Fausto Petrella: Geografie della Psicoanalisi

 

Ringrazio di avermi assegnato il ruolo di chairman in questo convegno, dovuto alla grande e lungimirante apertura culturale di Lorena Preta e agli interessi psicoanalitici appassionati e alla intelligente tenacia di Marco e Dana Francesconi.

Come psichiatra e psicoanalista non ho una particolare competenza per pronunciarmi sulla cultura e la realtà sociale complessa dell’India e dell’Islam e neppure sulla cultura giudaico-cristiana, di cui potrei essere considerato un esponente involontario. Tuttavia, con Dario De Martis, ho sempre avuto un’attenzione specifica agli aspetti ideologici e culturali della psichiatria e delle sue istituzoni e dell’influsso di queste componenti esterne sul lavoro clinico, sia in psichiatria sia in psicoanalisi. Il legame della psicopatologia con l’antropologia culturale che in Italia trova le sue origini dall’opera straordinaria di Ernesto De Martino, ha interessato la psicoanalisi e la psichiatria pavese sin dagli anni 70, assai prima che il flusso migratorio dall’Africa e dai paesi asiatici costringesse la psichiatria e la psicoanalisi di questi ultimi anni a interrogare la propria disciplina e il proprio lavoro in termini transculturali e di antropologia sociale.

Come affrontare il dialogo con persone straniere, ma non più estranee e divenute prossime, è per noi un problema centrale e una realtà clinica precisa, che incontra difficoltà specifiche.

Alla fine del 2000 mi accadde di essere invitato a parlare delle “finalità della psicoanalisi” in un convegno dove mi trovai inserito con mio sgomento in una sessione dedicata alle “prospettive escatologiche” delle grandi religioni storiche, insieme a un vescovo cattolico, a un rabbino, a un esperto di religione sufi e a una studiosa di buddismo! Penso di poter affermare che quell’incontro fu per tutti i relatori l’occasione mancata per una rissa, ma anche semplicemente per un dialogo, che si rivelò impossibile. Non vi fu alcuna discussione, tutti espressero le loro fedi con convinzione. Ognuno suonò le sue trombe e le sue campane. Le posizioni dogmatiche sono un rifugio rassicurante di fronte alla precarietà non solo dei fini ultimi, ma anche di quelli prossimi. Le scissioni e l’isolamento relativo delle singole ideologie e credenze preservano da temute commistioni e confusioni caotiche. L’accostamento d’idee e di fedi diverse costringe a una tolleranza rischiosa. Non si sa mai quanto la tolleranza sopporti la prossimità alla diversità, e cosa rende possibile la tolleranza richiesta.

Nuove opportunità di dialogo si presentano oggi con l’innesto della psicoanalisi in culture diverse da quella tradizione occidentale, dove la psicoanalisi ha trovato il suo terreno di sviluppo e di diffusione.

Alla psicoanalisi è rinfacciato periodicamente il limite d’essere nata in uno specifico e circoscritto ambiente culturale, la Vienna ebraica in epoca vittoriana. Essa ha tuttavia prodotto dei modelli generali di funzionamento psichico che si basano sul riconoscimento minimo di certe funzioni universali che rappresentano condizioni sine qua non del funzionamento psichico, momenti che stanno a fondamento di ogni sviluppo e che ritroviamo variamente sedimentati, trasformati e interpretati in ogni organizzazione sociale e istituzionale.

Oggi troviamo psicoanalisti operanti in Paesi lontani e che mettono alla prova i modelli e i metodi psicoanalitici per comprendere culture e pazienti che l’Occidente ha difficoltà a intendere. Potremmo dire che si iniziano ad avere scambi di tutti i tipi, dove Maometto va alla montagna e la montagna va da Maometto. La psicoanalisi ha oggi il compito ineludibile di confrontare le sue pratiche e le sue concezioni e modelli con funzioni simboliche, linguaggi e organizzazioni ideologiche profondamente diverse da quelle occidentali, esse stesse tutt’altro che monolitiche ed enormemente variegate al loro interno.

Ci sono dei punti specifici che attendo al varco nelle relazioni e discussioni che sentiremo. Interessa nelle varie culture individuare come sono trattate le diversità di genere e di classe sociale e di quale considerazione è fatta oggetto l’alienità, cioè l’anomalia culturale della follia. Mi interessa percepire come viene culturalmente organizzato – in India, in Africa e nei paesi islamici – il bene il male, il positivo e il negativo, e i linguaggi impiegati per definire lo spazio di queste polarità. Lo spazio rimanda all’idea dei confini culturali, alle concezioni regolatrici del diritto, alla gestione del lecito e dell’illecito e all’idea di soggettività implicata in tutto questo. Mi interessa comprendere i miti e i riti che fondano e regolano ovunque la socialità e la proporzione consentita nella vita ordinaria tra fantasieren  e pensiero praticamente orientato, cioè la proporzione socialmente accettata tra i processi primari e i processi secondari definiti dalla psicoanalisi.

Vediamo oggi le caratteristiche tradizionali della tecnica psicoanalitica messe in tensione dal confronto culturale. L’appropriatezza della psicoanalisi in contesti culturali differenti deve essere messa in discussione, quando persino le forme per noi abituali dei contenuti psichici e relazionali si presentano in forme nuove e inusuali.

Spero che la giornata di oggi consentirà a me e a tutti noi un confronto significativo con la riflessione straordinaria degli importanti autori di cui ascolteremo le relazioni.