Seminario n. 18: “Fantasie inconsce, fantasmi originari, nella teoria e nella clinica”

Proponenti: Nelly Cappelli, Diomira Petrelli 

Report a cura di Rossana Gentile 

Prendendo spunto da un caso clinico, N. Cappelli propone alcune riflessioni sul tema dei fantasmi originari nella teoria freudiana. Un testo di Green, “Has Sexuality Anything to do with Psychoanalysis?”(1995),dallo sfondo solo in apparenza sbiadito della memoria fa da premessa al suo bel lavoro: vi si rivisitano le vicissitudini della teoria dei fantasmi originari nel corpus freudiano in ”dialogo” ideale con i testi di Laplanche e Pontalis da un lato e Green dall’altro. Con la teoria dei fantasmi originari, Freud ha intuito la profonda connessione della psiche con un tempo originario che trascende quello individuale e si interroga sulle origini dell’umanità. I fantasmi originari (riguardanti la scena primaria, la fantasia di seduzione, la fantasia di castrazione) sono individuabili come schemi organizzatori della psiche individuale che si trasmettono filogeneticamente. A differenza che nella fantasia inconscia, nel fantasma originario c’è assenza di soggettivazione, si ignora il posto che il soggetto occupa nella scena. Laplanche e Pontalis, che individuano l’insorgere del fantasma nella disgiunzione tra realizzazione del bisogno e appagamento del desiderio, pongono l’accento sulla centralità del legame tra fantasma originario e origine dell’autoerotismo. E’ quest’ultimo che modula il passaggio dalla scena primaria al corpo, dalla filogenesi all’ontogenesi. Questa visione, che fa convergere fantasmi originari e fantasmi delle origini (riferiti all’origine dell’individuo,della sessualità, della differenza tra i sessi) suscita alcune riserve dovute, tra l’altro, alla constatazione che in alcune fantasie infantili la nascita non è legata al solo coito parentale. Il fantasma, in quanto originario, appartiene all’ordine dell’inconscio non rimosso, si interfaccia quindi con la filogenesi e l’ontogenesi. Forse è utile, suggerisce N. Cappelli, mantenere la dualità tra questi due fattori, come si osserva in Freud, per il quale l’opposizione tra filogenesi e ontogenesi è da intendersi come serie complementare. N. Cappelli parla di“categorie kantiane”, forme “ a priori” per indicare i fantasmi originari e accoglie la distinzione di Green tra “fantasmi delle origini”, che rimandano alle teorie sessuali infantili e al romanzo familiare, e “ fantasmi originari”, ossia gli schemi organizzatori. Per questo autore i fantasmi delle origini prefigurano a livello ontogenetico quelle caratteristiche che saranno attribuite ai fantasmi originari nella filogenesi. Nella causalità delle origini, segnala N. Cappelli, si esprime una fantasmatica del corpo, che include il corpo dei genitori . “I fantasmi delle origini, ristretti a un piccolo numero, sono un misto di vero e falso, l’oggetto della ricerca è la sessualità, e questo è l’aspetto vero, il falso è l’elaborazione fantastica”. Le declinazioni del fantasma nella ontogenesi costituiscono per l’analista in ascolto un prezioso indicatore della mobilità delle strutture interne dei pazienti. I partecipanti al gruppo discutono sulla prospettiva evoluzionistica di Freud che porterebbe una intrinseca immodificabilità del fantasma originario. Green suggerisce di uscire dall’impasse assimilando i fantasmi originari a “schemi primordiali” o forme simboliche costruite dall’immaginario sulla base di un incontro tra “schemi sensibili” ed esperienza individuale. Nel modello proposto, dove manca il passaggio attraverso l’immaginario, l’analisi può farsi da portavoce e far emergere il fantasma edipico. L’analista lavora alla scoperta e costruzione del fantasma. Tornando al caso clinico, si può intendere la riflessione dell’analista sulle origini in psicoanalisi come una reverie e ipotizzare che questa abbia contribuito a mobilitare nella paziente, avviluppata in una catena di traumi intergenerazionali non elaborati, un nuovo montaggio fantasmatico?
Nella seconda parte del seminario D. Petrelli ha sviluppato un approfondimento del concetto di fantasia Inconscia nel pensiero kleiniano e postkleiniano, e sulle trasformazioni del modello nel passaggio da Meltzer a Bion, nelle analisi dei bambini e degli adulti. Ne è risultato un interessante confronto tra i due modelli, uno stimolante lavoro di gruppo. La fantasia inconscia è vista come un’attività precoce della mente che funziona come substrato protorappresentativo sottostante tutte le manifestazioni del comportamento, un “film” continuo che l’analista osserva mediante inferenze operate “sul campo”. Si presuppone una precoce relazionalità con l’oggetto e una capacità trasformativa e trasmutativa del mondo interno; gli oggetti interni sono in scambio continuo con il mondo esterno.
Secondo questo modello la fantasia inconscia è da intendersi come il rappresentate psichico della pulsione che risulta qui come “l’insieme delle sensazioni propriocettive a cui si cerca di dare forma con una rappresentazione di sé in relazione con l’oggetto affettivamente investito”. Nel modo in cui il corpo” si presenta” alla psiche si rintracciano tre polarità: il corpo; l’oggetto; il Sé nascente.
Ovviamente è ipotizzata una maggiore permeabilità dell’inconscio verso il conscio e viceversa. Bion riprende tale punto con il concetto di “ veglia onirica” riferito all’analista che “sogna” l’esperienza del paziente.
Cambia dunque il modello dell’attività mentale e con esso il modello di cura: il transfert è “un’esperienza in presa diretta”.
Per H. Segal, la fantasia inconscia, il conglomerato di fantasie inconsce, rappresenta il nucleo iniziale della personalità.
Nel 1984 D. Meltzer segnala l’importanza delle “irruzioni” del corpo nella “conversazione” tra analista e paziente, cui l’analista può e deve dare attenzione (sull’esempio di quanto anche Freud descrive nel caso di Dora).
Petrelli sottolinea tuttavia il pericolo di una deriva fenomenologica insito nel rischio di osservare i comportamenti nella loro concretezza, perdendo di vista i funzionamenti mentali che sottostanno a tali comportamenti.
In alcuni casi clinici riferiti si evidenzia come l’utilizzo del modello può produrre una espansione delle funzioni simboliche nel paziente. Nel primo caso la fantasia di potersi disperdere sotto la minaccia di un doppio trauma abbandonico viene colta dall’analista che entra in risonanza con le angosce sottostanti l’immagine, comunicata all’analista, di un Sé disseminato come il contenuto di un barattolo rovesciato sul pavimento. L’oggetto è in tale contesto dentro la fantasia e nella relazione con il corpo. Nel transfert, c’è ripetizione ma anche desiderio e richiesta all’analista di disconferma dell’esperienza traumatica vissuta in precedenza. In assenza dell’inferenza percettiva emerge l’attività onirica:“l’immagine porta con sé il modello del sogno”.
In un altro esempio clinico, un dettaglio del sogno di un paziente, colto dall’analista, può rimandare al paziente z l’immagine di un Sé che fatica ad integrare “parti” dimenticate di cui il paziente si autoalimenta in maniera “cannibalica”. Si discute nel gruppo sul differente uso del modello nell’operare con pazienti adulti o bambini. Viene fatto riferimento agli “atteggiamenti mentali inconsci” che possono essere colti nella relazione. Una difficoltà di approccio al modello può derivare da una ipervalutazione del verbale. Le immagini che si presentano spesso chiedono molto tempo prima di poter essere comprese: alcuni indizi vengono annotati dall’analista sul piano controtransferale in attesa che qualcosa emerga.