Seminario n. 19: “Amore e fraintendimenti nelle relazioni d’oggetto traumatiche. Possibili declinazioni della coazione a ripetere”

Proponenti: Maria Grazia Oldoini, Mauro Manica

Report a cura di Francesca Pinna 

Il seminario “Amore e fraintendimenti nelle relazioni d’oggetto traumatiche. Possibili declinazioni della coazione a ripetere” ha avuto un numero ristretto di partecipanti che ha consentito un’appassionata discussione di confronto sul tema proposto.

Sia la relazione della Dott.ssa Oldoini, durante la mattinata, che quella del Dott. Manica, nel pomeriggio, sostenute da una interessante e stimolante letteratura psicoanalitica (Ferenczi, Searles, Bion, Ferro, Bollas, Grotstein,et al.) e non (Perrault, fratelli Grimm, Tamaro et al.), si sono  incentrate sul lavoro analitico con pazienti gravemente traumatizzati.

Pur partendo da spunti teorici diversi, la collega Oldoini dal concetto di “oggetto trasformativo” di Bollas, il collega Manica da una nuova versione del “wise baby” ferencziano,  entrambe le  relazioni hanno sottolineato il fatto che questi pazienti portano  nella terapia  le strategie di sopravvivenza sviluppate, intrise delle ripetizioni delle proprie esperienze e memorie traumatiche: i traumi sperimentati nella relazione con l’oggetto primario in epoche molto precoci di sviluppo hanno lasciato un’impronta strutturante sul Sé emergente determinando, per usare le parole della collega Oldoini, “un impasto declinato al negativo”.

Per lungo tempo nella terapia, accanto alla inevitabile ripetizione di esperienze traumatizzanti, tali pazienti “hanno bisogno” di salvaguardare l’oggetto traumatico mettendo in atto condotte traumatofiliche in cui si può intravedere la fedeltà alla figura dell’abusatore, in quanto  figura di attaccamento. Pur di essere accolto dall’oggetto, il paziente si è a suo tempo plasmato fino a diventare l’oggetto abusante. La coazione a ripetere il trauma potrebbe non essere quindi alimentata dalla pulsione di morte ma dalla ricerca di quella madre delle origini, nella speranza di guarirla perché diventi la madre che guarisca le ferite del Sé infantile.

 La “coazione a ripetere il trauma” viene considerata, da entrambi i relatori, come il bisogno di comunicare, di portare il terapeuta là dove c’è stato il danno, perché venga visto, riconosciuto e infine risanato. Tale prospettiva introduce l’elemento della speranza di trovare un oggetto finalmente affidabile e protettivo: il lavoro clinico dovrà quindi mirare alla creazione di “contenitori nuovi” mai esistiti prima, che, prima di diventare assimilabili, dovranno essere attuati come “holding ad oltranza”.

Ma, affinché  il trauma possa essere trasformato, dovrà entrare nella relazione analitica: l’analista dovrà essere sperimentato come “traumatico”, depositario delle identificazioni proiettive che lo  assimilano all’oggetto abusante e l’analisi come potenziale minaccia all’integrità psichica, all’integrità degli oggetti primari, figure di attaccamento su cui si era fondato, nel bene e nel male, il sentimento di sicurezza. L’analisi dovrà essere parallelamente percepita come “base sicura” che tenga e protegga, per scongiurare il crollo temuto a “causa” dell’analisi stessa, e l’analista come una mente realmente capace di trasformare oggetti ed esperienze traumatiche in personaggi della narrazione della coppia analitica. 

L’intenso confronto tra le esperienze dei colleghi ha messo in risalto la grande frequenza di questi casi e il notevole impegno richiesto. Si è sottolineata anche la necessità di poter lavorare all’interno di un team di colleghi che, quando necessario, in parallelo al lavoro analitico, si faccia carico dell’appoggio ai familiari del paziente e del trattamento farmacologico, anch’essi modulati dal comune assetto analitico di fondo.

E’ stato possibile constatare che in diversi Centri molti colleghi si stanno organizzando in tal senso.