Riva Crugnola C.

Alle origini del dialogo: affetti, condivisione e interpretazione(1)

Cristina Riva Crugnola
Membro associato Centro Milanese di Psicoanalisi
Professore Associato Psicologia dello Sviluppo – Università degli Studi di Milano – Bicocca

Se consideriamo l’origine dell’esperienza psichica del bambino troviamo l’incontro con un “altro” che si prende cura di lui, condividendo affetti positivi e negativi, giungendo in un primo tempo alla creazione di significati preverbali condivisi e, in un tempo successivo, di significati verbali che potranno assumere la forma di narrazione di episodi emotivi. Condividere un’emozione, sentendosi “connesso” con un altro significativo, costituisce la base per le successive esperienze di intimità, ma anche per il senso di continuità di sé che il bambino sviluppa, divenendo soggetto. Fondamentale è in quest’ottica la capacità del genitore di entrare in contatto con tutti gli stati emotivi del bambino, creando in quest’ultimo sentimenti di fiducia in se stesso e nel fatto che le proprie emozioni possano essere accettate e riconosciute. Se questo non avviene, o perché i genitori non condividono o perché rifiutano gli stati emotivi del bambino, quest’ultimo si formerà modelli relazionali difensivi, fondati sull’esclusione delle emozioni non rispecchiate e validate dai caregiver.
La ricerca evolutiva degli ultimi decenni ha dato contributi significativi per la conoscenza delle prime forme di dialogo intercorrenti tra genitore e bambino, fornendo alla psicoanalisi una chiave preziosa per comprendere l’assetto relazionale dei pazienti e della stessa relazione terapeutica (Fonagy, 2001; Seligman, 2003). In questo lavoro vorrei soffermarmi su alcuni temi della ricerca evolutiva al proposito e sul loro impatto sul lavoro psicoanalitico, anche con un breve esempio clinico.
Il primo di questi temi riguarda le ipotesi secondo le quali nelle fasi precoci dello sviluppo infantile si formano modelli interazionali originati dalle esperienze con genitori, caregiver e “altri significativi”, basati sulla generalizzazione di tali esperienze e degli affetti correlati. Questi modelli costituiscono una conoscenza relazionale implicita (Lyons-Ruth, 1998, 2003), legata alla memoria procedurale attiva dalla prima infanzia, precedente la conoscenza di tipo semantico-linguistico legata alla memoria dichiarativa consapevole, e funzionano da guida per le successive esperienze relazionali nel ciclo della vita. In questa accezione la conoscenza relazionale implicita, fondata sulle modalità “di essere con” che il bambino sperimenta nelle sue esperienze di essere accudito, costituisce la matrice dei modelli operativi interni di attaccamento individuati da Bowlby (1988) e, nell’ambito psicoanalitico, ha punti di sovrapposizione con il “conosciuto non pensato” descritto da Bollas (1987), inteso come l’esperienza preverbale che il bambino ha della madre e del suo “sistema di cura”
Ma qual è la sostanza che la caratterizza? L’insieme delle ricerche evolutive (Riva Crugnola, 2013) evidenziano la tendenza del neonato a intrattenere relazioni con genitori e caregiver sulla base di una duplice motivazione: ottenere sicurezza e regolazione emotiva, instaurando legami di attaccamento, condividere emozioni e significati rispondendo a una innata tendenza intersoggettiva (Stern, 2004a). Seguendo questa prospettiva, il neonato possiede una competenza comunicativa volta a condividere con i suoi partner, in primo luogo, stati emotivi e, successivamente, intenzioni e significati (Trevarthen, Aitkin, 2001). Tale competenza è alla base della coordinazione di stati emotivi e mentali che si viene a creare tra il bambino e il genitore fin dai primi mesi di vita, un processo che procede per rotture e riparazioni, con un continuo passaggio da stati coordinati alla loro rottura per arrivare a nuove sintonizzazioni che espandono la consapevolezza di entrambi (Tronick, 2008)
Il secondo tema delle ricerca evolutiva che riveste un particolare interesse per il lavoro clinico riguarda il carattere bidirezionale che caratterizza il dialogo genitore/bambino: rispetto alla richiesta di regolazione affettiva e di condivisione di stati mentali che il bambino rivolge al genitore centrale è infatti la responsività che quest’ultimo adotta nei suoi confronti, mostrandosi emotivamente disponibile (Emde, 2004), rispondendo in modo contingente alle sue comunicazioni (Beebe, Lachman, 2002), rivelandosi in grado di sintonizzarsi e di condividere gli stati emotivi positivi e di regolare e contenere quelli negativi, riparando le rotture della comunicazione (Tronick, 2008). Laddove quest’ultima competenza appare arricchire a livello di ricerca osservativa quella descritta da Bion (1962) a livello clinico a proposito della capacità della madre di elaborare le emozioni negative proiettate dal bambino, trasformandole attraverso la propria rêverie. Fondamentale a questo riguardo è anche la capacità del genitore di essere riflessivo nei confronti del figlio, di concepirlo cioè fin dalla nascita come soggetto di stati mentali (Fonagy et al., 2002), rendendogli possibile interiorizzare tale capacità, in particolare quella di riflettere sui propri stati affettivi (Jurist, 2005).
A partire da queste risultanze è stato ipotizzato che anche nella relazione tra analista e paziente si attivano i modelli relazionali formatisi nella prima infanzia e consolidatisi nell’età adulta (Clyman, 1991; Pally, 2007; BCPSG,1998). Un obiettivo centrale del lavoro terapeutico si delinea in quest’ottica la trasformazione di tali modelli qualora disfunzionali e fonte di sofferenza. La relazione analitica può permettere in questo modo al paziente di ricontestualizzare e risimbolizzare le sue modalità relazionali e di attaccamento inscritte nella memoria procedurale e al contempo di farne emergere di nuove. Sulla base della ricerca evolutiva possiamo infatti presupporre una tendenza relazionale presente nel paziente fin dalle prime battute del dialogo analitico, anche se all’inizio in modo parziale, volta alla ricerca di un “oggetto nuovo”, un “altro significativo”, in grado di saturare quei bisogni di connessione intersoggettiva e di sicurezza emotiva rintracciabili fin dalla prima infanzia. La relazione terapeutica può diventare in questa prospettiva, usando le parole di un saggio anticipatorio di Loewald (1960), “una relazione nuova e speciale” in grado di venire incontro alle richieste evolutive per le quali il paziente di fatto si è rivolto attivamente all’analista, chiedendogli aiuto. L’analista, attraverso la capacità ricettiva che rivolge al paziente, si propone in questo modo come oggetto trasformativo rispetto a quest’ultimo in primis rispetto alle sue prime esperienze di essere stato oggetto di cure (Bollas, 1987).
Alcune di queste ipotesi le troviamo in nuce in uno degli scritti di Freud (1913) sulla tecnica analitica dove egli evidenzia come il paziente sia guidato da un’aspettativa positiva a costruire con l’analista una relazione di attaccamento, non unicamente riconducibile alla riedizione di relazioni passate, sottolineando come “la prima meta del trattamento” sia proprio quella di “legare il paziente alla cura e alla persona del medico”:
La prima meta del trattamento rimane quella di legare il paziente alla cura e alla persona del medico. A questo scopo non occorre far altro che lasciargli tempo. Se gli si dimostra un interesse serio, se si eliminano accuratamente le resistenze che compaiono all’inizio e si evitano passi falsi, il paziente sviluppa da solo tale attaccamento e inserisce il medico tra le immagini di quelle persone dalle quali è stato abituato a ricevere il bene.(1913, pp.348-349) [il corsivo è mio]
Ma come può avvenire tale trasformazione a livello del trattamento psicoanalitico? Questo tema è stato affrontato da prospettive tra loro contrapposte. Una di queste è quella sostenuta da Stern (2004b) e dal Boston Group (BCPSG, 1998, 2010), i quali assegnano al dialogo analitico, considerato nella sua globalità e nelle sue caratteristiche preverbali e implicite, un ruolo cruciale. Secondo tale prospettiva, il dialogo che intercorre tra paziente e analista può contribuire a creare nuovi modelli relazionali e nuovi significati impliciti, attraverso la condivisione/sintonizzazione da parte dell’analista con le esperienze del paziente, l’accoglimento delle sue emozioni e la loro validazione, processi che, per larga parte, prescindono dallo scambio verbale e dalla consapevolezza.
Un’altra prospettiva è quella che, fondandosi sul costrutto di funzione riflessiva, ipotizza che per modificare l’assetto procedurale del paziente si debba potenziarne la capacità riflessiva rispetto alle sue aspettative relazionali implicite, espresse nella stessa relazione transferale (Fonagy, 2001). Tale potenziamento può contribuire a creare, oltre che nuovi significati, anche nuovi collegamenti cerebrali (in particolare nell’area della corteccia prefrontale), in grado di inibire e controllare quelli legati alla memoria procedurale pregressa fino a modificarli (Pally, 2005). Le modificazioni ottenute potranno consolidarsi, attivando nuove aspettative relazionali, divenendo con il tempo loro stesse processi non consapevoli.
Come superare la contrapposizione tra componenti relazionali/implicite e verbali/interpretative alla base del lavoro clinico? Un punto di vista che può contribuire a superarla è concepire gli interventi di commento, chiarificazione e interpretazione che l’analista rivolge alle comunicazioni del paziente come in grado di influire sui modelli relazionali inconsapevoli di quest’ultimo, se capaci nell’hic et nunc di sintonizzarsi con la sua esperienza emotiva, implicando in lui, come correlato soggettivo, quello del “sentirsi capito” (Kernberg, 1984; Eagle, 2011; Ponsi, 2000). L’attività interpretativa, prevalentemente, anche se non esclusivamente, di tipo verbale dell’analista, se condivisa con il paziente, acquista in quest’ottica una valenza relazionale “forte” in quanto contribuisce a creare un match tra paziente e analista simile a quei match di stati emotivi, caratterizzati da “connessione” e sicurezza che il bambino vive con i suoi caregiver, implicando un impatto trasformativo sulle sue modalità relazionali implicite oltre che su quelle simboliche(2). In questo modo il lavoro analitico, se fondato sulla condivisione emotiva tra paziente e analista (Nissim, Robutti, 1992), costituisce la base per trasmettere strumenti di simbolizzazione e trasformazione delle emozioni (Di Chiara, 2003; Ferro, 2007; Foresti, 2013;Vallino, 2009), incrementando la capacità di regolazione e di riflessività del paziente e permettendogli di sperimentare nella relazione analitica nuovi modi di “essere con” mediati dalla condivisione di affetti e significati impliciti ed espliciti.
In questo contesto di particolare utilità si rivelano i concetti di responsività (responsiveness) e di disponibilità emotiva (emotional availability) studiati dalla ricerca evolutiva a proposito della competenza genitoriale. Responsività e disponibilità emotiva appaiono in quest’ottica ingredienti di base dell’attività analitica, costituendo lo sfondo da cui può dipanarsi il dialogo analitico nelle sue diverse sfaccettature transferali e controtransferali. In un saggio degli anni ’60, anticipatorio al pari di quello coevo di Loweald citato sopra, Nacht (1962) definisce tali ingredienti “open heartedness”, mentre Bowlby (1988) li descrive come avere una “mente aperta” verso tutti gli stati affettivi del paziente.
Quanto detto finora può essere chiarito da alcuni aspetti dell’analisi da me condotta con Arianna, una giovane donna con una storia difficile di trascuratezza e maltrattamento psicologico e fisico da parte della madre acuitasi dopo la morte traumatica del padre. L’analisi è stata condotta cercando di coniugare il metodo psicoanalitico con costrutti mutuati dalla ricerca sull’attaccamento.
Utilizzando la prospettiva dell’attaccamento, il modello di attaccamento di Arianna nei confronti delle proprie figure genitoriali appariva all’inizio dell’analisi insicuro/preoccupato con aspetti di disorganizzazione rispetto al lutto e ai maltrattamenti subiti (Main, 2000). Nella prima fase dell’analisi Arianna appare infatti intensamente coinvolta nella relazione con la madre, rispetto alla quale inizia a manifestare intensi sentimenti di rabbia; contemporaneamente è alla ricerca anche della sua approvazione, oscillando continuamente nelle sedute tra rabbia e desiderio di ottenere da lei riconoscimenti e affetto. Anche rispetto ai maltrattamenti subiti essa oscilla tra l’attribuirne la responsabilità alla madre e assumersene invece la colpa, dimostrando aspetti di incoerenza e disorganizzazione rispetto a tali esperienze.
Complessivamente il lavoro analitico si è svolto a differenti livelli. Un primo focus del lavoro si è incentrato sulla “narrazione” degli episodi e, più ampiamente, delle vicende cronicamente traumatiche vissute da Arianna. Importante a questo proposito è stato nel dialogo analitico il riconoscimento e la validazione della trascuratezza e del rifiuto materno e, parallelamente, dei sentimenti di rabbia, delusione e solitudine vissuti da Arianna, favorendo in lei l’integrazione di esperienze e sentimenti precedentemente scissi e, al contempo, un approccio maggiormente realistico alla sua storia. Nel corso dell’analisi Arianna passa infatti dalla confusione rispetto alla proprie esperienze al riconoscimento dei suoi aspetti più salienti, raccontati più e più volte nel corso delle sedute, quasi a saggiarne la veridicità insieme alla comprensione delle modalità utilizzate per fronteggiarle (passività, auto-colpevolizzazione, scissione).
Un secondo livello cruciale del lavoro analitico è stato quello di aiutare la paziente a regolare l’intensità dei sentimenti emergenti, smorzandone l’eccessiva attivazione e i vissuti persecutori, e permettendone al contempo la piena espressione. A questo proposito da parte mia è stato importante mantenere una disponibilità emotiva e un’apertura mentale (open mind) verso l’intera gamma dei sentimenti vissuti dalla paziente, manifestando tolleranza verso i suoi andirivieni tra il sentirsi vittima, colpevole o vendicatrice. In alcune sedute la rabbia e la rivendicazione di Arianna verso la madre non si placavano (“l’ammazzerei di botte”), investendo in toto il campo analitico e ponendomi in una condizione di impotenza e scoraggiamento simile a quella vissuta dalla paziente nei confronti della madre maltrattante, con la quale in quelle sedute essa appariva di fatto identificata. In altri momenti essa reagiva alla riemergenza di vissuti traumatici con passività e rimuginamento, provocando in me reazioni controtransferali che si manifestavano in interventi con aspetti direttivi volti a fronteggiare la condizione di helplesseness della paziente.
In un secondo tempo il lavoro clinico ha avuto l’obiettivo di potenziare la capacità riflessiva della paziente rispetto agli stati emotivi propri e altrui emergenti nelle sedute. In questo modo essa è riuscita non solo ad esprimere e regolare i suoi affetti, ma anche a mentalizzarli, dando un nome a sentimenti che all’inizio dell’analisi apparivano confusi e poco definiti e reinterpretandone il senso alla luce della sua nuova modalità di “pensare” le relazioni. Molto importante a questo riguardo è stata la possibilità di comprendere meglio attraverso il lavoro analitico gli stati mentali della madre e di altre figure vissute come trascuranti e della loro peculiarità rispetto ai propri. A questo proposito molto utile per il lavoro con Arianna è stato il costrutto messo a punto da Jurist (2005), nell’ambito della teoria della mentalizzazione formulata da Fonagy, di affettività mentalizzata (Fonagy, Gergely, Jurist, Target, 2002). Secondo tale prospettiva l’affettività mentalizzata consiste nella capacità del soggetto di riflettere in modo specifico sugli stati affettivi, propri e altrui, giungendo a una loro chiara espressione e regolazione e al contempo attribuendo loro nuovi possibili significati (“new meaning in old affects”, Jurist, 2005).
Nel complesso se consideriamo la relazione analitica con Arianna dal punto di vista dei modelli relazionali attivatisi nel corso delle sedute a livello di “conoscenza relazionale implicita”, essa sembra averle permesso la creazione di nuovi schemi relazionali del tipo: “posso stare con te senza essere traumatizzata/ti ascolto senza svalutarti o maltrattarti”, “posso condividere con te le mie emozioni senza che siano invalidate/accolgo le tue emozioni senza rifiutarle”. Tale creazione è stata possibile attraverso la comprensione delle modalità transferali/controtransferali attivatisi nell’analisi che tendevano a riprodurre quelle sperimentate dalla paziente nei confronti della madre e delle altre figure trascuranti: “ho bisogno di te, non mi aiuti a sufficienza/mi stai esasperando con le tue richieste, mi costringi a rifiutarti o maltrattarti”, “non ti sopporto, esprimo tutta la mia aggressività senza preoccuparmi di te/non posso reagire, rimango passiva”, modalità, quest’ultima, assunto a tratti attivamente dalla paziente stessa nei miei confronti.
Utilizzando la prospettiva dell’attaccamento, possiamo concludere ipotizzando che la relazione analitica sviluppatasi nel corso dell’analisi sia diventata una base sicura per esplorare con “mente aperta” gli stati mentali di Arianna e quelli delle figure incontrate nella sua esperienza. In questo modo Arianna sembra essere approdata, alla conclusione dell’analisi, a uno stato della mente maggiormente sicuro rispetto all’attaccamento, nell’ambito del quale ha potuto reintegrare le esperienze traumatiche vissute. Il dialogo che ne è scaturito si è fondato congiuntamente – così ci sembra – sulla responsività dell’analista e sul lavoro interpretativo condiviso tra analista e paziente sorretto dalla ricerca attiva da parte di quest’ultima di un oggetto “nuovo” non maltrattante, ricerca rintracciabile, almeno per una parte, fin dalle prime battute di tale dialogo.

Note

(1)Vorrei ringraziare qui Andreina Robutti e Paolo Chiari con i quali ho discusso a lungo in questi anni intorno ai temi che tratterò in questa relazione, avendo da loro un contributo importante per il loro approfondimento.
(2)Uno studio (Waldron et al., 2004) basato su casi di psicoanalisi registrate, evidenzia come l’efficacia delle interpretazioni dell’analista, valutata rispetto alle successive comunicazioni del paziente, fosse maggiore se esse erano caratterizzate dalla sintonizzazione dell’analista con l’esperienza emotiva del paziente.

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