Report a cura di Clelia De Vita

19 settembre 2015 ROMA

La clinica psicoanalitica contemporanea : esperienze psicoanalitiche

(report a cura di Clelia De Vita)

Sabato 19 Settembre si ètenuto a Roma la seconda giornata di confronto e riflessione sull’estensione del metodo clinico; la giornata èstata aperta dalla relazione del nostro Segretario Scientifico, Tiziana Bastianini, che ha sottolineato la volontàdell’Esecutivo di assumere il tema dell’estensione del metodo clinico come area di ricerca permanente, sfida necessaria a che la psicoanalisi stia in dialogo con la contemporaneità.

Tra la “mole di esperienze cliniche che l’estensione della pratica psicoanalitica ha giàprodotto”, sono state raccolte le prime risposte, esperienze e riflessioni prodotte dai soci e dai Centri, che, come variazioni sul tema, hanno girato intorno ad alcune invarianti (setting, transfert etc.), avendo come punto armonico, di partenza e di arrivo, la formazione analitica, matrice, che se ben interiorizzata, permette di incontrare in modo attivo e flessibile diverse realtà (T. Bastianini).

Mentre ci troviamo ad accogliere le variazioni in questione, éopportuno domandarsi, osserva Bastianini, se e come le trasformazioni richieste dalla comprensione e trasformazione della sofferenza psichica, l’incontro con contesti di cura differenti da quello classico, stanno mettendo alla prova il nostro metodo. Si tratta, dunque, di approfondire come l’inclusione di diverse formazioni e processi inconsci determinino costruzioni di nuovi dispositivi, che, a loro volta, mettono alla prova i fondamentali principi del metodo psicoanalitico determinano trasformazioni teoriche come quelle scaturite dall’incontro con differenti aree del funzionamento inconscio; diverse sono le letture dell’accadere psichico da esse scaturite.

Ogni dispositivo, infatti, crea le condizioni per il prodursi di uno specifico processo psicoanalitico e anche, potremmo dire, per la rilevazione di esso. Forme diverse di esperienza psicoanalitica si sono declinate in specifici processi psicoanalitici, realizzati anche per le profonde trasformazioni delle forme di sofferenza psichica e per i “mutamenti che hanno colpito le cornici metapsichiche garanti della stessa possibilità di vita psichica”(T. Bastianini).

La potenzialitàtrasformativa del metodo analitico, che puòconiugarsi con “diverse organizzazioni psichiche del paziente e, piùattualmente con diversi contesti di cura”, si deve tradurre, infatti, nella necessaria parallela estensione dei dispositivi, atti a far emergere la realtà psichica inconscia; la declinazione dei vari setting (oltre la diatriba psicoanalisi e psicoterapia), ci ha giàportato a modificare il dispositivo analizzante originario per poter cogliere diverse forme di espressioni patologiche ma anche diverse fasi dello sviluppo (infanzia adolescenza madre-bambino). Accogliendo, dunque, la trasformazione giàin atto, dobbiamo chiederci, osserva ancora Bastianini, che cosa resiste e permanedegli scopi fondamentali del metodo. “L’estensione del campo clinico e degli oggetti teorici della psicoanalisi esige un parallelo ampliamento della cornice teorica”, poichéoccorre distinguere le forme di esperienza psicoanalitica che rappresentano un ampliamento della nostra cornice concettuale, da quelle che finirebbero per smarrirne le forme originarie.

Ci occorre, dunque, una cornice teorico-concettuale per dar conto delle forme di esperienza e sperimentazione che promuovono “gradienti di funzione analizzante correlati ai diversi dispositivi psicoanalitici, tesi comunque a creare un campo di esperienza che consenta l’instaurarsi e il mantenersi di uno spazio potenziale con una specifica attenzione costante alla dimensione inconscia di ogni divenire soggetto”.

Pensarci come un campo che sta affrontando una specifica e graduale evoluzione, nel continuo divenire del suo oggetto, osserva infine Bastianini, può aiutarci a rintracciare l’assetto che ci ènecessario per esplorare, da un lato, la complessitàdel processo in cui siamo coinvolti, e per cercare, dall’altro, di accogliere e computare ciò che di valido già emerge dai movimenti evolutivi in essere.

Le ”esperienze”, “esplorazioni”, “estensioni”(P. Chiari) presentate nella giornata di studio, possono essere lette come espressioni di una ricerca empirica, mediante le quali riflettere sulle trasformazioni che stanno caratterizzano il metodo, in cerca di una cornice concettuale e di una codifica delle stesse che le renda tramandabili.

Generalizzando, possiamo individuare due categorie di estensioni necessarie, una prima riguarda l’ascolto dell’analista che deve ampliarsi per cogliere gli aspetti sensoriali e percettivi al di làdella parola. Una seconda estensione èquella riguardante la declinazione del metodo applicata in vari setting e a nuovi contesti (come il disagio da migrazione e l’estensione territoriale della psicoanalisi in altre culture).

Sul problema dell’ascolto si èconcentrata la relazione di Anna Ferruta, Segretario del Training. “Occorre fare evolvere le condizioni dell’ascolto analitico”, in quanto, confrontato con le nuove organizzazioni patologiche, l’analista deve offrire un “ascolto analitico aperto a cogliere la carenza dei processi di soggettivazione di esperienze primarie basate sull’affetto e non ancora sul linguaggio, e a offrire uno spazio psichico per andare incontro a ciòche non si conosce, “aspetti del sécon i quali l’analista cerca di trovare i modi per entrare in dialogo, di inventare la lingua che parlano”.

Si tratta di includere, dunque, come gli analisti infantili sanno bene, modalitàdi comunicazione primitive, non verbali, “ripetute al di làdella comunicazione simbolica di parola, reperti implicati anche nel linguaggio verbale ma in altre forme, come prosodia, ritmo, tonalità”(A. Ferruta), riconoscendo valore anche alle immaginazioni controtransferali dell’analista che vanno a cogliere quegli aspetti incistati che vogliono ‘tornare alla luce’(associazioni libere relative alle comunicazioni non verbali, percettive senso motorie, transfert nel campo affettivo senso motorio e non solo in quello pulsionale verso il verbale). La formazione deve mettere l’analista in grado di “ampliare il contenitore mentale per ospitare una pluralitàdinamica in relazione e istituire quel dialogo interiore permanente tra tanti stati del séin attesa di poterli esprimere, lasciandone talvolta alcuni silenti”, osserva Ferruta.

La nostra attrezzatura, dunque, si deve fare piùsofisticata, tale da renderci sismografi capaci di percepire le oscillazioni infraverbali; ma allo stesso tempo, occorreràaccedere ad una mappatura teorica per poter codificare ciòche andiamo imparando affinchédivenga oggetto di ‘trasmissione della prassi’; metodo clinico e articolazione di modelli esplicativi devono andare di pari passo (T. Bastianini).

I modi in cui l’analista si mette in relazione con i contenuti emotivi e con i processi psichici propri e del paziente, tendendo all’accoglimento e integrazione dell’esperienza emotiva, fanno parte di una “tessitura relazionale implicita”(Bastianini) che ci consente di stabilire punti di contatto e analogie; la presenza di invarianti, come il setting, l’attenzione all’inconscio, l’attenzione ai movimenti transferali, ci consentono di rendere alcuni fenomeni comparabili in termini di categorie.

Genericamente possiamo dire che ogni dispositivo dovrebbe creare le condizioni che permettono al paziente, bambino, adolescente, adulto, famiglia, un lavoro di appropriazione soggettiva attraverso la simbolizzazione e trasformazione dell’angoscia (Chiari).

Ma dobbiamo chiederci cosa rende il “setting un ambiente safe”, “se la frequenza, la qualitàdel processo (privilegiare le capacitàsimboliche su modalitàpercettive-sensorio-motorie), o la persona dell’analista (ovvero “il patrimonio personale immaginativo dell’analista), a svolgere il ruolo di strumento trasformativo”(A. Ferruta).

I nuovi disagi della contemporaneitàsempre di piùci fanno toccare con mano la coesistenza di funzionamenti primitivi e simbolici, la presenza di tracce non integrate che ci mette nella condizione di domandarci se la situazione analizzante possa far accedere tali pazienti ad un’integrazione, o se non sia piùappropriato adattare il dispositivo per rispondere a tali necessitàdi cura.

Gli interventi in programma hanno permesso la condivisione di ascolti diversi, pratiche cliniche afferenti a dispositivi psicoanalitici da vari contesti (sedute madre-bambino, sedute di coppia, gruppi multifamiliari etc.), contributi che ci fanno pensare che sia in corso di “costruzione una risposta a misura della domanda”(Bastianini) proprio nell’incontro con forme di sofferenza altrimenti non leggibili.

Potremmo dire che il setting genitore bambino rientra nella costruzione di un dispositivo per aspetti altrimenti non rilevabili; come un bravo polifonista, l’analista infantile deve seguire vari registri di comunicazione, livelli preverbali, tracce sensoriali, scambi verbali, lettura sinestesica della seduta che compone il suo senso per via trasmodale, soprattutto quando nel campo analitico èpresente anche il genitore.

Marco Mastella e Mirella Galeota hanno esemplificato con le loro relazioni la qualitàdelle  “Esperienze psicoanalitiche nelle prime fasi dello sviluppo” (0-2).

Coordinatore del gruppo nazionale Spi sui disturbi Pervasivi dello sviluppo (Autismi), Marco Mastella, attraverso una relazione articolata, ha esplorato aspetti teorici e clinici del lavoro analitico con i bambini piccoli. Una rassegna iniziale sui principali modelli di intervento terapeutico genitore bambino, ha dato modo di far emergere la complessitàdell’intervento precoce e la peculiaritàdel metodo dell’analista infantile, teso a ricreareuna comunicazione affettiva tra bambino e genitore, deformata dal fantasma inconscio genitoriale, fantasma all’origine di quelle proiezioni che interferiscono con l’attaccamento e rischiano di alterare lo sviluppo del bambino. Scopo della psicoterapia genitori-bambini, sottolinea Mastella, èquello di intervenire sui significati costruiti reciprocamente nella relazione, attraverso la lettura dei processi inconsci e dei conflitti che sostengono i comportamenti genitoriali patogenetici.

Ad un secondo livello, Mastella ha dato conto dello stato dell’arte all’interno della Società, nominando le attivitàdi ricerca portate avanti da soci che si stanno occupando di prestare la loro competenza in qualitàdi formatori e di sperimentatori di modelli, in contesti per lo piùistituzionali. Di questa sperimentazione euristica, che tende a raccogliere e riflettere sulle esperienze di allargamento del metodo clinico analitico, ne sono un esempio i due gruppi di studio condotti da Mastella stesso al Centro di Bologna, nei quali, colleghi appartenenti a contesti lavorativi diversi, trovano l’occasione di poter riflettere su materiale esperienziale attraverso la lente del metodo osservativo (Esther Bick), che, grazie all’ascolto analitico del conduttore, permette al gruppo di apprendere dall’esperienza.

Pur se in modalitàdifferenti, nel contesto pubblico rispetto a quello privato, l’analista infantile, osserva Marco Mastella, svolge il ruolo di facilitatore e decodificatore delle fantasie e comunicazioni tra bambino e genitori; chiamato a far parte del gioco dinamico, attivato in seduta, senza perdere il proprio assetto interno, dato dalla sua formazione analitica. La complessitàdegli aspetti messi in gioco nella relazione che si tesse tra analista genitore e bambino, hanno trovato esemplificazione nel caso clinico presentato da Mastella nell’ultima parte della sua relazione.

Sempre nell’ambito dell’esplorazione della complessitàdi lettura e delle possibilitàtrasformative del setting genitore-bambino, la relazione di Mirella Galeotta si èconcentrata sulla funzione dell’analista infantile come catalizzatore delle dinamiche emozionali nelle sedute madre-bambino piccolo, in cui l’analista infantile èchiamato a svolgere la funzione di terzo, capace di contenere la diade madre e bambino, attuando trasformazioni sulla relazione e su entrambi i soggetti, restituendo ricchezza emozionale ad eventi accaduti e non pensati; nel caso presentato da Galeota, la madre ha potuto testimoniare, accogliere e vivere un evento luttuoso, grazie alla presenza dell’analista, capace di attivare uno spazio mentale in grado di restituire valore emotivo agli eventi e alle difese messe in atto da madre e bambino, riparando la relazione.   

La sezione dedicata ai “Dispositivi psicoanalitici e funzione analizzante nei diversi contesti di cura”, (A. Baldassarro, P. Chiari, B. Guerrini, G. Zontini, A. Accursio), ha proposto riflessioni a partire da diversi contesti clinici e teorici.

L’intervento di Baldassarro ha introdotto i lavori sottolineando che, attualmente, “la psicoanalisi si trova a dover competere su un terreno che le èsostanzialmente estraneo, dettato da enormi cambiamenti culturali e scientifici che vanno tutti nella direzione di una tendenza alla semplificazione e alla superficialità”; se da una parte, sopravvive l’idea di  psicoanalisi sia un élan vital, disciplina a se’stante, dall’altra si riscontrano movimenti dall’interno del campo analitico tesi a cercare corrispondenze con criteri scientifici (come nell’attuale attenzione alle neuroscienze).

Deve comunque essere la clinica a guidarci, osserva Baldassarro, ad accogliere le trasformazioni necessarie come quelle che ci hanno portato, nei casi gravi, a “comprendere il paziente piùche ad interpretare”; l’opera postuma di Green “La clinica psicoanalitica contemporanea”, ci invita a riflette sulla natura dell’azione psicoanalitica, azione che trova nel setting un punto di riferimento, poichéèin rapporto ad esso che l’analista analizzeràil suo operato, anche, e soprattutto, quando non lo si puòapplicare; gli insuccessi, che spesso riguardano le situazioni in cui non èpossibile installare il setting, andrebbero, pertanto, indagati per una crescita vera della nostra disciplina.

Forse, osserva Baldassarro, ‘siamo alla ricerca del coefficiente che conferisca all’intervento analitico le sue chance ottimali’, per fornire l’aiuto piùappropriato attraverso anche forme di psicoterapia psicoanalitica, quando l’analisi non èindicata. Pur riconoscendo che la cura classica continua a giocare il ruolo di “modello di formazione”, in certi casi, per dirla con Winnicott, bisogna “cessare psicoanaliticamente di essere psicoanalisti”.

Nel suo intervento, Paolo Chiari si èfatto portavoce del lavoro prodotto, a partire dalla prima giornata sul metodo, dal gruppo di studio del Centro Milanese. Il gruppo èpartito da alcuni quesiti sulla specificitàdel metodo e da alcuni presupposti teorici: la funzione analitica come capacitàdi costruire una risposta a misura sulla domanda; l’ascolto delle comunicazioni inconsce di un soggetto da parte della mente dell’analista; l’attivarsi, nell’incontro analitico, di un’interazione che permetta lo sviluppo transferale e favorisca il processo di integrazione del soggetto.

Il gruppo ha indagato il ruolo dei fattori “spazio temporali”, all’interno della consultazione, cercando di valutare la relazione che essi intrattengono con l’urgenza; esaminando dettagliatamente il lavoro clinico di colleghi che, dopo la consultazione, avevano avviato trattamenti con un setting di una volta a settimana, il gruppo ha cercato di focalizzare le modalitàdel passaggio dalla consultazione alla terapia, le trasformazioni eventuali avvenute, se e quale uso del transfert si era evidenziato nei casi presi in esame. Una variazione significativa nelle varie situazioni cliniche, oltre all’urgenza, èstata, infatti, collegata possibilitàdi usare il transfert.

Il lavoro del gruppo milanese sicuramente riveste un interesse per una riflessione piùampia sull’importanza e specificitàdei primi colloqui di consultazione; su questo tema, tra gli altri, il servizio di consultazione del Centro psicoanalitico di Roma sta portando avanti uno studio teorico-clinico, incentrato sul valore dei primi colloqui come punto di snodo tra la richiesta di aiuto e l’adesione ad un progetto terapeutico o analitico.

In sintesi, “se accettiamo una distinzione fra “analisi” e “intervento terapeutico psicoanalitico”, e su questo non tutti concordano, possiamo dire che nei casi in cui emergano difficoltàa procedere con l’offerta della cura psicoanalitica standard, sia per il carattere di urgenza della crisi emozionale, sia per l’immersione del soggetto in un mondo di esteriorità, che lo pone distante dalle sofferenze preverbali piùprofonde, a lungo allontanate con meccanismi dissociativi e di evitamento, si puòimmaginare un intervento terapeutico psicoanalitico che ha un carattere di brevità; l’ascolto e l’attenzione dell’analista o piùin generale l’assetto onirico della sua mente èdi grande importanza”(Chiari).

Benedetta Guerrini degli Innocenti si èfatta portavoce del documento prodotto da Maria Pierri a proposito dell’interessante iniziativa intrapresa dal Centro Veneto denominata Intersezioni, ovvero dialogo fra saperi diversi; giànel nome l’iniziativa “Intersezioni”sottolinea il crocevia fra Psicoanalisi e Psichiatria, la specificitàdelle rispettive posizioni e competenze, ma anche la necessitàdi individuare punti di incontro, per rimettere in dialogo non solo la psicoanalisi con la psichiatria, ma anche aspetti diversi del paziente. Il gruppo, oltre all’organizzazione di alcune giornate scientifiche in collaborazione con la Sezione Veneta della SocietàItaliana di Psichiatria, piùdi recente ha promosso una riflessione interna e un lavoro di ricerca prettamente psicoanalitico sull’estensione della psicoanalisi alle patologie non nevrotiche e a contesti diversi da quello “classico”, aprendo un dialogo fra analisti del Centro e psichiatri, neuropsichiatri infantili, psicologi e psicoterapeuti, del privato o dei Servizi.

Le prime finalitàindividuate dal lavoro di Intersezioni (come sottolinea Pierri per voce di Guerrini) sono state: 1)il confronto tra analisti  e psichiatri su casi gravi o medio gravi (anche di adolescenti), attraverso una presentazione dettagliata del caso rispetto al contesto organizzativo istituzionale o al setting e alle sue variazioni.2) La ricerca di modelli di collaborazione di “contenimento di base e sopravvivenza”nei casi all’esordio, la “presa in sicurezza”del paziente per riconoscere i movimenti transferali e contro-transferali nei diversi contesti e con le diverse persone impegnate nella cura. 3)Il reciproco aggiornamento e riconoscimento di modalitàcomunicative fra stanza di analisi e ambulatorio psichiatrico (o reparto), dove si evidenzianomaggiormente i pericoli di rottura della comunicazione-cooperazione fra curanti e gli accorgimenti che possono aiutare a comprendere e utilizzare le conflittualità.

Il lavoro di ricerca ha due conduttori, uno psicoanalista e uno psichiatra per i due gruppi che aiutano il gruppo di lavoro ad attenersi sull’obiettivo concordato. Nei primi incontri i punti salienti hanno riguardato l’attenzione ai protocolli dei servizi di psichiatria cosìcome alle teorie che le sostengono (fenomenologica, cognitiva, dinamica, biologica…), il problema della transizione di pazienti adolescenti dai servizi di neuropsichiatria infantile ai servizi per pazienti adulti, le difficoltàaffrontate nel lavoro istituzionale delle comunitànella ricostruzione di una storia di legami affettivi nel casi di pazienti (M. Pierri). Viene sottolineata, dunque, la necessitàdi dialogo con i presidi di cura presenti nel territorio, cercando di applicare il modello analitico per leggere quei passaggi significativi che rendono i pazienti spesso vittime di dinamiche istituzionali patogene.

          La relazione seguente, quella di Gemma Zontini, ha portato l’attenzione sulla sperimentazione avviata nel Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura di cui èresponsabile, attraverso l’introduzione di un gruppo multifamiliare sul modello di quelli di Badaracco, partendo dall’ipotesi che il gruppo avrebbe potuto avviare dei cambiamenti nei pazienti e nelle famiglie che potevano tradursi in una minor durata del ricovero e in una riduzione della terapia farmacologica. I risultati del primo semestre di sperimentazione hanno evidenziato, in prima battuta, la diversa percezione, da parte dei pazienti ricoverati, della qualitàdell’ospitalitàospedaliera. L’effetto dello scambio di comunicazioni attivato dal gruppo multifamiliare, a livello identificatorio e proiettivo, sembra aver apportato, osserva Zontini, una modificazione profonda della percezione fantasmatica del figlio da parte del genitore e, parallelamente “una trasformazione del fantasma di legame con l’oggetto familiare, in particolare materno, sia del paziente sia dei suoi parenti”.

          L’intervento di Virginia de Micco, fuori programma, ha posto l’attenzione su uno dei  ‘main stream’di attualitàinternazionale, ovvero il confronto tra metodo psicoanalitico e disagi delle popolazioni migranti; il sapere psicoanalitico, osserva e De Micco, puòapportare una conoscenza intima del fenomeno migratorio, ma ci obbliga a ‘rimettere al lavoro’, secondo la nota indicazione laplanchiana, la teoria e la clinica psicoanalitica. Nei transiti migratori il problema èrappresentato proprio dalla instabilitàdel sistema culturale di riferimento, il quale subisce una profonda trasformazione. Occorre pertanto “trovare strumenti per pensare la dimensione soggettuale all’interno di una ‘strutturale’instabilitàdi quei referenti metapsichici e meta sociali di cui parla Kaes”.

Il soggetto migrante èdisancorato dai suoi legami psichico e intersoggettivi. I transiti migratori ci confrontano con i cambiamenti della funzione materna come porta-parola e, parimenti, sulla trasmissione psichica e culturale della funzione paterna, contesa tra il simbolico originario e quello adottivo (De Micco).

Su questi temi, alcuni colleghi del Gruppo di Geografie della psicoanalisi (tra cui chi scrive), stanno portando avanti da anni una ricerca e un confronto di modelli, “alla ricerca dei ‘confini’e un ‘lavoro sui confini’, sia psichici che relazionali che culturali”(De Micco). Le future occasioni di riflessioni dovranno, infatti, confrontarsi con l’estensione data dalla diffusione del metodo in altri contesti culturali e sulle traduzioni e trascrizioni a cui sta andando incontro.

          “Il seminario analitico di gruppo sul caso clinico: potenzialitàformative e trasformative del dispositivo gruppale”, nasce dalla collaborazione avviata tra i due Centri di Roma ai fini di aprire un dialogo tra il metodo di lavoro analitico e i Servizi del territorio. Il gruppo si èproposto all’esterno attraverso diverse metodologie di incontro sul colloquio clinico: Supervisioni, condotte da colleghi presso Servizi pubblici, incontri di Intervisione (un lavoro di confronto su un caso rivolto ad una intera equipe), condotti presso la sede di via Panama, seminari clinici, orientati per fasce evolutive, aperte agli esterni. 

Attraverso la possibilitàdi fare un’esperienza diretta del modello analitico, il progetto, insieme ad altre iniziative che i Centri stanno conducendo con Pediatri e Ordine dei Medici, si propone di favorire la riapertura del dialogo con gli operatori dei Servizi e con il territorio.

Il riscontro sul lavoro condotto in questi primi mesi èstato molto positivo, sia per gli incontri di supervisione tenuti presso i Servizi, sia per i cicli seminariali. L’ipotesi èquella di continuare cercando di stabilire forme di collaborazioni piùcontinuative.

         

Tra gli interventi dal pubblico, quello di Giorgio Corrente ha posto l’accento sull’importanza della psicoanalisi di gruppo come ambito specifico di cui la nostra Societàdovrebbe riappropriarsi.  

          A sua volta, Anna Nicolòcitando l’aforisma “il futuro ha un cuore antico”, ha ricordato che l’estensione del modello in vari setting, èesperienza comprovata da anni (basti pensare al lavoro di Racamier con famiglie di pazienti psicotici, o Jacobson con le coppie coniugali, di Zapparoli nelle istituzioni); in modo sommerso, si ètrattato di applicazioni efficaci del metodo psicoanalitico a setting diversi da quello duale. Dunque, il confronto attualmente intrapreso all’interno della società, puòfarci uscire dalla condizione del “si fa ma non si dice”, osserva Anna Nicolò. Concordando con Bastianini e Ferruta, nel sottolineare la centralitàdel funzionamento analitico della mente, che ci consente di mantenerci coerenti col metodo pur nella libertàdi poterlo applicare in altri setting, Nicolòricorda la necessitàuna formazione particolarmente rigorosa dell’analista (sia sul piano dell’analisi personale, delle supervisioni, il suo coinvolgimento in seminari e gruppi di ricerca), quale indicatore interno che permetteràall’analista, di volta in volta, di distinguere quando estendere il metodo e quando rimanere aderente ad esso.

          L’intervenuto di Lucio Sarno ha evidenziato la presenza di un minimo comune denominatore nelle esperienze condivise nella giornata, ovvero, la felice declinazione di una “funzione analitica”, che consiste nella specifica capacitàdi relazione e di ascolto, in grado di rilevare sia le valenze inconsce presenti nei fenomeni clinici “osservati”in modo partecipe, sia le valenze transferali delle relazioni generate, nonchéla capacitàdi eserciziodi una funzione del pensare in grado di attivare la “riabilitazione”di funzioni di simbolizzazione, pensabilitàe contenibilitàpsichica delle esperienze problematiche. La sofferenza generata dalla nostra esposizione quotidiana a situazioni cliniche limite (riferibili a carenzialitàfunzionali e identitarie specifiche) invoca soluzioni tecniche innovative, che dovrebbero essere sostenute da una possibilitàdi ascolto psicoanalitico (oggi purtroppo carente), condiviso nel gruppo di appartenenza al fine di individuare un impianto teorico-metodologico adeguato (Sarno).

          Potremmo dire, che il confronto voluto e aperto dall’Esecutivo in seno alla nostra Società, sta permettendo di passare dal “sospetto al rispetto”, per utilizzare un’espressione di Nissim Momigliano, guardando alle estensioni, nate dalla matrice originaria analitica, come a parti vitali a cui poter dare riconoscimento. 

          Infine, Jones De Luca e Giuseppe Sabuccoci hanno, aggiornato sullo stato dell’arte, fornendoci “Alcuni dati sulla nostra professione”, attraverso due relazioni efficaci che hanno mostrato, in modo chiaro, i numeri, relativi alla tipologia di trattamenti e alla qualitàdi essi, fornrndo un riscontro oggettivo del nostro “essere ancora vivi”, forse anche perché, oltre all’analisi classica, “facciamo tante cose”(De Luca).

6 novembre 2015

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