Resoconto della “Giornata sul Lavoro” , Milano 22 gennaio 2011

A cura di Laura Contran


Si è svolta a Milano il 22 gennaio presso il CMP la seconda giornata di discussione libera sul tema Il Lavoro, in vista del Congresso Nazionale (Le giornate italiane nel 2012).
In apertura, il Segretario scientifico del CMP Giovanni Foresti ha presentato l’organizzazione della giornata e nel ricordare quanto affermato da Freud per cui "un uomo è sano quando è in grado di amare e di lavorare", ha sottolineato la crucialità del tema scelto per questo incontro.
Presenti in sala, in qualità di interlocutori esterni, Gilberto Creston (CGIL), Piero Bassetti (già Presidente della Regione Lombardia), Giovanni Scibilia (redazione di "Aut Aut" e Amministratore Delegato per l’Italia di Added Value).
L’epoca in cui viviamo è attraversata da cambiamenti radicali a livello sociale, economico e culturale, che coinvolgono sempre di più sia l’individuo sia la collettività, ma che sono altresì accompagnati da un senso diffuso di frammentazione, precarietà ed incertezza, oltre alla perdita di riferimenti storici. Opinione condivisa dagli psicoanalisti è che gli effetti e le conseguenze di tali processi di trasformazione entrino, inevitabilmente, nella stanza d’analisi.
La visione di due filmati – alcuni brani di un’intervista di Rossella Valdrè a Sergio Cofferati e alcune scene tratte dal film "Videocracy – Basta apparire" (2009) – hanno dato l’avvio alla discussione del gruppo nella sessione plenaria.
Gli interventi dei colleghi sono stati numerosi e articolati; le riflessioni psicoanalitiche si sono incontrate e confrontate con altre forme di pensiero: filosofico, politico, sociologico. Uno spunto importante, considerato l’argomento, è stato il richiamo alla visione hegeliana sulla dialettica servo-padrone da cui deriva il riconoscimento del soggetto attraverso il lavoro. Freud, nel suo saggio "Il Disagio della civiltà", riteneva che il lavoro fosse strutturale al funzionamento sociale dal momento che sul lavoro viene spostata "una forte quantità di componente libidica" che implica una certa quota di "sublimazione".
Si è posto, tuttavia, l’interrogativo se, oggi, il lavoro sia ancora da considerare un "luogo" di riconoscimento e identificazione.
Infatti, se è vero che il lavoro rimane un elemento fondamentale della stabilità individuale e sociale, dobbiamo, tuttavia, constatare che la crisi economica ha introdotto nuove variabili con le quali ci dobbiamo – e dovremo – confrontare nel tempo: ad esempio il problema della disoccupazione o "inoccupazione" o quello della cosiddetta "flessibilità", condizione lavorativa che spesso coincide con quella di "precarietà". Tali cambiamenti comportano, infatti, soluzioni lavorative senza continuità, che aprono all’incertezza e all’impossibilità "di vedere il futuro".
Occorre inoltre tenere presente – è stato sottolineato – lo sviluppo (e il potere) delle nuove tecnologie, per cui i parametri di riferimento spazio-temporali sono completamente cambiati e stanno cambiando più velocemente della nostra psicologia, già a partire dalla rivoluzione culturale rappresentata da Internet e dai nuovi modi di rapportarsi alla "conoscenza".
Tali prospettive, cariche di incognite, riguardano in particolare gli adolescenti e, più in generale, i giovani e la loro " formazione" personale oltre che professionale, intesa anche come trasmissione del sapere: acquisizione di strumenti per realizzare delle prestazioni, o un percorso che porta a una costruzione del Sé? Come vivono i giovani quell’ "apprendistato" necessario che permette loro di accedere a un’identità professionale? E, ancora, com’è cambiato il loro rapporto con le figure genitoriali e, più in generale, con l’autorità?
Nell’era post-moderna e post-paternalistica, la "dissolvenza del sistema edipico" fa emergere aspetti narcisistici caratterizzanti questa nuova economia psichica, nella quale predomina il godimento in quanto uso "sregolato" degli oggetti di consumo che sempre di più sembra orientare i soggetti e che ha preso il posto di una dialettica del desiderio fondata sul riconoscimento.
A tale proposito l’episodio tratto dal film Videocracy – il racconto di un giovane operaio che lavora in fabbrica e trascorre il resto del suo tempo ad allenarsi duramente per diventare come Van Damme e Ricky Martin, coltivando il sogno di approdare sulla scena televisiva, – esprime emblematicamente come, a livello dell’immaginario, il riconoscimento soggettivo abbia valore solo se convalidato da un effetto di massa: un riconoscimento pubblico e mediatico. Ci stiamo confrontando con una perversione etica favorita dal fatto che il gap tra la dimensione idealizzata scissa e la gente comune è diminuita.
In quanto psicoanalisti possiamo constatare le ripercussioni di quanto sta avvenendo: ad esempio sulla scarsa disponibilità dei pazienti ad accettare il numero delle sedute e i tempi "lunghi" dell’analisi, vuoi per mancanza di tempo o perché prevale la "fretta" di stare bene. Ma esistono degli aspetti di criticità anche per quanto riguarda il trattamento delle nuove forme di sofferenza psichica, che si connotano sempre più sul versante melanconico piuttosto che sul registro del lutto e della sua elaborazione. Come hanno osservato alcuni colleghi, riferendosi a situazioni cliniche, la perdita del posto di lavoro (ma anche un investimento totalizzante rispetto al lavoro), produce negli individui vere e proprie crisi identitarie che mettono in luce profonde fragilità narcisistiche.
Infine, ritornando alla specificità del nostro lavoro di psicoanalisti e quindi del nostro "setting", sono emersi diversi interrogativi sull’opportunità (o necessità) di introdurre nella pratica clinica elementi di maggiore "flessibilità", che sappiano però mantenere una continuità con i principi di fondo che contraddistinguono l’esperienza analitica.

Nella sessione pomeridiana sono proseguiti i lavori in piccoli gruppi per un approfondimento dei temi emersi nel corso della mattinata.

Per chi fosse interessato, sono stati indicati due libri attinenti gli argomenti trattati:
– Richard Sennett, L’uomo artigiano, Feltrinelli.
– Benjamin Barber, Consumati. Da cittadini a clienti, Einaudi.


Gennaio 2011