Analista junghiana: Intervento dal pubblico

Ringrazio, sono state relazioni ricchissime. Raccolgo l’invito di Vanna Berlincioni di fare meticciato, perché io sono junghiana, e mi sento un po’ straniera in questo consesso di freudiani. Raccolgo in tal senso anche l’invito del dottor Balsamo, che diceva di allargare le visioni, e quindi vorrei portare un punto di vista junghiano su questi temi provando a far dialogare tra loro linguaggi diversi. Intanto sottolineo con piacere il fatto che ho sentito aleggiare il fantasma di Jung più volte: si è parlato di narrazioni mitiche, di simbolo… Volevo poi dire che quando Freud si occupa di religioni monoteistiche e parla solo di ebraismo e cristianesimo, dicendo che lui dell’Islam non sa molto, avrebbe forse dovuto chiedere al suo allievo Carl Gustav Jung, che aveva fatto uno studio amplissimo sul mondo arabo, sulla religione islamica e sui miti cui accennava la dottoressa iraniana. Dal punto di vista junghiano, a me sembra che si sia parlato molto oggi di una cosa che mi ha guidato nell’ascolto e che mi deriva da Jung, che, a differenza di Freud, aveva lavorato molto con gli psicotici, e cioè che la scissione, più della rimozione, non è solo una difesa ma è anche una funzione psichica. Il dottor Benslama parlava della psicosi sociale e di come noi siamo inseriti inevitabilmente in una psicosi sociale quando viviamo certi avvenimenti, in questi casi io credo  che noi stessi rischiamo che questa funzione psichica si metta in movimento. Se noi teniamo in mente la scissione, con il suo derivato, che è la frammentazione, possiamo leggere meglio il riferimento alla clinica in condizioni di trauma sociale cui ha fatto riferimento la dottoressa iraniana. A tale proposito mi è venuto alla mente il libro di un autore di origine iraniana, La casa della moschea, dove è narrata la storia di una famiglia che si spacca proprio, con il risultato che ciascun componente della famiglia rappresenta una parte scissa e frammentata.

Venendo poi alla questione fondamentale della lettura dell’Islam, di cui ci parlava il dottor Benslama, io vedrei la cosa in questo modo: certamente la questione del padre è la questione fondamentale di tutte le religioni monoteiste, e quindi anche dell’Islam, però tenendo conto del fatto, come ha detto Jung, che ci sono degli archetipi, cioè dei temi psichici fondamentali, che poi si possono scindere in polarità opposte, io penso che quello che è successo nel mondo islamico è che la polarità, una polarità del padre, quella del padre che abbandona, sia stato l’elemento scisso. La polarità negativa del padre, che abbandona e caccia, nel deserto, il figlio e la madre, con il risultato che lo lascia in balia delle emozioni, del materno, tant’è che le tribù islamiche hanno vissuto nel deserto del tutto separate tra di loro, senza un punto d’unione. Solo quando viene recuperata del padre l’altra polarità, cioè quando viene recuperato il padre della legge, si torna a formare un senso di collettivo. Però, il padre che ritorna, la polarità opposta del padre che abbandona, è un padre intransigente, che ha bisogno di esserlo perché deve tenere assieme con delle regole ferree tribù che sono tra loro le più diverse, con il risultato che la polarità materna torna nell’inconscio, e diventa emotività esplosiva che si esprime a un livello primitivo: la fatwa, e così via…