Ma Quanti “mi piace”? di Marta Capuano, Gemma Zontini

MA QUANTI “mi piace”?

Marta Capuano

Gemma Zontini

8/4/2017

Una conversazione personale con un collega, Paolo Cotrufo, ha suscitato in me delle curiosità, relative ad un particolare tipo di “dipendenza dal virtuale”: il bisogno dei “mi piace”. Un bisogno di quantità, ho pensato. Ne ho parlato con Marta Capuano, coautrice di queste brevi note, e abbiamo deciso di osservare il fenomeno della ricerca dei “mi piace”. Partendo dal presupposto, dall’ipotesi, che si trattasse di una dipendenza dalla quantità (dal numero dei “mi piace” che un determinato soggetto riceve quando posta un contenuto su un social network), abbiamo cominciato a raccogliere informazioni sull’entità e l’ampiezza di tale fenomeno nei gruppi sociali cui potevamo avere accesso, sia per motivi connessi al tempo libero, sia per motivi professionali sebbene non strettamente psicoanalitici (gruppi di operatori sui luoghi di lavoro, studenti universitari, etc.).
I dati “empirici” che abbiamo potuto raccogliere a partire dalle nostre osservazioni “sul campo” hanno fatto sorgere in noi qualche interrogativo.

Ad esempio: in che senso è possibile parlare di “dipendenza quantitativa dal virtuale”? E’ stata abbastanza osservata la dipendenza qualitativa dal virtuale che sottrae, aggiunge o altera le qualità percettive degli oggetti come dei soggetti. Ma la quantità? Perché nel caso dei “mi piace” si tratta del numero, della quantità di “apprezzamenti” ricevuti, espressi dal numero dei “mi piace”. Da quanto abbiamo potuto osservare, ci è parso che la quantità dei “mi piace” ricevuti in relazione ad un contenuto postato in rete influenzi particolarmente quella che in senso molto generale si potrebbe definire la percezione di sé. Abbiamo notato, in particolare, che l’umore e la fiducia in sé stessi sembrano dipendere dall’attività di ricerca di contenuti interessanti, particolari, attraenti e dal numero di “mi piace” ricevuti. Questa occupazione nel corso del tempo può divenire persino preponderante, specie per le persone più giovani. E talvolta giunge ad influire negativamente sul corso delle normali occupazioni di vita: studi, lavoro e persino frequentazione di persone “reali” quali colleghi ed amici. Talvolta anche i familiari stretti vengono raggiunti quasi esclusivamente via Skype o Face Time o Whats app o altri programmi di comunicazione sociale informatica. Persino un possibile incontro amoroso viene, spesso, organizzato con qualcuno conosciuto in rete e selezionato in base al numero di “mi piace” inviati da questa persona ai contenuti postati dall’altro in rete. Commenti di parenti o amici o persone vicine che possano evidenziare il declino dell’elemento umano nella vita di questi soggetti “abitanti del virtuale” viene etichettato come antiquato e, sovente, scartato.

Un accadimento casuale, in particolare, ci ha molto incuriosito. Siamo in un ristorante. Al tavolo accanto al nostro, siede una giovane coppia, che sembra ben assortita. Cominciamo a scambiare qualche chiacchiera. I due ad un certo punto ci spiegano che si sono conosciuti attraverso una rete sociale, Tinder. Questa rete, specializzata in incontri, attraverso un algoritmo misura le affinità tra le persone iscritte permettendo di individuare le “anime gemelle”. Il loro incontro, dovuto a Tinder, ci spiegano con candore e sincerità, ha permesso di abbreviare i loro tempi di conoscenza, di saltare cioè quel tempo necessario a sviluppare un’intesa, un’intimità.

Le brevi osservazioni che abbiamo proposto ci hanno indotto ad interrogarci su forme di dipendenza di apparente recente comparsa, legate a questo specifico momento storico e all’affacciarsi sulla scena dell’umano di elementi protesici che funzionano virtualmente, come prolungamenti a distanza del corpo e non come sostituti di parti di esso spazialmente coplanari al corpo stesso.

Innanzitutto, ci è parso di poter inquadrare questa forma di gestione del piacere nel capitolo delle dipendenze. E questo per due ordini di motivi: 1) l’effetto di
désaffectation (McDougall 1982) che l’uso dell’oggetto “virtualizzante” comporta. Tutto il mondo affettivo si impoverisce e ciò comporta l’eliminazione difensiva dell’incontro con l’altro in carne ed ossa; l’oggetto “virtualizzante” si carica di ogni quota di affetto e ne consente la gestione quasi agita (virtualmente agita, ma pur sempre agita), controllandone gli effetti. Al dolore, al rischio, all’alea dell’incontro con l’oggetto di investimento, l’oggetto protesico “virtualizzante” porrà rimedio con la semplice sostituzione e ricostituzione dell’oggetto investito. 2) Il funzionamento dell’oggetto “virtualizzante” come oggetto transitorio (McDougall 1982). Qui, però, intendiamo transitorio in una maniera lievemente diversa da quella intesa da McDougall. Pensiamo alla transitorietà di tali oggetti come rappresentativa della loro capacità di estinguersi e di estinguere in tempi rapidi le logiche stesse dell’investimento libidico: il piacere e il dolore. Tale caratteristica, inoltre, comporta la transitorietà del tempo e dello spazio umano condiviso a favore di un tempo ed uno spazio “assoluti”. Proviamo a sviluppare, almeno in parte, queste riflessioni.

Per quanto riguarda il primo punto, pensiamo che, in realtà, la capacità di sostituire un oggetto con un altro è alla base della funzione del desiderio e anche del meccanismo psichico della sublimazione. Dunque dovrebbe costituire una condizione fisiologica del funzionamento psichico. Infatti, spesso questo tipo di persone sembra fornita di una certa vitalità e creatività. E tuttavia abbastanza frequentemente sorge in chi osserva questo tipo di comportamenti la sensazione che gli sforzi creativi “informatici”, apparentemente simili ad un’attività sublimatoria tradizionalmente intesa, non rappresentino un’autentica forma di creatività. Sembravano piuttosto tentativi non tanto creativi, ma di creazione (neo-creazione?). Creazione di cosa, ci siamo chieste? Abbiamo, perciò, provato ad ipotizzare che questo tipo di dipendenze tendano a creare forme, o meglio a cercare prodotti “già confezionati”, nella forma come nel contenuto, il cui aspetto formale, immaginifico, linguistico, logico possa essere vissuto, esperito, come “neo-creato”. Una forma che possa essere trasformata in modo tale da adattarsi al bisogno di questi soggetti di contenere tramite essa le quote di affetto che, se fossero spese nell’incontro reale con l’oggetto di investimento, potrebbero incontrare il rischio del non incontro o della imperfetta consonanza dell’incontro, producendo e liberando, in tal modo, angoscia, come sembra accadere a molti di questi soggetti, soprattutto appartenenti alla fascia giovanile, quando si riducono i “mi piace”. A questo bisogno di trovare forme pre-formate in cui incasellare gli affetti ci sembra corrispondere l’ampia occupazione di tempo dedicata a cercare “fatti interesanti” in internet. Ci siamo poi chieste da dove potesse sorgere la necessità di costruire neo-creazioni formali. Abbiamo pensato che esse possono rappresentare una dimensione perversa dell’uso del registro simbolico: il simbolo linguistico del “mi piace” non rappresenta più in astratto l’oggetto concreto (la persona che clicca “mi piace”) ma diviene piuttosto indice dell’oggetto, qualcosa di più vicino alla sua connotazione singolare che alla sua categorizzazione astratta. Forse si potrebbe anche dire che il simbolo diviene equazione simbolica. Ma con una connotazione quantitativa che allude ad una singolarità specifica dell’oggetto: l’oggetto conta per la sua singolarità numerabile, perché fa numero, non perché rappresenta una categoria astratta con delle connotazioni qualitative oltre che quantitative che ne definiscono l’importanza per il soggetto. La dimensione numerica (quanti sono i singoli oggetti), a sua volta, conta per la quantità dei “mi piace” che produce. Questa attitudine ci sembra indicare uno slittamento dal registro del desiderio a quello del godimento. Il desiderio, come sappiamo, è uno degli esiti dell’attività della pulsione, si costituisce a partire dall’attività rappresentativa dell’apparato psichico che lega e significa l’elemento economico, quantitativo, eccitatorio della pulsione, trasformandolo in rappresentazione e in attività di ricerca di oggetti concreti o astratti, variabili, sostituibili che, nella loro sostituibilità, continuamente rilanciano l’attività della pulsione stessa. Non vogliamo qui soffermarci sulla funzione rappresentativa dello psichismo: varie sono le teorizzazioni che cercano di spiegarne l’avvento sulla scena psichica, da teorie che ipotizzano un innatismo della funzione rappresentativa (Conrotto 2010) a teorie che ipotizzano un elemento epigenetico pervasivo e inevitabile che dall’inizio devia l’istinto “naturale-animale” nell’uomo trasformandolo da subito in un’attività rappresentativo-simbolica (Lacan 1964). Tuttavia, la pulsione ha anche un altro destino, diverso dalla sua trasformazione in desiderio: quello dell’estintività (Chervet 2014) mediante la scarica. E questo il funzionamento pulsionale che Lacan (1959-1960) ritiene essere alla base del godimento. Dunque, tornando alle nostre osservazioni, si potrebbe dire che al fondo di queste vie di piacere, di queste nuove forme di dipendenza, questi soggetti cercano l’evitamento del dolore dell’incontro umano, ma anche il godimento assoluto dell’oggetto? Un oggetto ridotto ad una formula linguistica, “mi piace”, a sua volta degradata da simbolo ad indice quantitativo, indice che si scarica nell’atto di scrittura, in un conto che, per non essere in perdita, deve essere per forza in eccesso. L’elemento sublimatorio segue un processo analogo: si incrementa attraverso questi atti “creativi”, ma allo stesso tempo decresce e ha bisogno di ripetersi. E l’uso di strumenti “virtualizzanti” consente proprio questo doppio movimento, poiché se da un lato consente un rapporto con l’oggetto assente (primum movens dell’attività sublimatoria), dall’altro lato tende a rendere sempre presente, sempre raggiungibile, l’oggetto. Attraverso questi meccanismi, dunque, si compie, a nostro avviso, quel processo di désaffectation cui più sopra abbiamo accennato. L’affetto si coagula in pochi elementi apparentemente simbolici, il numero dei “mi piace”, forse simboli trasformati in forme neo-simboliche più somiglianti ad indici di quantità, mentre contemporaneamente si sterilizza il mondo delle relazioni umane.

Per quanto riguarda il secondo punto, vorremmo sottolineare che per oggetto transitorio in questo tipo di problematiche non intendiamo la concretizzazione dell’oggetto transizionale, come McDougall ipotizza per le sostanze da abuso, ma abbiamo piuttosto pensato ad oggetti transitori come oggetti che servono a rendere transitori sé stessi come pure lo spazio e il tempo. La dipendenza dal virtuale, dall’”oggetto virtualizzante”, infatti, coarta lo spazio umano condiviso, rendendolo un semplice transito, uno spazio transitorio introduttivo al “vero” spazio, lo spazio cosmico, infinito, quello della rete. Allo stesso modo il tempo della vita viene reso un tempo transitorio a favore del “vero” tempo, quello dell’eterno presente poiché nella rete nulla si perde, nulla davvero passa mai. Il tempo in queste situazioni cliniche, cioè, diviene forse qualcosa di simile a ciò che Scarfone (2013) chiama l’impassato, una sorta di tempo fermo che non passa, non diventa né passato, né futuro. Il tempo eterno dell’onnipotenza infantile cui l’uso di tali oggetti “virtualizzanti” consente l’accesso, rendendo transitorio ogni altro tempo.

Per concludere, dunque, questo tipo di problematiche sembrano essere fondate su una logica assoluta del piacere e del dolore, una logica quantitativa, inoppugnabile, non falsificabile da alcuna prova contraria, non alterabile da alcuna ambivalenza, non scalfibile da alcun imprevisto. Una logica che ferma il soggetto ad una sorta di “età dell’innocenza” a permanenza. Questa “età dell’innocenza”, secondo noi, è rappresentata dalla ricerca di legami “virtuali” che ricevono consistenza non dalla presenza incarnata dell’altro, essendo appunto virtuali, ma da un effetto di quantità rappresentato dalla presenza continua dell’oggetto, presenza quantitativa testimoniata dal numero dei “mi piace”. Ci è parso di poter definire questa posizione psichica come “età dell’innocenza” perché essa ci sembra intesa a costruire una sorta di innocenza del desiderio. L’ “innocenza”, cioè, funzionerebbe come misura difensiva rispetto al desiderio e ai suoi imprevisti, al legame incarnato e ai suoi imprevisti, a cominciare dal tentativo di sterilizzare l’inconscio privandolo dell’elemento sessuale (infantile e rimosso) che lo abita, del suo aspetto carnale. A partire dalla sterilizzazione delle sue radici infantili, inconsce e rimosse, l’“innocenza” difensiva sostituisce a tale aspetto una specie di “romanticizzazione” del desiderio stesso, favorita dalla sua virtualizzazione. Tutto ciò comporta un impoverimento del funzionamento psichico, che si evidenzia soprattutto nell’inaridimento del pensiero, nel moltiplicarsi delle pratiche di godimento immediato, nella caduta della capacità di sopportare le avversità della vita, nel disinteresse per l’oggetto (umano e non), negli aspetti pseudosublimatori che prende la vita psichica, configurandosi il tentativo sublimatorio come mera sostituzione di oggetti piuttosto che come vera capacità creativa. Naturalmente, queste riflessioni sono relative solo ad un aspetto dell’uso del mezzo informatico, che riteniamo patologico. Esse non intendono patologizzare né l’informatizzazione per sé, né l’uso di internet, strumenti che, al contrario riteniamo forme essenziali del progresso umano.

Bibliografia

Chervet B. (2014). “Fare l’amore”. La regressione sensuale e i lucchetti del corpo”. Relazione presentata al Convegno del centro Napoletano di psicoanalisi Il desiderio e il suo oggetto. 28-29 novembre 2014.

Conrotto F. (2010). I fondamenti strutturali dell’identità: il carattere. In Musella R. (a cura di) (2011). Il principe e la strega. Corpo e identità in psicoanalisi. Milano. Franco Angeli.

Lacan J. (1964). I seminari. Libro XI. I quattro concetti fondamentali della
psicoanalisi. Torino. Einaudi. 2003. Lacan J. (1959-1960). I seminari. Libro VII. L’etica della psicoanalisi. Torino. Einaudi. 1994.

McDougall J. (1982). Teatri dell’Io. Milano. Cortina. 1988.

Scarfone D. (2013). L’attuale in psicoanalisi. Riv. Psicoanal.