Fethi Benslama: Risposta a Homayounpour e a Balsamo

Vorrei dire qualcosa sull’intervento di Gohar Homayounpour, sull’importanza del suo richiamo alla clinica e all’esercizio della psicoanalisi in situazioni che non possiamo che definire psicosociali. Freud utilizza il termine psicosociale riferendosi proprio al momento in cui la società non è più in grado di dare al soggetto la garanzia fondamentale circa il suo narcisismo. C’è infatti una garanzia che nessun altro può fornire all’individuo umano poiché essa può essere data solo dalla società, la sola che può proteggere interessi narcisistici e individuali soggettivi. Quando questa situazione viene a mancare e di conseguenza non c’è più protezione narcisistica, ecco che l’analista stesso ha difficoltà a restare in sella dal momento che lui come tutti è garantito da questa protezione, da questa garanzia sociale data dalla società a qualsiasi soggetto. Ne consegue che lo psicoanalista fa parte non già della società, o meglio, non solo della società ma, anche, dei fondamenti stessi, narcisistici, che la società fornisce all’uomo. Se tale condizione non è data, l’analisi non è possibile, l’analista diventa colui che perseguita o che è perseguitato, quindi assume il ruolo dell’estraneo e non può più gestire analiticamente la relazione.

Lo abbiamo visto accadere in America Latina durante la dittatura e la persecuzione, tu ce l’hai fatto vedere  in Iran, si tratta di una questione di grande importanza, poiché ci porta a doverci chiedere cosa può fare in condizioni simili l’analista. Intanto, deve continuare ad essere analista, ma è molto difficile riuscirci, non si è sempre analisti, tale continuità non esiste neanche in condizioni normali, poiché ci sono momenti in cui smettiamo di essere analisti. Manteniamo con molta difficoltà, con molto lavoro, questo ruolo, e quando non ci riusciamo il transfert stesso non opera più, non agisce più, poiché transfert significa: fede, credenza. Per esempio, se prendete un taxi e pensate che il taxista sia un folle, non prenderete quel taxi, così non potete affidarvi all’analista se pensate che l’analista sia impazzito, a questo punto non si tratta nemmeno di transfert negativo, si tratta di impossibilità del transfert. Penso che questo sia un dato veramente importante e non è possibile dire di se stessi di essere sempre tecnici, vantandosi del fatto che quindi la tecnica ovvierà a tutto, ponendo rimedio a tutti i problemi, anche a quelli psicosociali.

Ricollegandomi al commento di Balsamo alla mia relazione, hai detto veramente tante cose, Maurizio, e ti ringrazio per l’intervento e per le sollecitazioni, che mi porterebbero a dire tantissime cose. In particolare, ci sono due punti sui quali vorrei tornare.

Il primo riguarda il riferimento che hai fatto a Said. A me è accaduto di avere una discussione con Said sul tema dello ‘smontare’ l’identità. Riflettere sullo smontaggio dell’identità è naturalmente funzionale alla comprensione dell’identità, dal momento che se si smonta un’identità significa che prima ce n’è stata una, che si può pertanto successivamente smontare. Il problema piuttosto si pone quando non c’è stato montaggio d’identità all’inizio o quando esso è stato fatto male, qui c’è il problema, qui c’è un tormento, un disturbo dell’identità.

Questo è il punto: si può smontare una identità quando prima è stata montata e costruita bene; cioè, è possibile fare una disidentificazione quando l’identificazione c’è stata, e sappiamo che il lavoro analitico consiste in un’opera di disidentificazione, che il paziente farà piano piano, dalle sue identificazioni. Ma quando le identificazioni sono carenti, la disidentificazione diventa molto pericolosa e quindi quello che vediamo nei disturbi identitari delle società è il fatto che le persone non sono in grado di fare questo smontaggio, gli smontaggi diventano pericolosi, insidiosi, per cui si assiste una escalation di identità. La situazione del mondo musulmano è proprio questa, dove la decostruzione dell’identità (che è un lavoro fondamentale, imprescindibile per potersi trasformare, per cambiare e diventare qualcuno che vive bene nel proprio mondo) è molto difficile da fare perché c’è un disturbo dell’identità e quando c’è disturbo dell’identità l’identità è difficile da smontare, questo è l’aspetto fondamentale di cui occuparci, ne abbiamo parlato con Said, al quale dicevo che in fondo Freud era veramente molto ebreo, dotato cioè di una identità forte, per cui poteva consentirsi di dire quello che diceva e di come lo diceva, dichiarando di sentirsi ebreo, addirittura ipotizzando quasi una sorta di  retaggio genetico, è incredibile pensare che lo dica, e lo dice poiché è talmente sicuro della sua veridicità che a un certo punto può permettersi di smontare tutto questo e arrivare a sentirsi ebreo e non ebreo allo stesso tempo.

È questo il punto: una persona che sta bene con se stesso può fare questo tipo di smontaggio della propria identità, ma le persone disturbate non possono farlo, per loro è veramente molto complicato. Questo è un punto interessante nella riflessione di Said, che dimostra anche i limiti del suo pensiero sulla psicoanalisi.

Un altro elemento sul quale vorrei tornare tra le numerose cose che, Maurizio, hai detto, su cui sono assolutamente d’accordo, è il fatto che non si può dire che nell’Islam non ci siano soggetti; un soggetto c’è, ma questo soggetto è quello della teologia, della tradizione, è un soggetto assoggettato, sottomesso, con tutto quello che significa: soggetto nel senso letterale del termine, appunto: subjectus.

Il soggetto in Islam è colui che porta il peso di coloro che lo assoggettano, quindi è assoggettato a Dio e poi a tutti quelli che parlano in nome di Dio.

Il soggetto moderno invece è un’altra cosa: è soggetto ma anche attore, protagonista della legge, cioè fa tutte e due le cose, nel senso che da un lato è colui che deve sopportare le leggi e ubbidire alle leggi, però visto che si vive in una democrazia partecipa anche alla costruzione delle leggi, quindi è soggetto ma anche attore, opera in una posizione attiva e passiva, tutte e due.

Ne consegue che il concetto di soggetto nel mondo moderno democratico investe una contraddizione, presuppone una contraddizione che è creativa, interessante, poiché sta su questi due registri. Freud parla della depulsione in uno dei pochi testi in cui parla dell’istinto di pulsione, con ciò dimostrando come il soggetto cambia, come passa dalla posizione passiva a quella attiva e viceversa, e come questo cambiamento, questo avvicendarsi, faccia sì che il soggetto venga concepito in un modo diverso dall’assoggettato.

Al contrario, nel mondo della tradizione il soggetto invece non è in grado di assumere queste due valenze, non può cioè essere attore del proprio destino, esserne il protagonista; il concetto di autore, ad esempio, è assente nella tradizione, non c’è: è un concetto moderno. Se ci pensiamo, nei testi antichi anche grandi scrittori iniziano dicendo che il sapere non viene da loro ma emana da Dio, del cui pensiero essi sono semplicemente il veicolo, e così via. Infatti, la posizione dell’autore è precipua al soggetto moderno.

Quello che accade oggi nel mondo della tradizione è relativo invece alla definizione data da Gohar nell’intervista rilasciata a Barbara Piovano per Psiche nel 2008, la insostenibile pesantezza dell’essere oggi in Islam.

È il peso del soggetto, questo peso che non si muove, che non cambia, poiché se dovesse cambiare si tratterebbe di trasgressione, dunque il fantasma sarebbe quello del parricidio.

Il soggetto edipico invece è un soggetto che va fino in fondo alla trasgressione, che vive la sua tragedia, vive l’omicidio e vive la questione di aver cacciato la Sfinge, al cui quesito, secondo alcune versioni del mito, si dice che abbia risposto dicendo semplicemente: “Sono io, l’uomo”. Cioè, con un gesto riflessivo, che significa: “Sono io”.

Ebbene, questo il soggetto della tradizione non può farlo, il soggetto della tradizione deve solo dimostrare di essere allontanato da Mosè, che non è lui a volerlo.

Ecco la ragione per la quale il momento riflessivo, quello edipico, crea qualcosa di assolutamente inedito, un soggetto che rivendica e dice la responsabilità del proprio atto. È questa la modernità, che ci ha portato alla vertigine dell’oggi.