Fausto Petrella: Risposta a Davide Radice

Grazie per il suo intervento. Trovo molto interessante la ricorrenza in Freud del termine Leib in riferimento al corpo femminile materno; io stesso mi sono occupato, in un lavoro, della presenza della madre nel testo freudiano.  Qui il materno è una dimensione molto presente, benché Freud non abbia sviluppato tale tema, pur ponendo le basi per successivi sviluppi in alcuni passi straordinariamente acuti.

Volevo poi fare una breve considerazione sul fatto che con piacere ho visto, nel lavoro di Boni, come anche nelle relazioni del pomeriggio, che in quanto chairman della giornata avevo già lette, che non si cade nella tentazione dell’esotismo, un atteggiamento che caratterizza frequentemente l’approccio dell’Occidente all’Oriente, basti pensare ai versi di Klingsor musicati da Ravel nel 1903 per la Shéhérazade, dove si manifesta un esotismo idealizzato, fortemente erotizzato, sensualissimo. Io capisco che Freud, di fronte ad atteggiamenti del genere, fosse diffidente, e si alimentasse in lui un certo etnocentrismo, a differenza di Jung, o, tra gli scrittori, di Herman Hesse. Mentre Thomas Mann, per quanto animato da interessi polimorfi (come mostrano le sue incursioni nell’ebraismo in Giuseppe e i suoi fratelli o nell’induismo della Favola delle teste scambiate), mantiene una posizione di distanza ironico-critica nei confronti dell’Oriente, senza mai confondersi con la ‘cosa’, come ad esempio nella Favola delle teste scambiate. Per noi c’è il problema di esaminare la psicoanalisi nel confronto con le altre culture, dove alla necessità di mantenere una distanza critica si aggiunge quella di comprendere cosa ne è della psicoanalisi quando praticata in un altrove molto distante. È mia opinione che la psicoanalisi debba tener duro (sono d’accordo con Lorena), non tanto con le sue concezioni, che possono cambiare, quanto con il suo metodo, non rinunciando a un’osservazione empirica che tiene conto dei funzionamenti inconsci. Funzionamenti che si scoprono nelle cose che osserviamo e che possiamo osservare solo perché abbiamo certe attitudini osservative, che ci impediscono di restare invischiati nella macchina simbolica che ci viene proposta.