Pagine di Psicoanalisi. Bergamo 17 novembre 2018. Report di Silvia Anfilocchi

Presentazione del libro curato da Lucia Fattori e Gabriella Vandi Psicoanalisi e fede: un discorso aperto (FrancoAngeli, 2017) nel ciclo Pagine di Psicoanalisi (Bergamo, 17 novembre 2018)

Report di Silvia Anfilocchi

 

            Pagine di psicoanalisi da diversi anni è un appuntamento fisso per i bergamaschi, che grazie a questa iniziativa, hanno potuto conoscere e ascoltare dal vivo i numerosi psicoanalisti invitati da Rita Corsa a presentare i loro libri nell’ambiente caldo e familiare della libreria Palomar, storico spazio culturale del centro cittadino.

Lo scorso sabato 17 ottobre abbiamo avuto il piacere di incontrare Lucia Fattori (Padova) e Gabriella Vandi (Rimini), curatrici di Psicoanalisi e fede: un discorso aperto, edito da Franco Angeli nel 2017. All’evento era presente anche Ambra Cusin (Trieste), una delle autrici.

Rita Corsa, dopo aver brevemente introdotto i lavori e segnalato la sua recensione del libro su SPIweb,  ha presentato il gruppo di psicoanaliste nel quale è nata l’idea di indagare un argomento alquanto spinoso e poco frequentato: i rapporti tra la fede, la religiosità e la pratica psicoanalitica. Ambra Cusin  ha precisato che il libro non è frutto del lavoro del gruppo, ma il risultato dell’approfondimento di un interesse stimolato dalle discussioni del gruppo da parte di alcune partecipanti.

 

Rita ha lasciato introdurre il testo al collega bergamasco Claudio Nicoli, che ha catturato l’attenzione dei presenti in sala confessando «la sorpresa di essersi trovato a divorare le pagine di Fede e psicoanalisi».

Qualcosa di simile deve essere successo al pubblico, forse inaspettatamente ampio, visto il tema non facile né popolare, che ha seguito con attenzione il discorso delle autrici ampliandolo con riflessioni e interventi puntuali.

Nicoli ha concluso il suo intervento suggerendo un’immagine che le autrici hanno ripreso e messo al lavoro: l’ipotesi che all’origine della fede ci sia la capacità, la necessità di affidarsi fiduciosamente nelle mani di qualcuno, un’esperienza che ha origine nella relazione primaria, con la madre e il padre, con i genitori che ci amano, anche se certamente, come ha precisato Vandi, non è possibile stabilire alcuna relazione causale tra l’accoglimento iniziale e il sentimento della fede.

 

Un filo conduttore della serata ha ribadito che la posizione netta di Freud sulla religione ha complicato il rapporto tra la psicoanalisi e la fede. Uomo di scienza con una visione marcatamente illuministica e positivista, egli ha nettamente contrapposto il valore della ragione a quello della fede dichiarandosi orgogliosamente laico ed ha influenzato sia gli allievi diretti, sia gli psicoanalisti delle generazioni successive che hanno rischiato, come ci hanno mostrato le autrici, una sordità pregiudiziale nei confronti della fede e di dare scarsa accoglienza agli aspetti di spiritualità del mondo interno dei pazienti. Anche se Freud ha mantenuto per oltre tre decenni una fitta corrispondenza e un’amicizia sincera con un uomo di chiesa, il pastore Pfister, con il quale ha dibattuto sui temi della fede e della religione, che sono al centro di alcuni suoi lavori fondamentali.

Certamente, è stato ribadito anche dagli interventi del pubblico, la religione e il rapporto dell’uomo con Dio al tempo di Freud erano molto diversi da quelli del mondo contemporaneo, e il modo in cui Freud ha interpretato, e criticato, l’atteggiamento religioso va storicizzato.

Fede e psicoanalisi vuole mostrare come oggi gli psicoanalisti possano avere una posizione diversa e, senza tradire Freud, aprire uno scambio e un confronto su temi religiosi.

 

Nell’accurata presentazione dei loro contributi, le autrici hanno reso omaggio a tutti i colleghi con cui hanno collaborato alla stesura del libro e ad altri, come Sophie de Mijolla-Mellor e Julia Kristeva, che in ambito internazionale sono state tra le prime ad esplorare il bisogno di credere dell’essere umano da una prospettiva psicoanalitica.

 

Inverto l’ordine delle presentazioni e comincio riferendo succintamente il discorso di Lucia Fattori che ha dipanato questioni fondamentali, enunciando la differenza tra bisogno di credere e religiosità: possiamo credere, abbiamo bisogno di credere, ma l’oggetto della nostra credenza può essere vario. Le domande che l’uomo si pone da sempre, ci ha ricordato Fattori, sono due: «Dio esiste?» e «se Dio esiste, è buono?». Freud aveva scelto di occuparsi solo della seconda e di interrogarsi sulle qualità del Dio con cui l’uomo si rapporta, mentre ha sempre evitato di prendere in considerazione il dio dei filosofi, come lo definiva in termini spregiativi, il dio su cui i filosofi hanno ragionato per astrazione, costruendo «un’idea di dio che impallidisce di fronte al Dio delle religioni storiche», l’unico di cui riteneva valesse la pena di occuparsi.

Lucia Fattori ha quindi mostrato come la posizione degli psicoanalisti oggi, possa essere più libera e aperta, indipendentemente dal loro essere laici o credenti, accennando a due casi clinici in cui la perdita della fede in pazienti, che ne avevano fatto fino a quel momento un aspetto fondante della propria identità, è stata un’occasione di crescita e arricchimento anche per gli analisti che li hanno accompagnati in una esperienza dolorosa ed estraniante.

 

Ambra Cusin ci ha ricordato come sia psichicamente faticoso rinunciare a crearsi una qualche rappresentazione mentale di Dio, ma come questa rinuncia sia indispensabile per accedere a una pensabilità più ampia e a una fede matura ed evoluta, come può essere la fede in Dio, in un’idea, nella psicoanalisi e nel lavoro analitico. Allo stesso modo il compito degli analisti consiste in un esercizio di rinuncia a crearsi una rappresentazione del paziente per non costringerlo nei propri schemi, mentali e teorici. L’analista, ha dichiarato Cusin, deve poter accogliere nella propria impensabilità ogni paziente.

La psicoanalista triestina ci ha invitati a riflettere sul fatto che l’esperienza psicoanalitica non è estranea al credere nel senso più ampio, a cominciare dalla posizione dell’analista che crede nella realtà psichica dei suoi pazienti; del paziente che ha fiducia nell’analista; dell’analista e del paziente che devono entrambi avere fede nell’analisi. La fede nel paziente è alla base del silenzio dell’analista che, mentre lo accoglie, gli permette di mostrare lentamente come si costruisce il suo pensiero.

 

Gabriella Vandi ci ha mostrato che credere è relativo a conoscenze difficili da indagare, e che il bisogno di credere ha una radice pulsionale comune con il bisogno di sapere, derivando entrambi dal bisogno di avere certezze, di sentirsi amati e riconosciuti.

Richiamando lo scambio con Romain Rolland e lo stato di beatitudine fusionale, che Freud ha indicato come «sentimento oceanico» dicendosi incapace di poterlo sperimentare, la Vandi ci ha presentato l’ipotesi di una studiosa che ha analizzato come per Freud fosse impossibile credere in Dio per via della sua storia personale. Freud modellava l’immagine di Dio sulla figura prevalente nella Bibbia, quindi la fede coincideva per lui in una sorta di sottomissione al Padre onnipotente e restava legata a bisogni infantili.

È a partire da autori successivi, come Winnicott e Bion, e dal loro approfondimento del rapporto con il materno, che abbiamo ereditato i concetti che ci consentono di esplorare il sentimento della fede.

 

La discussione ha appassionato tutti i presenti che si sono trattenuti fino a che è stato possibile (se non fosse sopraggiunta l’ora di chiusura della libreria, il dialogo si sarebbe sicuramente protratto ancora a lungo) e si è conclusa con un divertente scambio tra Fabio Benini e Ambra Cusin: il primo sosteneva che Freud non parlasse una parola di ebraico mentre la seconda, che è stata aiutata da persone esperte ad avvicinare la cabala, è certa che almeno un po’ di ebraico Freud lo masticasse.

 

 

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