2012). La questione della terza topica e la posizione del soggetto in psicoanalisi. Riv.Psicoanal., 58: 843-864.
(5) Ponsi M. (2013). Di quanto bagaglio teorico abbiamo bisogno? Relazione presentata al Seminario del Centro di Psicoanalisi Romano “Analisti al lavoro. Teoria e pratica nella clinica psicoanalitica contemporanea” (Roma, 7 dic 2013).
(6) – Ponsi M. (2012). Portare alla coscienza l’inconscio? Psiche. Rivista di cultura psicoanalitica: Edizione Online, N.1/2012 “Un problema di coscienza”  http://www.psiche-spi.it 
(7) – Ferruta A. (2008). Crossing the bridge. Identità e cambiamento. Riv.Psicoanal., 54: 905-921.
(8) – Rizzolatti G. & Sinigaglia C. (2006). So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio. Cortina, Milano.
(9) – Gallese V. (2013). Corpo non mente. Le neuroscienze cognitive e la genesi della soggettività e dell’intersoggettività. Educazione Sentimentale, 20 (1): 8-24.
Scaricabile dal sito web dell’Autore  http://www.unipr.it/arpa/mirror/english/staff/gallese.htm