Marco Francesconi: Intervento

Vorrei, tra i molti ricchi spunti fin qui offerti, sostare sul tema del conflitto, che evoca il lavoro della psicoanalisi, soprattutto il processo fondativo del pensiero freudiano. A me sembra che nella teoria psicoanalitica, a partire dai primi passi che Freud compie, sia cambiata la modalità di gestione del conflitto.

Freud torna indietro nel tempo, cerca la sessualità nel bambino, rompendo con il modello culturale dell’epoca, cerca cioè una parte ‘straniera’ nell’adulto. Ma si ferma quando arriva a un ‘troppo indietro’, a una dimensione ‘originaria’. Stamani sono stati evocati molte volte questi aspetti originari, del pregenitale, del preedipico. Freud arriva all’Edipo mettendo in scena una conflittualità che potremmo dire da ‘piccolo uomo’, da ‘piccola donna’ coinvolti in una triangolazione con figure adulte, e lì si ferma, per quanto intuisse un ‘pre’, basti pensare alle sue affermazioni sull’età minoico-micenea. Non si addentra però oltre nel ‘pre’, demanda ad altri l’approfondimento, pur favorendo l’ingresso nel conflitto, affermandone il valore anche positivo. Per Freud, infatti, il conflitto è sofferenza, ma diventa motore del pensiero.

Questa parte, la parte dell’originario, intuita, sfiorata, lasciata in un’area rimossa, diventa storicamente un’azione conflittuale reale tra la figlia di Freud e Melanie Klein; Melanie Klein si tuffa nel pregenitale, esplora, scopre in modo irruente e appassionato davvero un continente sconosciuto, arrivando a pensare a un Io presente fin dai primi giorni di vita. Ma in tal modo entra in conflitto con Anna Freud, che si fa portavoce di quella parte del pensiero freudiano che si ferma: l’Io per lei può essere solo una struttura forte, coerente e organizzata…. Il conflitto divenuto conflitto reale tra queste due grandi donne può essere qui metafora di un passaggio all’atto quando il conflitto fonte di sofferenza non può essere né rimosso né altrimenti maneggiato… Infatti, il passaggio dal conflitto come sofferenza da rimuovere al conflitto come passaggio all’atto trova una sua composizione in un momento successivo, quando Bion trasformerà il conflitto in una dimensione creativa, costruttiva, generativa, rendendolo fecondo. Ritengo che questo sia il grande passaggio culturale tra modelli epistemologici, in cui la dimensione conflittuale si allontana davvero dalla caratteristica di distruttività come sua unica specificità e diventa generativa, assume veramente una dimensione edipica non nel senso di ciò che accade nella storia di Edipo, ma di un momento postedipico, dove la triangolazione permette la comparsa del terzo, diviene feconda e generativa. Allora il conflitto assume un diverso carattere. Sappiamo però che questo non è semplice, ne vediamo spesso gli aspetti fallimentari, patologici, oppure che riescono a inserirsi, al limite fra patologia e sublimazione collettiva, in movimentazioni sociali anche estremamente ampie e raffinate. Penso al discorso su Gandhi, che ho trovato affascinante perché mostra come certe modalità possano parlare anche alla clinica: un Gandhi ascetico, un Gandhi che mortifica il corpo, che toglie il maschile che appartiene al corpo per identificarsi alla fine in una donna, è come se operasse sulla via del togliere, del levare, in funzione di arrivare, io non credo tanto a un femminile, quanto a una sorta di onnipotenza, di totipotenza, che ci rimanda al discorso di Lorena sui transgender, a una caduta nel corpo ovviamente di carattere ben diverso da quello illustrato per Gandhi da Livio Boni, ma in ogni caso qualcosa cerca di sfuggire alle dimensioni del maschile e del femminile in quanto funzioni separate; e qui torno a Bion: le due frecce, l’oscillazione tra  due poli…: dualismo complementare e fertile da contrapporre a fusionale/totipotente?  Se ne potrebbe discutere, a me sembra che comunque siano tematiche particolarmente evidenti oggi, in un momento in cui l’indifferenziato e la difficoltà di mantenere aperta l’oscillazione tra diversi vertici o possibilità ci sollecita sempre più spesso nella clinica.