Silenzio Umano, Silenzio Disumano, Pisa 11-12 giugno 2011

Convegno

SILENZIO UNANO, SILENZIO DISUMANO

Pisa 11-12 giugno 2011

resoconto di Arianna Luperini

 

Pisa, undici giugno duemilaundici,
Scuola Superiore S.Anna: una cornice dai suoni contenuti, ovattati.

Il silenzio degli studi, che favorisce
la concentrazione e accompagna l’elaborazione, sembra essere la condizione più
adatta a favorire la trasformazione del dato in teorie, dell’intuizione in
concetto.

Una quiete ermeneutica che accompagna
fino all’Aula Magna Storica dove si parla, a più voci, proprio del silenzio.

Il silenzio e’ l’oggetto del convegno
Silenzio umano, Silenzio disumano – 
Riflessioni psicoanlitiche sulle declinazioni del silenzio: strumento di
violenza, difesa dal trauma, spazio di conoscenza e di elaborazione -.

Introdotti da Teresa Lorito – che
suggerisce, con un ossimoro, l’eloquenza del silenzio – ne parlano Barbara
Henry docente della Scuola Superiore S.Anna, che offre ai convenuti, in gran parte
psicoanalisti, psicologi e psichiatri il punto di vista della filosofia
politica; poi Salman Akthar, psicoanalista di training del Psychoanalytic
Center in Philadelphia e docente al Jefferson Medical College di Philadelphia, discussant
GiovanniForesti, Segretario Scientifico della Società Psicoanalitica Italiana;
infine Yolanda Gampel, psicoanalista dell’Università di Tel Aviv e docente
presso il dipartimento di psicologia della Tel Aviv University, chiosata da
Andrea  Seganti,  psicoanalista didatta della Società
Psicoanalitica Italiana.

Il Convegno fa parte del programma
scientifico del Centro Psicoanalitico di Firenze, che a Pisa annovera una
nutrita schiera dei propri aderenti.

Ma se la psicoanalisi è cura di parole,
perché il silenzio al centro dell’attenzione?

La risposta viene piuttosto semplice e
da due direzioni: la pratica clinica,  dove
il silenzio è massicciamente presente e si riempie ogni volta di senso, e il
legame della  pratica clinica  ad un contesto socio culturale che il
convegno programmaticamente enuncia, facendo riferimento al silenzio
disumanizzante e umanizzante nei territori oscuri della violenza e della
sopraffazione.

All’interrogativo non si sottrae Salman
Akthar, anzi da quello parte nella sua esposizione mettendo in evidenza,
subito, come il silenzio sia "onnipresente nel dialogo umano e perciò è
destinato a fare la sua comparsa nello scambio analitico".

Salman Akthar propone una
categorizzazione del silenzio secondo varie tipologie: dal Silenzio Strutturale
(un altro ossimoro? Bisognerà domandarsi come mai la riflessione sul silenzio
tende all’ossimoro …)  al suo estremo
opposto il Silenzio Vuoto, passando per il Silenzio Simbolico e così via.

È lo stesso relatore ad avvertire che
la categorizzazione va intesa nella sua comodità espositiva, mentre la realtà
suggerisce che i vari silenzi possono funzionare come i vasi comunicanti, si
contaminano, si "parlano" …

Inoltre, rispondendo alle
sollecitazioni presenti nel titolo del convegno Salman Akthar colloca la sua
categorizzazione  e l’approccio clinico, nella
più ampia vicenda socio culturale dove dolorosi silenzi come quello degli oppressi,
dei senza voce, degli emarginati – il migrante che non conosce le sfumature
della lingua ospite, ristretto, perciò, nella "prigione della letteralità" – si
mescolano al silenzio del complice come a quello del devoto.

Giovanni Foresti nel discutere la  relazione di Salman Akhtar allarga i confini del
convegno: "il tema che sta sullo sfondo della discussione di oggi …[è] che
rapporto c’è fra pensiero e linguaggio …che rapporto c’è fra parola, silenzio e
pensiero?"

È ancora Foresti che, riprendendo le
parole di Heidegger, ci indica il silenzio come ciò che può essere utilizzato
per rompere l’ovvietà facendoci pensare, come psicoanalisti, a quel ponte che è
necessario attraversare per attingere a 
significati inediti, a una nuova lettura del testo.

Davvero "sovrumano", cupo, il silenzio
di cui parla Yolanda Gampel, il silenzio dell’indicibile orrore della Shoah,
fatto di "spazi
vuoti e congelati, in cui non ci sono parole per esprimersi ma solo gesti, una
sorta di scorie radioattive che non possono essere trasformate in memoria".

Indicibile forse perché "descrivere gli eventi e le
emozioni con parole sarebbe come mettere un limite agli atti del nazismo".

Così "tra il silenzio e le parole c’è una
zona attraverso la quale nessuna testimonianza può passare".

Per Yolanda Gampel "ascoltare i sopravvissuti è un
dialogo asimmetrico in cui l’ascoltatore è costantemente in silenzio; di fronte
a questo orrore, l’ascoltatore deve rimanere quasi senza parole".

Andrea Seganti introduce nella discussione un
parallelismo fra le difese che Yolanda Gampel nomina svuotamento e " i
tentativi di adattamento a madri altamente imprevedibili" da parte dei bambini.

Riguardo a queste stesse difese, ci dice Andrea
Seganti "possiamo supporre un loro valore strategico… dato dalla sensazione di
conservare, nonostante tutto, una qualche forma e possibilità di sopravvivenza
a fronte di situazioni che la mettono fortemente in dubbio"

Un insieme di voci articolate, ma consonanti in quanto
a profondità e ricchezza di approccio al tema, una visuale da punti di vista
diversi – la filosofia politica, la clinica, il contesto socio culturale –
insieme ad una atmosfera autenticamente seminariale, quindi destinata a
germogliare, hanno caratterizzato i due giorni del convegno.

All’ingresso, ad accogliere i partecipanti, le belle
foto di Monica Delli Iaconi commentate dai testi scelti da Roberta Penni.