Seminario n. 28: “Tenere per mano Qohelet. Psicoanalisi e spiritualità: curiosità e riflessioni”

Proponenti: Annalisa Balbo 

Report a cura di Arrigo Bigi 

Davvero insolito questo titolo del Seminario che Annalisa Balbo (Torino) ci ha confezionato!  Però anche accattivante per chi aveva interesse a intrecciare con la psicoanalisi un concetto così sfuggevole come quello di spiritualità.
E Annalisa lo ha fatto chiedendo aiuto a Qohelet, uno dei testi biblici dell’Antico Testamento, evocando l’immagine calda e materna del “tenere per mano”, come metafora di un cammino sicuro, necessario per affrontare l’incontro e il dialogo tra psicoanalisi e spiritualità.
Una prima riflessione Riguarda le affinità che si possono riscontrare in questi due mondi.
Dice Annalisa:
“ Psicoanalisi e spiritualità sono per me concetti aperti, anche se non generici, che implicano il rifiuto di risposte precostituite e l’apertura verso dimensioni infinitamente potenziali, come il desiderio che ci abita nel profondo e che un certo modo di interrogarsi è in grado di sviluppare”.
Dunque: non si avranno risposte, ma stimoli verso dimensioni “infinitamente potenziali”, che si collocano “nel profondo”.Dove per la psicoanalisi si tratta di avvicinare l’inconscio, mentre per la spiritualità è una continua ricerca di tutto ciò che trascende la corporeità dell’individuo e lo rende compiutamente persona (umana).
Una seconda riflessione riguarda l’ambito della ricerca. Per la psicoanalisi è  senz’ altro l’ambito del lavoro clinico dove “il profondo” si ricerca nella relazione col paziente.
Ma qualcosa di analogo avviene anche per la spiritualità che, nelle sue molteplici forme di espressione, si fonda sulla capacità di comunicazione tra gli esseri umani, per armonizzare e sintonizzare gli aspetti valoriali della vita, al fine di avere visioni socialmente condivise.
Ancora Annalisa: “Nella misura in cui si ammette e si conosce la dimensione del profondo, si cerca, si accetta, si rispetta la profondità del mistero che è nell’altro”.
“Si conosce”: non tanto intellettivamente, quanto mediante esperienza, che comprende non solo l’ascolto del paziente ma anche il proprio sentire.
L’accenno al “mistero” consente poi una terza riflessione.
Non si tratta di percorsi chiari e distinti che portano a traguardi precisi. Si tratta di accettare il senso del limite, connaturato in ogni esperienza umana, che previene fantasie onnipotenti e permette di non perdere il contatto con la realtà.
L’approccio al mistero permette una visione unitaria che appartiene sia alla psicoanalisi sia alla spiritualità.   Il Seminario ha utilizzato il pensiero bioniano (uso della capacità negativa, il segno O come realtà ultima, le trasformazioni in O) per inoltrarsi nei territori inesplorati della mente che appartengono sia all’ambito del patologico che a quello normale della creatività.

La conduttrice del Seminario ha poi sviluppato l’aspetto principale del suo discorso, quale si evince dal titolo: soffermarsi su un particolare aspetto della spiritualità, qual è quello del suo significato trascendente, che ha a che fare con la religiosità.
Annalisa parte dalla nota conclusiva del Matrimonio del Cielo e dell’Inferno di William Blake: “L’Angelo, che ora è diventato Diavolo, è mio intimo amico: leggiamo spesso assieme la Bibbia nel suo senso infernale o diabolico, che il mondo se si comporta bene conoscerà”. Annalisa commenta: “Io sono convinta che una certa lettura del presente tenendo per mano la Bibbia possa illuminare,attraverso ottiche critiche e convenzionalmente antitetiche (l’Angelo e il Diavolo) gli elementi costitutivi e fondanti della persona.Più di due secoli fa Blake consigliava di guardare alle realtà spirituali attraverso ottiche antitetiche per smascherarne gli aspetti non più vitali.Credo che per me, oggi, l’esperienza psicoanalitica rappresenti proprio la necessità di “tenere per mano il diavolo” ossia di assumere modalità dialogiche per entrare nella spiritualità e permetterci di interessarci alla cosmogonia che più ci riguarda: la nostra personale”.

Gli Ebrei osservanti leggono intregralmente QOHELET in occasione della festa del Sukkot (festa delle Capanne), come memoriale dell’Esodo e dei 40 anni trascorsi nel deserto.Questo testo è anche definito il “libro ateo” della Bibbia, perché contiene interrogativi lucidi e disincantati che sono in grado di coinvolgere e affascinare persino chi giudica con sospetto il sentire religioso.

Annalisa ne fu attratta fin dagli anni della sua formazione, quando si trovava alle prese soprattutto con interrogativi “spirituali”, come l’incertezza e la precarietà all’interno e all’esterno dell’individuo”.“Tenere per mano Qohelet” significava anche vincere la paura di attraversare la solitudine del deserto, meglio, di scoprire il significato autentico di vivere il deserto: “spazio silenzioso che permette di familiarizzare con la dimensione ontologica della solitudine e della precarietà, ma anche della bellezza e dell’amore”. Il deserto come luogo di cambiamento, e prima di tutto, simbolo di morte e di resurrezione, di cammino iniziatico.
Richiamando ancora Bion, l’esperienza clinica di essere all’unisono (at one-ment), una unicità con O, con la cosa in sé, con la verità.

Questi appunti e altri, sono stati di stimolo per i partecipanti al Seminario e hanno prodotto vivace discussione.
Per la precisione, accanto a Annalisa Balbo conduttrice, erano presenti: Arrigo Bigi (Firenze), Renato Caldera (Brescia), Lucia Fattori (Padova), Leonelli Lidia (Milano), Giuseppe Nonini (Roma), Andrea Scardovi (Bologna), Cesare Secchi (Reggio Emilia).