Francesco Saverio Trincia: Intervento [1]

Provo a essere utile proponendo un discorso di metodo. È evidente che in giornate di studio come questa si entra nel confronto epistemologico diretto con il pensiero freudiano. Per esempio, alla luce di quello che diceva Boni, emerge una discrasia con il modello freudiano, che vede l’identificazione orizzontale degli individui di una massa come conseguenza della proiezione dello sguardo in direzione verticale ( orientata verso l’alto) nei confronti di un capo che è capo per tutti e che attrae la passione amorosa, rendendo tutti gli uni per gli altri uniti. Tale è la spiegazione classica, in base alla quale si sono date le ben note interpretazioni  del fascismo, anzi dei fascismi, delle dittature. Poi, c’è quest’altro modello, nel quale abbiamo del nuovo, che è tra le cose interessanti illustrate da Boni a proposito di Gandhi: abbiamo una persona, un individuo, un corpo, il corpo ascetico di Gandhi, destinato a porsi come polo della costituzione di un corpo libidinale ultraindividuale, collettivo. Sono due modelli del tutto diversi, sia perché l’uno va nella direzione della spiegazione di situazioni politico-sociali di tipo autoritario e l’altro no, sia perché sono coinvolti categorie, modi di argomentare e contenuti concettuali che non coincidono. Allora il problema che si pone è che i due poli concettuali della discussione avviata stamattina[1], già molto interessante, sono da un lato l’antropologia e dall’altra l’universalità. E la questione di fondo si presenta in questo modo: è chiaro che si va nella direzione della costruzione di modelli antropologici diversi da quello freudiano, cioè da quello  condizionato culturalmente per il fatto che Freud era un ebreo viennese, che aveva studiato in un certo modo e aveva una consapevolezza molto forte anche della propria vicenda storica.

In tal senso, si costruiscono modelli antropologici diversi ma con la pretesa essenziale, anzi con la esigenza,  di rimanere all’interno delle categorie del pensiero psicoanalitico, non uscendo dalla psicoanalisi, andando, come diceva Lorena Preta, creativamente avanti. Io trovo giusto che si proceda così, ma nel farlo l’altro polo viene tuttavia tenuto fermo perché il discorso non si disgreghi in empirismo, cosa che finora non è accaduta nel corso del Seminario.Io, filosofo, pur non essendo psicoanalista appartengo per una componente fondamentale del mio pensiero al vostro mondo, essendo legato per i miei interessi di ricerca all’universo concettuale freudiano, che non ha un taglio empirizzante e semplicemente descrittivo, ciò che rappresenterebbe un suo impoverimento radicale.L’altro polo di questa diade, il polo dell’universalità, resta dunque  in gioco e allora la questione è : come far sì, nella costruzione di modelli antropologici diversi, che l’universalità del vocabolario concettuale, che pure non resta identico, non subisca tuttavia scossoni che potrebbero vulnerare l’apparato complessivo? Il prof. Petrella stamattina ha citato De Martino; anch’io volevo ricordare Il mondo magico di De Martino e i suoi altri libri, tutti caratterizzati esattamente nel senso del nesso tra antropologia e universalità, seppure in una prospettiva diversa da quella di cui stiamo occupandoci (perché vi è molto forte la presenza di motivi filosofici e molto meno di quelli freudiani). Vi si attua un parallelismo fra procedimenti diversi e distanti, in cui il tema di fondo dal punto di vista concettuale è il contatto fra il radicamento nella dimensione concreta (che è variabile e sollecita il mutamento dei paradigmi volta a volta pensabili) e quello dei paradigmi antropologici, da un lato, e, dall’altro, la valenza concretamente riferibile al dato di esperienza, ossia a questo o a quel paesino del Sud, per quanto riguarda l’antropologia di  Ernesto De Martino.

Ecco, a me pare che voi stiate lavorando in tale prospettiva; e spero di poter presto dire noi, perché fin dall’apparire del numero di “Psiche” dedicato a Geografie della psicoanalisi, questa tematica mi intriga moltissimo. Come professore di filosofia, sottolineo un punto fondamentale, cioè che questo è un problema  squisitamente filosofico (come è risultato fin dall’inizio  in questo originale convegno), identificato come tale entro la stagione riflessione filosofica moderna, ma ormai molto lunga. Si pensi a Rousseau, che si è posto il problema filosofico dell’uomo, e si pensi anche  a Kant, che nelle lezioni di logica, come risulta dagli appunti presi da allievi, dice che il problema di tutti i problemi è “Che cosa è l’uomo?”, e si chiede: “Tu, l’uomo, sei il vero mistero e io non verrò mai a capo di che cosa tu sia, uomo”, nel senso dell’human being. Viene qui a stringersi una problematica filosofica che connette la riflessione sull’uomo e la riflessione sul mondo, la riflessione sul concreto e la riflessione sulla dimensione universale. Uomo, mondo e universalità si stringono intorno alla domanda: Che cosa è l’uomo?

Sto pensando sul presupposto di una questione che da tempo mi attrae, ossia il rapporto tra psicoanalisi e filosofia. Quello che sto sentendo oggi a Pavia, e le riflessioni che mi vengono in mente e che vi ho, un poco semplificando, espresso, fanno riferimento a un passo in avanti che si può fare su questa strada ragionando su una prospettiva problematica, che, e cito di nuovo Lorena, invita a tenere aperta la riflessione, dando al ben noto concetto di interminabilità, che Freud riferiva ai tempi ed ai modi dell’analisi, una concretezza di svolgimento che alla filosofia in quanto tale non appartiene, ma di cui può appropriarsi attingendo dall’universo psicoanalitico[2].

Allora, si potrebbe esclamare insieme, psicoanalisti e filosofi, viva Kant! Il quale  diceva, sempre in riferimento alla domanda sull’uomo, che è necessario che gli esseri umani  interroghino filosoficamente se stessi e che, a questo scopo, viaggino, esaltando così l’apertura dello sguardo e l’intrinseca creatività e dinamicità dell’osservare, che diventa evidentemente un modo del filosofare tutt’affatto diverso dalla chiusura sistematica e onnincludente.

(1) Professore ordinario prima di Etica sociale e successivamente di Filosofia morale presso la facoltà di Filosofia, Sapienza Università di Roma, docente nel Master di Etica pratica e Bioetica nella stessa Facoltà, membro del comitato di redazione di “La Cultura”, “Links”, “Discipline filosofiche”, costantemente invitato in Italia e all’estero (dagli Stati Uniti, alla Francia, alla Germania) per convegni e seminari, Francesco Saverio Trincia ha studiato la filosofia del diritto di Hegel e il giovane Karl Marx. Ha poi rivolto i suoi interessi a Martin Heidegger e ad alcuni dei principali filosofi italiani del Novecento (Giovanni Gentile, Galvano Della Volpe, Antonio Gramsci, Romolo Murri). Nell’ultimo decennio ha concentrato il proprio lavoro scientifico su Sigmund Freud, su Edmund Husserl e sul rapporto tra fenomenologia e psicoanalisi. Costante è stato il suo interesse per le questioni di filosofia morale e politica e per i temi della bioetica. Tra le principali opere pubblicate negli ultimi cinque anni vanno ricordate Il governo della distanza. Etica sociale e diritti umani, FAngeli, Milano 2004; Perspectives sur le sujet. Prospettive filosofiche sul soggetto, OLMS. Hildesheim 2006 (in collaborazione con Stefano Bancalari); Husserl, Freud e il problema dell’inconscio, Morcelliana, Brescia 2008; Etica e bioetica, FAngeli, Milano 2008. Tra i saggi principali sono da segnalare: “Il problema di una scienza del mondo della vita”, pubblicato negli Atti del convegno di Pisa su Problemi attuali della fenomenologia. Mondo della vita e sintesi passiva, a cura di A. Ferrarin, ETS Pisa 2006; The ethical imperative in Edmund Husserl, “Husserl Studies”, 2007; La filosofia della pulsione in Sigmund Freud, “La Cultura”, 3, 2007, Freud e la filosofia, Morcelliana, Brescia 2010

(2) Che poi riguarda in fondo il rapporto tra la psicoanalisi e la storia, tra la psicoanalisi e il potere, la politica.

(3) Perché alla filosofia appartiene una sistemazione, una chiusura che sono consustanziali. La tradizione filosofica tutta è caratterizzata dall’idea che a un certo punto il cerchio si chiuda e che la verità sia stata ad un certo punto raggiunta.