Ricerca in Psicoanalisi. Milano, 2 febbraio 2019. Report di Cristiana Pirrongelli

Seconda Giornata Nazionale sulla Ricerca in Psicoanalisi

Report a cura di Cristiana Pirrongelli. Milano 2 Febbraio 2019

Istituto Zaccaria

 

Aria di novità e particolare emozione, in questa Seconda Giornata Nazionale sulla Ricerca in Psicoanalisi, dove si è avuta misura dell’ imponente «macchina da guerra» messa in moto un anno prima a Roma dalla Presidente della SPI Anna Nicolò e da Massimo Vigna Taglianti, Segretario Scientifico. L’intento dichiarato era «focalizzare l’importanza della ricerca in psicoanalisi a partire dall’ipotesi preliminare che la ricerca sia una caratteristica implicita del lavoro analitico e quindi uno “stato della mente dell’analista”». In quell’occasione si è dato l’avvio a 20 gruppi di ricerca basati sull’osservazione clinica delle trasformazioni nel processo analitico secondo il Three-Level-Model.

 

Illustrazione del progetto

Il progetto utilizza un modello di ricerca già sperimentato con successo da altre comunità psicoanalitiche, che è parte centrale del programma del Clinical  Observation Committee dell’IPA coordinato da Marina Altman, che ha permesso la pubblicazione di studi di notevole rilevanza scientifica, dotati di importanti ricadute istituzionali. E’ basato sulla metodologia del Three- Level- Model (3LM), sviluppata inizialmente da Ricardo Bernardi  e ben riportata in un articolo di Virginia Ungar nel testo base utilizzato nel progetto italiano: «Tracking Patient Transformations: The Function of Observation». In Time for Change: Tracking Transformations in Psychoanalyses – The Three-Level Model. London, Karnac Books, 2014.

Nel progetto italiano si è stabilito che la ricerca avvenisse tramite l’istituzione di gruppi formati da 10-12 partecipanti, la cui composizione è stata coordinata dalla Commissione Scientifica secondo un’assegnazione randomizzata dei partecipanti, che ha tenuto conto sia delle aree di provenienza sia delle possibili incompatibilità tra i candidati e i loro analisti e/o supervisori. In uno stesso gruppo sono in genere presenti membri di livello istituzionale diverso. Le sedi prescelte sono state Roma, Bologna e Milano. Si è decisa una rivalutazione ad un anno all’interno di una Giornata Congressuale «esperienziale» (oggi, 2 febbraio a Milano), nella quale si avrà accesso ai report, si constaterà l’aderenza alla griglia concettuale, si potranno valutare le difficoltà e fornire suggerimenti.

Tutti i gruppi si sono visti finora due volte; la durata della sperimentazione prevede un secondo anno di lavoro con altri due incontri. All’interno di ogni gruppo sono previste diverse figure: il presenter (colui che porta il caso), il reporter (colui che redige quanto avvenuto nell’incontro, il chair (il «guardiano» del metodo) con ruoli non intercambiabili. Il punto centrale del modello consiste nell’osservare la trasformazione del paziente nel corso del processo analitico, considerandolo a tre successivi livelli:

Il primo, iniziale, di osservazione fenomenologico-esperienziale, pre-teoretico, che utilizza due o tre punti di riferimento detti «anchor point» (tipicamente espressioni del paziente, verbali o non verbali) che saranno i punti di repere sulla cui trasformazione discutere nel tempo.

Il secondo, nel quale si inizia a valutare il funzionamento psichico con il delineare le diverse dimensioni del cambiamento (come la regolazione degli affetti, la costanza d’oggetto, l’uso delle interpretazioni da parte del paziente etc.), cosa che permette di iniziare a vedere l’eventuale evoluzione degli anchor point in «transformation point».

Il terzo, il livello più concettuale, nel quale si considerano le varie ipotesi interpretative del cambiamento discutendo fenomeni come il transfert, la concettualizzazione che l’analista ha fatto del materiale, le ipotesi alternative e il loro rispettivo potere esplicativo.

I 20 gruppi di ricerca, per un totale di circa 250 persone, sono stati ripartiti in 5 stanze, 4 gruppi per stanza a formare un maxi-gruppo. Ciascun gruppo ha esposto agli altri tre quanto osservato e dedotto nell’anno di lavoro, secondo il metodo previsto. Alla fine della giornata da ogni maxi-gruppo è emerso un documento sintetico di quanto rilevato rispetto alle difficoltà, ai punti di forza, ai dubbi rispetto al metodo di lavoro. I cinque documenti sono stati quindi letti in seduta plenaria.

In allegato alcune indicazioni di metodo consegnate ai gruppi e una spiegazione riassunta del Three Level Method

 

Discorso di Introduzione della Presidente alla giornata di lavoro «esperienziale»

Anna Nicolò ha aperto i lavori della giornata enumerando i possibili vantaggi della ricerca in atto. In primis per la possibilità di stabilire un dialogo tra colleghi che hanno modelli diversi e si confrontano sullo stesso materiale. «La visione della realtà è limitata ai nostri   modelli che sono così tanti da rischiare una nuova Torre di Babele». Nel gruppo si crea una visione congiunta, co-creata e corretta che può essere anche uno strumento di validazione della nostra pratica. I vari livelli ed età presenti nel gruppo creano una situazione paritaria e senza distinzioni, al punto che dopo poco tempo le differenze di ruolo tendono a non essere più avvertite. Dobbiamo condividere, credere in una cultura dove si possa fare verifica e ricerca coi nostri strumenti. E’ una sfida. Per questo è importante avere accesso ai report di tutti i gruppi. Vedremo se in tutti i report ci si è attenuti ai suggerimenti. Se tutti i colleghi sono presenti effettivamente o solo nominalmente. Il lavoro gruppale è stato comunque certamente utile ad amplificare la risonanza all’interno di ognuno dei partecipanti e del gruppo con le specifiche dinamiche.

Un altro tema importante – ha affermato Nicolò – è quello del secondo sguardo sul materiale, fornito dal gruppo nel suo insieme e dai singoli componenti. L’effetto di triangolazione nell’osservazione dei fenomeni è significativo a vari livelli. Sarà indicatore di cambiamento a breve, medio e lungo termine. Abbandonata l’attenzione fluttuante, bisogna alternarla all’acutezza dello sguardo, come dice Green. Il secondo sguardo è un tema centrale, è un’osservazione che si svolge nel tempo, il tempo del cambiamento del gruppo, con progressive rivalutazioni della psicopatologia del paziente durante il percorso.

 

Molti analisti si sono cimentati nella descrizione dei cambiamenti nel corso dei processi analitici, e la comunità analitica sa che la definizione di tali trasformazioni è spesso soggettiva e cambia a seconda dell’osservatore. È intuitiva e senza pretese di scientificità. Colli (2018) ha scritto un articolo critico sul mito dell’efficacia, riferendosi alla psicoterapia cognitivo-comportamentale e al falso mito della sua efficacia. A noi – ha detto Nicolò – il compito di contestare le posizioni scientifiche che ci hanno contrastato, per evitare di sparire dalle istituzioni pubbliche e dalla comunità scientifica, mostrando la validità e l’efficacia del trattamento psicoanalitico. Certo, il problema dell’identità dell’analista non è stato da noi sottovalutato: esiste una commissione sull’identità dell’analista che è già al suo secondo anno di lavoro. Ma non possiamo ignorare quanto sottolineato da Sandler (1983) riguardo alla diversità tra quello che facciamo e quello che diciamo di fare, né ignorare il rischio che correremmo entrando in un maggior contatto con le istituzioni pubbliche ove, a causa delle logiche ad esse intrinseche, i processi che sottendono le identità professionali tendono ad appiattirle e a farle diventare isomorfe.

Ma ritornando ai nostri 20 gruppi di ricerca, a che servono questi gruppi? Dove sono diretti? Tutti i partecipanti dovranno rispondere a domande precise sul tema del cambiamento (sul funzionamento mentale, sulle difese etc.).

Nicolò cita i molti che si sono espressi sul ruolo della psicoanalisi e sul suo senso, da Lacan a Hanna Segal, a Winnicott, al Boston Group. Per tanto tempo lo scopo della psicoanalisi è stato la ricerca della verità – e la cura del paziente come una conseguenza quasi accidentale (Lacan). Comunque sia – conclude Nicolò – abbiamo iniziato il viaggio e vediamo dove ci porterà, annunciando che si è deciso di istituire una Commissione per la Ricerca che darà luogo anche a  progetti finanziati.

 

Discorso del Segretario Scientifico

Massimo Vigna Taglianti osserva che, evitando di confrontarci con la necessità di fare ricerca integrando nel nostro lavoro un metodo, rischiamo di trovarci nella condizione di coloro che hanno smarrito un mazzo di chiavi e che lo cercano sotto il lampione «perché lì almeno c’è luce». Invece dobbiamo cercare il mazzo sul lato oscuro del marciapiede. Affrontando e accettando i momenti di foschia e di dubbio. Ma il mazzo probabilmente è lì, dove non si vede.

Il metodo di analisi da noi proposto per arrivare ad un’osservazione clinica accurata e  sistematizzata, è quello del Three-Level-Model applicato a piccoli gruppi di lavoro. Dalla ricerca in corso deriverà un grande data base dal quale tirare fuori i dati utili: non più nostre osservazioni riportate in un singolo caso né trattate in maniera aneddotica andando a dimostrare la teoria dell’analista riguardo a quel paziente.

Con questo metodo bisogna mostrare su cosa l’analista ha lavorato, quali sono le trasformazioni e perché ci sono state. I gruppi hanno questo vantaggio: possono unire il secondo sguardo tipico della psicoanalisi britannica e il terzo orecchio, l’ascolto delle parole e del loro senso, caratteristico della psicoanalisi francese. La partecipazione a questi gruppi sembra finora aver dato una certa soddisfazione. È una sfida anche la giornata di oggi dopo un anno. Cosa sta funzionando e cosa no? Questa è una giornata esperienziale, confrontarsi fra gruppi che hanno seguito le linee guida del Three Level Model. Perché è importante fare dei report che poi siano confrontabili e condivisibili? Esempio: se ci si interroga su come il paziente abbia usato l’analista e se dieci gruppi dicono che l’ha utilizzato come «madre ambiente» forse vorrà dire qualcosa. E’ un lavoro longitudinale strutturato per validare e dare efficacia al processo analitico.

I 20 gruppi sono stati ripartiti in cinque stanze, quattro gruppi per ogni stanza a condividere insieme le rispettive esperienze. Potremo vedere cosa non ha funzionato.

Vigna taglianti afferma che già sappiamo che alcuni gruppi hanno sottolineato quanto fosse difficile ricollegarsi al materiale clinico dopo tanto tempo e che avrebbero preferito avere subito il materiale per rifletterci. Altri hanno avuto difficoltà a passare dal 1° al 2° al 3° livello.

I gruppi Three level model possono proporsi vari obiettivi

  • Sviluppare le capacità osservative
  • Ibridare gli psicoanalisti
  • Mettere insieme diversi modelli teorici impliciti per confermarli o disconfermarli sulla base della situazione clinica del paziente.
  • Fare un fine lavoro diagnostico

Fare una buona diagnosi permette di evitare dei gravi errori diagnostici in pazienti con    funzionamento a macchia di leopardo (aree funzionanti e aree primitive). Nel 1975 Meltzer e altri colleghi osservarono un gruppo di pazienti autistici. In quel lavoro Meltzer intuì che non si trattava di un funzionamento psicotico, bensì di qualcosa di simile al concetto di «smontaggio»: smontare la percezione secondo i diversi canali sensoriali. L’osservazione clinica deve portare ad una teoria, una teoria deve essere dimostrata per essere convalidata.

Quando un fenomeno clinico non ha nemmeno una teoria rischia di essere alienato.

Ne è un esempio il caso del dottor Semmelweis, che mostra come nella Vienna ottocentesca l’osservazione della diminuzione delle morti per febbre puerperale a seguito del lavaggio, proposto da Semmelweis, delle mani dei medici che visitavano le puerpere, dopo la dissezione dei cadaveri di quelle decedute, con una soluzione di cloruro di calcio, sia stata sistematicamente ignorata fino alla formulazione di una teoria della trasmissione batterica che spiegasse il fenomeno.

 

I report finali dei 5 maxi –gruppi

In sintesi i punti più importanti emersi dalle considerazioni riportate nei cinque report, secondo l’ordine nel quale sono stati riportati:

1-Una considerazione generale condivisa riguarda la necessità di studiare meglio il metodo di ricerca. La griglia metodologica risulta molto utile per collocare e dare un nome ai fenomeni osservati.

2-Il second level, laddove si deve iniziare ad osservare se e come l’anchor point si stia trasformando (transformation point) è risultato in alcuni casi un momento difficile, fonte di oscillazioni, di cambi a ritroso dell’anchor point, di derive interpretative.

3-Si è ribadita più volte l’importanza del chair come «guardiano del metodo», rispetto al rischio di derive rispetto al focus e in particolare alla tendenza ad eccedere con le libere associazioni.

4-E’ emersa la necessità di individuare un metodo che renda i report più condivisibili; metodo da inserire, possibilmente, nelle linee guida.

4-Si è ribadita l’importanza essenziale dei «punti di repere» o anchor point che devono coincidere con parole o gesti del paziente all’interno del setting, che abbiano colpito il presenter e/o il gruppo.

5-  E’ necessario prestare più attenzione alle eccessive oscillazioni e confusioni del gruppo tra focus (la ragione per la quale l’analista porta il caso), anchor point e transformation point.

7- Si descrive il progetto di ricerca come un’iniziativa potente, un investimento da fare per molto tempo, che richiede una costanza di investimento.

8-Si è rilevato come certe trasformazioni siano da ascrivere più che all’analista al setting stesso esteso e all’uso che ne fa il paziente. Non tanto e non solo all’uso che si fa dell’analista (madre ambiente etc.). Si propone di inserirlo nelle linee guida come uno dei punti utili per la comprensione del caso.

9 Ci si è chiesti se sia meglio lavorare su casi conclusi, avanzati o iniziali. Punto critico: il caso quanto ne beneficia? Ne beneficia la ricerca? Che influenza il gruppo può avere sul presenter? (Chi porta il caso).

10-Una condivisione: la percezione che le libere associazioni non debbano essere un fine, bensì uno strumento che non deve «far prendere la tangente» mentre, al contrario, si deve rimanere aderenti al piano fenomenologico.

11-Ci si è posti la domanda sul giusto timing: quando il gruppo deve entrare in possesso del report? Troppo tempo porta a dimenticarsi del caso.

12-Chair e reporter. Il fatto di fare il reporter impedisce in qualche misura di tenere le fila del discorso? Forse si deve fare una rotazione? Stessa cosa per il chair. Sovrapposizione di ruoli tra chair, reporter e presenter.

13-Utilizzando il gruppo come strumento, quali sono i rischi che il gruppo si ponga in un assunto di base?

14-Tutti i ricercatori hanno riconosciuto che lo strumento di ricerca potente è il gruppo.

15-Il reporter non potrebbe porsi come osservatore silenzioso non appartenente al gruppo?

16- Il progetto di ricerca ha stimolato un certo grado di passione pur non supportata da uno studio sufficiente del materiale teorico fornito. Ha anche risvegliato molti dalla rassegnazione che «debbano vincere i cognitivisti».

17-Le griglie teoriche, con i punti indicati, quando sono state tenute presenti, sono risultate molto utili al fine di produrre dati per la ricerca.

18- L’intervisione è risultata  comunque utilissima, ma sulla ricerca si sono avuti sbandamenti: serve il chair che dia indicazioni più chiare verso il livello di ricerca, ma  ognuno deve mettere a punto lo studio del metodo, per avere in mente una griglia utile a non perdersi.

19- Si è sentito quanto sia necessaria una validazione del metodo psicoanalitico, sia verso l’esterno che verso noi stessi, a riprova di un valido operare che non sia fondato solo sull’intuizione.

20-A volte c’è stata discrepanza di idee tra come fare il report e come esporre il caso.

21-Si è discusso su come selezionare le sedute da parte del presenter (colui che porta il caso).

22-Si è resa evidente la difficoltà, ma anche la necessità di elaborare il lutto del nostro modus operandi, in virtù della quantità di sacrifici e studio per apprendere la nostra disciplina, oggetto di un grande investimento e spesso di un’appassionata idealizzazione.

23-Per rendere più confrontabile il lavoro, un gruppo si è chiesto se non si potrebbe convergere su degli anchor point comuni, come gli abusi o altro. Se sono troppi e diversi è più difficile confrontarsi.

24- In alcuni casi, si è sentita la necessità di cercare casi omogenei con tempistiche simili. Di uscire dallo sconcerto per le situazioni estreme e diverse sulle quali ci si è confrontati: casi troppo dissimili, disomogenei, con tempistiche diverse.

25- La funzione della giornata è stata definita «integrativa» rispetto alla necessità di integrare il nostro modello clinico con quello della ricerca.

26- Per molti, invece, si sono chiaramente manifestate delle resistenze a lavorare in questo modo «integrato».

Conclusioni

Il segretario scientifico Vigna Taglianti sente che tutti i presenti, al di là delle difficoltà, hanno avuto la sensazione di aver fatto l ‘esperienza di «toccare clinica e ricerca». E si rammarica della difficoltà che, un anno prima, si sono avute nel raggiungere tutti i soci per motivarne un numero maggiore verso il progetto di ricerca.

Rileva come, contrariamente al suo timore di essere stato ridondante, sia invece ancora fondamentale insistere sull’acquisizione delle coordinate del metodo.

Porta esempi di anchor point e aneddoti storici sulla necessità, per non essere banditi, di dimostrare scientificamente quanto si dichiara. Chiarisce alcune questioni metodologiche risultate poco comprensibili nei report finali, come il ruolo del chair, la possibilità che tutto il gruppo aiuti il reporter nel resoconto da distribuire ai componenti il gruppo stesso.

Ribadisce quanto lo psicoanalista sia abituato ad essere un osservatore molto attento di una quantità di dati peculiari e come questo patrimonio necessiti di metodi di ricerca che lo rendano condivisibile, confrontabile e valutabile.

La Presidente Anna Nicolò ha poi concluso  affermando che per fare ricerca occorre  «fare il lutto» della mente  sognante e del funzionamento secondo le libere associazioni.

Questa prassi utilissima nella clinica , da sola e se abusata, non ci porta nella direzione della ricerca in psicoanalisi. La difficoltà di studiare il materiale inviato mostra questa difficoltà.  Ha esortato ad «acuire lo sguardo». Standardizzare, riportare, riflettere e utilizzare la griglia metodologica. Propone una maggior frequenza di incontri tra coloro che partecipano alla ricerca in gruppo ed esorta a condividere di più, all’interno di questo, i particolari del caso, allentando un po’ il muro della privacy.

«Ci stiamo sfidando ad avere un modo diverso di ragionare. Perché noi abbiamo bisogno di condividere una psicoanalisi che si interroghi, pur mantenendo I suoi fondamenti e i suoi capisaldi».

Bibliografia

Colli A,Gagliardini G. (2018). La ricerca empirica in psicoanalisi può contrastare la narrazione dominante del movimento delle terapie basate sull’evidenza? Rivista di Psicoanalisi 2.018/2, 387-405.

Green A. (2000). What kind of research for psychoanalysis? In: J.Sandler, A.M.Sandler & R.Davies (a cura di)Psychoanalytic monographs no.5. Clinical and observational psychoanalytical research: Roots of a controversy. Madison, CT. Int. University Press.

Nicolò A.M. (2017) (a cura di). Perché ogni psicoanalista dovrebbe essere un ricercatore e perché si deve insegnare la ricerca nel training psicoanalitico. Newsletter SPIWEB.

Sandler J.(1983) Reflections on some relation between psychoanalytic concepts and psychoanalytic practice, Int.J.Psychoanal.64,35-45.

Ungar V. (2014). «Tracking Patient Transformations: The Function of Observation». In Time for Change: Tracking Transformations in Psychoanalyses –In: (a cura di) M. Altmann de Litvan The Three-Level Model London: Karnac Books.

Vigna Taglianti M. (2018). Gli strumenti della ricerca psicoanalitica. Un crocevia tra manualizzazione e spontaneità della cura. In Bastianini T. e Ferruta A., (a cura di). La cura psicoanalitica contemporanea. Estensioni della pratica clinica. Roma, Giovanni Fioriti editore.

Vedi anche :

Giornata Nazionale sulla Ricerca. Milano, 2 febbraio 2019

 

Allegati
Linee Guida per la Discussione nei Gruppi di Ricerca
Alcune note sui gruppi di ricerca sulle trasformazioni nel processo analitico