Rossella Valdré

“Mirrors on the screen”

Una riflessione su Lo specchio sullo schermo: cinema e psicoanalisi

Basilea, 26° Congresso F.E.P:, 21-24 Marzo 2013
Formlessness: Deformation, Transformation 

Uno dei Panel del sabato pomeriggio ha proposto uno stimolante approfondimento su un tema, come si sa, a me caro: l’affascinante, inesauribile legame tra cinema e psicoanalisi. I tre Autori del panel ‘Mirros on the screen’ – Andrea Sabbadini, Simonetta Diena e Giuseppe Civitarese – hanno scelto di cogliere un’angolatura, un coté particolare non solo del rapporto di cui già molto si è scritto tra cinema e psicoanalisi, ma potremo dire del felice parallelismo tra il cinema come specchio (o meglio: specchi) e la funzione del rispecchiamento nella vita psichica umana.

Se è vero come scriveva Christian Metz nell’ormai classico “Cinema e psicoanalisi”[1] che il cinema è effettivamente come uno specchio che ci permette, con le sue mille ambiguità, di proiettare e giocare simbolicamente con le varie parti di noi riprodotte nei personaggi, è anche vero che esso è però essenzialmente uno “specchio secondo”, funzionale e fruibile solo se ve n’è stato uno precedente, primario. Che cosa vuol dire con questo? Che l’immaginario del cinema presuppone la capacità e l’accesso al simbolico, consente un’identificazione ed un’elaborazione secondaria possibile a patto che sia avvenuto, nell’infanzia del soggetto, quel rispecchiamento primario, madre-bambino, che apre la strada ad ogni possibilità di simbolizzare e di usufruire di successivi spazi potenziali. “Lo spettatore deve prima aver conosciuto lo specchio primordiale (…) – prosegue il nostro Autore – perché lo specchio secondo dello schermo si basa sul riflesso e sulla mancanza”.[2]

 Mi sono soffermata su questa premessa di Metz perché mi pare che ben rappresenti l’intento, direi il fil rouge sotteso a tutti e tre i lavori del Panel, seppur declinato in maniera differente da ciascuno: lo schermo cinematografico come possibilità unica, speciale, di proiettare aspetti di noi, proponendo la rivisitazione di tre film in cui la funzione di rispecchiamento infantile è stata, a vario titolo, fallimentare. 

Andrea Sabbadini, membro della British Society da molti anni impegnato in questa ricerca,  con The Dreamers (2003) di Bernardo Bertolucci, si sofferma in particolare sulla lunga sequenza della scena del bagno. I tre giovani protagonisti (tardo adolescenti nella Parigi del ’68 borghesi e vacuamente sognatori, si isolano nella casa lasciata vuota dei genitori per esplorarsi l’un altro) in questa sorta di scena–modello centrale a tutto il film, da un lato cercano un erotico rispecchiamento narcisistico che ne confermi specularmente la fragile identità adolescenziale, dall’altro questo rispecchiamento è consentito allo spettatore attraverso il gioco di specchi presenti nella sala da bagno. Chi guarda chi, dunque, chi riflette chi? Non manca, ovviamente, l’evidente richiamo al voyeurismo della scena primaria, nonchè al voyeurismo stesso insito nel nostro occhio di spettatore. Quella passione di vedere, sempre secondo le parole di Metz, che sostiene tutto l’edificio della magia cinematografica.

Nel presentare Il Servo (The Servant, 1963) di Joseph Losey, Giuseppe Civitarese prende in esame invece il complesso rapporto tra lo Specchio, vero protagonista per certi versi del film, e il ruolo della mancata reverie primaria nella storia dei personaggi. Senza addentrarci qui, per ragioni di spazio, nel ripercorrere le trame, il film illumina magistralmente il lento discendere della relazione tra il ricco padrone di casa e il perfido servo da lui assunto, in una progressiva relazione perversa ribaltata, sado-mosochistica, dove Il Servo finisce col dominare e l’umiliare completamente il debole padrone. Tralasciando le letture sociologiche e scandalistiche che all’epoca della sua uscita accompagnarono il film, Civitarese si sofferma invece sugli esiti del mancato rispecchiamento da parte dell’oggetto primario nella storia del personaggio che soccomberà (o se vi vuole, su entrambi i membri della coppia), trauma originario che segna i personaggi all’ineluttabilità del destino perverso e della distruzione. Anche in questo caso, al mancato rispecchiamento delle funzioni psichiche infantili, fa da contraltare il geniale uso degli specchi da parte del regista nello spazio claustrofobico della casa del film, in un crescendo di virtuosi e multipli rispecchiamenti che acquisiscono quasi, per lo spettatore, la forza di una metafora concreta.

Si sofferma a fondo nell’universo perverso anche il film presentato da Simonetta Diena, La Pianista (The Piano Teacher, 2001), straordinaria trasposizione cinematografica di Michael Heneke dell’omonimo romanzo di Elfriede Jelinek. La Diena prende in esame particolarmente l’elemento di falsificazione, di illusionarietà nel rapporto della protagonista con l’immagine riflessa nello specchio, sotto l’apparente realismo con cui questo avviene. Come in The Servant, anche qui seguiamo il tormentato percorso di un’affermata e stimata insegnante di musica viennese, che si offre progressivamente quale oggetto di perversione, in un altro rapporto ribaltato, ad uno dei suoi allievi. Così come i numerosi specchi nella casa de La Pianista non riflettono la realtà, falliscono nel loro compito di riprodurre un’immagine realistica e fedele del soggetto, così la vicenda mostra molto efficacemente il fallimento del rispecchiamento materno, che persiste nella vita adulta della protagonista, a la confina nell’’universo ristretto, coatto e ripetitivo della perversione e del passaggio all’atto. Che cosa riflette dunque lo specchio? Se fallisce nel suo compito, sia lo specchio primario della reverie materna sia quello che abbiamo definito ‘secondo’ del cinema, conducono il personaggio alla falsificazione e lo spettatore, a sua volta,  nell’illusionarietà e nell’ambiguità.
In tutti e tre i film è comune, dal punto di vista della cifra narrativa, l’ambientazione alto-borghese, i pochi personaggi e la progressiva reclusione sia fisica (pochi ambienti, interni di una casa o di una stanza), sia psicologica e relazionale in cui la coppia perversa servo-padrone o maestra-allievo progressivamente si viene a rinchiudere. Universi claustrofobici, duali o triangolari, amplificati e riflessi in specchi che non sono semplici elementi decorativi, ma parti essenziali della costruzione scenica, interna ed esterna ai personaggi. 

L’ambiguità, infine, mi pare l’altro comun denominatore alle tre relazioni e ai tre film. L’opera, la rappresentazione, è sempre ambigua: gli specchi riproducono il mistero dell’ambiguità sia trasversalmente tra i vari personaggi, sia – cosa ancora più intrigante – tra lo schermo e lo spettatore. Manteniamo da un lato un atteggiamento distaccato nella visione di un film, come scrive Zizek[3], come se giocassimo con immagine false, mentre dall’altro il personaggio che creo può essere “più reale di me, della mia persona”, in quanto rende possibile aspetti di me che, diversamente, resterebbero occultati.
Consentendoci di fruire di tutto questo e operando, come detto, in uno spazio potenziale che ci consente di manipolare e di giocare con le parti del nostro Sé che normalmente non sono messe in gioco, il cinema ci consente quindi, oltre ad appassionate incursioni psicoanalitiche come in questo caso, anche delle possibilità trasformative

Veniamo così, concludendo, agli snodi proposti nel titolo del Congresso: transformation, deformation. Lo specchio cinematografico, così come quello primario se è stato carenziale, deforma e falsifica la realtà, ma rendendo sempre possibile una trasformazione, nei termini bioniani che gli Autori hanno richiamato (non mi sono soffermata sulle teorie psicoanalitiche, dove irrinunciabile qui anche il rimando a Lacan e a tutte le teorizzazioni successive sulle funzioni del rispecchiamento e del narcisismo).
Congresso, questo svoltosi a Basilea, per la parte certamente incompleta che ho potuto seguire e limitandomi quindi a un’impressione più generale del clima e dell’atmosfera, sobrio e rigoroso nella sua adeguata cornice elvetica, se mi si consente il paragone. Non avendo confronti con i precedenti Congressi F.E.P., non saprei giudicare l’affluenza, né la provenienza, su cui i dati potranno darci indicazioni più precise. Segnalerei tuttavia una presenza italiana non esigua, sebbene non fittissima che ha contraddistinto Panel originali e stimolanti come questo, Mirror on the screen, che ha offerto insieme il piacere di pensare in termini psicoanalitici e di vedere, o rivedere, tranches di capolavori della storia del cinema sotto un’angolatura specifica e differente.

Lo schermo cinematografico si conferma, una volta di più, fonte inesauribile cui attingere, per lo psicoanalista e non solo, intuizioni spurie, insature, ancora senza forma, formlesness, e di lavorarle creativamente al nostro interno.

(Rossella Valdrè)

[1] Metz C. (1993): Le signifiant imaginaire. Psychanalyse et cinéma. Bourgeois Ed, Paris. Trad. it Psicoanalisi e Cinema. Marsilio, Venezia, 2002

[2] ib. , p. 70, corsivi miei

[3] Zizek S.(2006): Lacrime rerum Saggi su cinema e cyberspazio. Random House Mondadori S.S. Trad. it, 2011, ed. Scheiwiller, Milano