Seminario n. 21: “Corpo, cibo, affetti”

Proponenti: Carla Busato Barbaglio, Elisabetta Greco 

Report a cura di Carla Busato Barbaglio ed Elisabetta Greco 

Ai seminari multipli di Bologna del maggio 2013 abbiamo proposto di riflettere sui disturbi dei comportamenti alimentari, in particolare le anoressie, e l’intricato rapporto tra queste manifestazioni psicopatologiche e l’età adolescenziale, avvalendoci di diverse storie cliniche, nostre e di chi ha partecipato al seminario, agganciandole alle teorie evolutive e neuroscientifiche più aggiornate. Abbiamo segnalato e ci siamo soffermate nella nostra riflessione sul passaggio da una concezione intrapsichica ad una relazionale-interpersonale nella quale si muove la vita nella sua completezza comunicativa, verbale e non verbale, nella ricchezza di tutto ciò che passa a tutti i livelli senza più distinzione fra corpo e mente, natura e cultura. Lo stesso concetto di mente oggi, infatti, è cambiato. L’antica dicotomia, cognizione-affetto, è scomparsa; come pure si va verso una lettura in cui componente psichica e componenti biologiche sono una l’interfaccia dell’altra. Il parlare di mente che nasce nella relazione si interfaccia con un parlare di corpo, non più in modo metaforico, ma attingendo e utilizzando la ricerca scientifica limitrofa. Abbiamo a lungo riletto su questa linea il lavoro psicoanalitico nella sua potenzialità di costruire nuove modalità relazionali. In uno dei lavori proposti al seminario veniva evidenziata  attraverso molte situazioni cliniche la presenza di una frattura mente corpo e in casi più gravi di una vera e propria dissociazione, un corpo non più visto nella sua realtà oggettiva, ma un corpo concretamente immaginato: “Ho le cosce grassissime sosteneva Pia di 34 kilogrammi”. Ci si è chiesti come si origina questa frattura, questa rottura di sintonia tra corpo e mente, sé e altro? Da che cosa è sostenuta? E’un disturbo alimentare di passaggio, modalità per darsi forma in adolescenza o un qualcosa di più complesso che ha minato la possibilità di vivere il momento adolescenziale, quale tempo costitutivo di identità come concepimento di sé il più integrato possibile? La maggior parte dei casi in cui si ‘accende’ questo sintomo riguarda la pubertà e l’arco adolescenziale; anche nei casi in cui le persone sono più grandi di età sempre viene indicato l’insorgere del problema nel tempo dell’adolescenza. Si è notato però che un ascolto attento della storia di ogni paziente fa risalire molto spesso a molto più indietro, a storie relazionali particolari. Shore, parlando della dissociazione patologica, afferma che è un tratto chiave del disturbo dell’attaccamento del bambino piccolo, del disturbo da maltrattamento pediatrico, del disturbo dissociativo di identità, del disturbo postraumatico da stress, dei disordini psicotici, dell’abuso di sostanze e di alcol, dei disturbi somatoformi e dei disturbi di personalità borderline e antisociali.
Abbiamo ripercorso nel gruppo molte ricerche su ciò che accade in utero, là dove inizia e si tesse la vita, studi provenienti non solo dall’ambito psicoanalitico, ma anche da campi limitrofi: l’infant research, l’osservazione madre bambino, le neuroscienze. Viene evidenziata così la nascita di un bambino con tutta una serie di competenze e di modalità nel porsi alla vita, ma anche e necessariamente la nascita della mente della madre che sappia sintonizzarsi e rispondere a quel bambino in un impasto di biologia e ambiente strettissimo. Tutto ciò si plasma a livello embrionale, e anche molto prima nella storia e nella cultura di quella coppia, nella costruzione di una  proto intimità che darà vita a quel bambino, a quella madre e a quella relazione. Su questa linea quello che un bambino sperimenta di positivo o negativo resterà registrato, lascerà tracce. Alcune potranno essere richiamate, altre rimarranno non evocabili eppure attive nel creare nuove tracce. La trasmissione madre-figlio e poi anche ambiente-bambino non riguarda quindi mai solo la psiche, ma funziona in una intermodalità che va dalla sensorialità agli affetti. C’è stato anche un significativo dibattito, arricchito dalle molte esperienze portate dai colleghi presenti al seminario, sul fatto che il disturbo alimentare sia  per lo più legato alle adolescenti donne.
Inoltre abbiamo anche discusso l’interessante teoria di Baron Cohen che colloca i disturbi alimentari, certamente quelli più gravi, all’interno di un sistema di deficit di empatia.L’autore afferma che unna caratteristica dell’anoressia che molti medici e genitori riconoscono è:“La mancanza di empatia auto centrata, anche se questa non è considerata un criterio diagnostico. Mentre i genitori di una ragazza si preoccupano di vedere la figlia che continua a discendere la china di un’autoconsunzione potenzialmente fatale, lei può continuare caparbiamente a dire che il suo peso e la sua figura la soddisfano. Può insistere nel voler mangiare separatamente dalla famiglia, più interessata al contare le calorie e a pesare i cibi fino al minimo milligrammo che al suo stare bene nel gruppo familiare. Questa incapacità di comprendere un punto diverso dal proprio sembra essere molto simile ad un’altra forma del grado zero dell’empatia.”

Il concepimento è quindi l’inizio del processo di sviluppo fisico e mentale di una persona, che evolve con l’acquisizione progressiva di percezioni, competenze e rappresentazioni della mente e del corpo intessuti tra loro. Competenze, fisiche, mentali, cognitive, interdipendenti tra loro nel processo di sviluppo. La mente radicata nel corpo permette di stare al mondo e di negoziare la propria individualità nel gruppo sociale e culturale. Durante tutta l’infanzia, nel caso ottimale in cui l’individuo cresca in un contesto amorevole e rispettoso, continua questo processo di acquisizione di competenze complesse, affettive, corporee, intellettive; soprattutto si costruisce la capacità simbolica rappresentativa e si pongono progressivamente le basi di buone competenze di mentalizzazione e di autoriflessione. Quando invece si introducono fattori che  interferiscono o rompono l’alleanza sembra incrinarsi la vitalità del sentimento di sé, si creano delle crepe nel processo di evoluzione, cosa che rende l’individuo più vulnerabile alle successive sollecitazioni. Ferite del corpo, malattie, deformità, incidono gravemente sulla possibilità di nutrire insieme l’area rappresentativa del corpo e della mente. Un corpo diverso può infestare di sentimenti negativi di vergogna e inadeguatezza le tante altre aree rappresentative, spegnendo le motivazioni esplorative, cooperative e competitive, e ipertrofizzando soluzioni difensive di evitamento, ritiro o aumento dell’aggressività.  L’idea del corpo sembra prendere troppo spazio e depauperare il resto.
Nelle situazioni in cui ci sono stati abusi, la transizione con l’esterno si è giocata esclusivamente sul corpo, con una fisicità perversa e traumatica.
La complessità dei disturbi alimentari è costituita da una molteplicità di elementi intervenenti che si presentano variamente nelle diverse situazioni, rendendo ogni singolo caso una peculiare combinazione sintomatologica, ma è sempre centrata sul corpo. L’immagine corporea e le rappresentazioni mentali che la riguardano sono il fulcro da cui originano i diversi aspetti sintomatologici, a partire dalle distorsioni interpretative della propria immagine, all’utilizzo del corpo come unico depositario del sentimento di sé in assenza delle percezioni radicate nella mente, all’uso del corpo come membrana di confine tra la propria mente e quella dell’altro. I casi clinici che abbiamo proposto sono stati utili a mostrare come in ogni specifica situazione, la sintomatologia alimentare assuma significati e “funzioni” differenti.