No Entry in These Territories: the Subject of Addiction di Rossella Valdrè

 (Rossella Valdrè)

“Addiction divides the self. The mind becomes a tyrant and the body becomes a prisoner, the target of its assault”.
Holy Hunger, M. Bullit-Jonas

Una riflessione contemporanea sulle addicition che voglia essere al tempo stesso trasversale ad ogni geografia e non convenzionale, credo debba oggi prescindere da definizioni psichiatriche o categorizzazioni psicoanalitiche che hanno fatto il loro tempo. E’ noto quanto i cosiddetti eating disorder siano così ubiquitari, da essere considerati come una“metafora del nostro tempo” (Orbach, 1986) non più solo nel mondo Occidentale, come si intendeva fino ad una ventina di anni fa; la globalizzazione ha esteso e frantumizzato anche quello che, seguendo lo psicoanalista Rik Loose, chiamerò per semplicità in questo contributo “the Subject of addiction”. Il termine, qui inteso in senso lato, indica qualunque sostanza assunta dall’esterno che procuri un picco di altissimo piacere, crei progressiva dipendenza, tolleranza, perdita di controllo, abuso, modificazioni corporee o sensoriali, modificazioni psichiche, comportamentali, cerebrali e con conseguenze sociali variabili, all’interno di uno spettro di enorme variabilità e complessità, dove si intersecano fattori genetici, pressioni culturali, predisposizioni psichiche: il campo ha visto estendersi da ogni tipo di droga, l’alcol, il gioco d’azzardo, lo shopping compulsivo, la chirurgia estetica e la virtualità, che meriterebbe un capitolo a sé. Gli uomini, nella Storia, si sono sempre drogati, non è un fatto nuovo; hanno sempre ricercato un plus di piacere rispetto a quanto la vita riesce a dare o meglio, più freudianamente, una diminuzione di dis-piacere. “Chi mai riferirà l’intera Storia dei narcotici?E’ quasi la storia della ‘cultura’, della nostra cosiddetta alta cultura” scrive Nietzsche ne la Gaia Scienza.
L’addiction su cui intendo qui concentrarmi è diventata, negli ultimi trent’anni, la più diffusa al mondo: subdola, a portata di mano, non fa clamore, si consuma in solitudine, spesso di notte, accessibile a ogni strato sociale, paradossalmente diffusa anche nei Paesi poveri: è la food addiction. A seguirla, in quanto a caratteristiche, frequenza e intensità, la virtualità addiction: “privacy e anonimato giocano un doppio ruolo” (Bulik, 2009, 89) in entrambe. Aspetti diversi, perché al di là dello schermo c’è pur sempre un oggetto umano (nella virtualità), e aspetti simili le caratterizzano; vivono nell’ombra, nell’onnipotenza di iniziare, riempirsi e smettere quando si vuole, a portata di mano, in tasca, ti proiettano dove non sei, la dipendenza è estrema più che dal sesso reale e il piacere è segnalato essere come di una natura insostituibile, indimenticabile, non paragonabile a nessun altro piacere umano. Per motivi di spazio mi soffermerò sulla food addiction prendendola ad esempio e metafora se non di tutte, della virtualità che è tra le più simili per uso, dipendenza e caratteristiche.
Riprendendo quanto ha detto recentemente Lingiardi (Vienna, 2016) a sua volta parafrasando Green (1995), possiamo domandarci:
“ Le addiction hanno qualcosa a che vedere con la psicoanalisi?”
E, nello specifico: le food addiction e la psicoanalisi? Se si eccettuano esperienze singole o isolati gruppi di lavoro, la risposta sembra essere: no, no entry. In questi milioni di case, di corpi dediti al piacere e alla distruzione silenziosa che negli anni li può portare alla morte, la psicoanalisi può essere costeggiata, ma non entra. Il mio percorso di ricerca è iniziato casualmente: studiando la pulsione di morte mi sono imbattuta in saggi e memoir di scrittrici prevalentemente americane, non psicoanaliste ma che erano passate attraverso più o meno brevi percorsi psicoanalitici e li avevano abbandonati, in piena consapevolezza del fatto non che fossero inutili ma dannosi. Tutte queste saggiste avevano le parole per dirlo: soffrivano di gravi food addiction. Una delle più incisive, argute e sfortunate fu Caroline Knapp (2003) morta a quarantadue anni dopo una vita di brillante giornalista di giorno, alternata a feroce anoressia da adolescente, sporadico alcolismo da adulta e binge eating disorder. Dalla sua testimonianza sono giunta a molte altre, più scientificamente corredate quali quelle di Cynthia M. Bulik (2013; 2015) una delle principali esperte del campo , fino ad incrociare la psicoanalisi nella voce di uno dei suoi esponenti più originali e in linea con questo pensiero, l’americano Rik Loose (2002). In The Subject of the Addiction: Psychoanalysis and the Administration of Enjoyment, Loose compie un ampio viaggio freudiano-lacaniano entrando nel cuore del problema (in quegli anni, soprattutto legato alle sostanze, ma che oggi estenderei negli stessi termini al cibo): il piacere. La joissance lacaniana, il godimento. Il Nirvana freudiano, un aspetto della pulsione di morte, che però dà piacere. Un confine, per la psicoanalisi tradizionale, una frontiera. Tutte queste testimonianze, raccolte nei libri della Knapp e di molte altre, ascoltate presso le riunioni di Overeaters Anonymous (costola nata negli anni ’60 sul modello degli AA) incrociano perfettamente il discorso scientifico di ricercatrici di cui cito la Bulik tra le più note, e il discorso psicoanalitico di Rik Loose.
Va intanto fatta una breve premessa che, sui cosiddetti eating disorder, esiste gran confusione e disinformazione (Parsons, 2003; Bulik, 2015); contrariamente a quanto si pensa, la forma più diffusa non è la più la classica diade anoressia/bulimia, faccia rovesciata della stessa medaglia fanstasmatica, ma il binge eating disorder che colpisce si calcola più di 4,2 milioni di donne e 3,2 milioni di uomini nei soli Stati Unisti (Bulik, 2015), Paese che compie statistiche più accurate. Difficile a diagnosticarsi, sfuggente, confuso con la normalità, intraducibile in italiano se non con il banale ‘abbuffate’, il binge eating, prevalentemente femminile, spesso notturno, ma non solo, segna un preciso confine della parola psicoanalitica.
“E’ stato fatto poco lavoro in psicoanalisi per le addiction (…). Essa può non essere un’ovvia contendente per il trattamento delle addiction” (Loose, 2002, 21-22) . E’ la premessa – e non solo per i consueti motivi di mancanza di tempo, voglia, impazienza, di sottoporsi a trattamenti lunghi e la sopportazione di una certa quota di sofferenza – richiesta all’addict come ad ogni paziente: vi è qualcosa di più specifico, non banalizzabile nel mondo interno/esterno dell’addict che, se non preso in considerazione, fa spesso fallire la presa in carico anche istituzionale: “non è sufficiente – prosegue Loose – dire che l’addict non può stare sulle sue gambe in quanto carente di qualcosa”. Le cose sono più complesse. Uno dei meriti di Loose è stato quello di sottrarre il soggetto dell’addiction alla generalizzazione, per esaltarne la soggettività: non è la sostanza-cibo, ma è il soggetto che crea l’addiction. “Non è accurato dire che è la droga che causa l’addiction, perchè é la modalità soggetto-specifica e i suoi effetti che in quel particolare soggetto induce dipendenza (…). E’ Perciò corretto collocare la causa dell’addiction nel soggetto… ” (Parson, 2003, corsivo mio). La prospettiva è ribaltata e pone al centro il soggetto.
E’ ragione di questa complessità, il no entry psicoanalitico?
Torneremo a Loose, ma soffermiamoci su alcune delle testimonianze dirette raccolte in questi saggi e casistiche. E’ dunque il binge eating, la nuova realtà dell’addiction più diffusa e più misconosciuta: il cuore del binge eating esclude lo psicoanalista e la sua parola poiché è luogo di puro piacere, piacere che esclude il linguaggio, non mediato dal simbolo, che esclude l’Altro e il ‘terzo’.
Le testimonianze di chi ha avuto la capacità di raccontare sono numerose, privatissime, e in qualche modo sovrapponibili “ Certamente, non avevo fame di cibo ( …). Potevo sempre riempire il vuoto (…) Il cibo non mi avrebbe mai abbandonata.(..) Soccombevo alla voce che prometteva un rapido sollievo (…) Nel linguaggio confuso dell’ overeating, mi stavo simultaneamente confortando e ignorando. Il messaggio che l’addict manda alla gente è “Non ho bisogno di te”. (Bullit-Jonas, 2000, p11; 63)
Non ho bisogno di te. La binge eating –scrittrice dice con parole sue quanto teorizza Rik Loose, e che assumerei come frase guida del nostro discorso:
“L’addict agisce da solo. L’Altro è escluso. L’Ideale è sotto comando”.
Se il corpo anoressico/bulimico inscenava la sua dislocazione o desiderio di una ricollocazione altra rispetto al sessuale e al genere (e non si poteva non notare il suo urlo), dei milioni di mangiatori notturni, diurni, in macchina, che aspettano che la famiglia sia a dormire, che si avventurano di notte alla ricerca di un supermercato aperto, che ripescano gli avanzi degli altri e nella spazzatura, che mangiano cibo congelato, che lo rubano dallo zaino dei bambini, non c’è alcun clamore. L’orgasmo del nuovo addict trova collusione in un mondo dove c’è offerta di cibo industriale ovunque, a ogni ora e per ogni finta esigenza; dove non c’è un’esigenza, la crea. Se la diade anoressia/bulimia era rintracciabile nel trionfo del controllo o nel piacere dell’autarchia, a seconda delle teorie, (Chasseguet-Smirgel, 1984), qualche breccia psicoanalitica era concessa. Qui siamo in un territorio di puro piacere.
Quasi tutte queste persone, con la parte scissa che di giorno può svolgere, non sempre, una vita attiva ed efficiente, sono passate attraverso un percorso analitico o psicoterapico; tutte lo hanno abbandonato, non ritenendolo inutile alla personalità in generale, ma all’adddiction in particolare.
Ha accettato di farsi intervistare una di loro, Katrin Hansen , oggi scrittrice e conduttrice di gruppi on line diffusi in tutto il mondo di lingua inglese, ex binge eater, con cui per ragioni di spazio, sono costretta a limitare alle questioni che ci interessano:
– Kathrin, qual’è la tua opinione, l’hai vissuto sulla tua pelle, perché tu e così tante persone con binge e food addcition non cercato aiuto nella psicoterapia e nell’approccio psicoanalitico in generale. Ho letto qualcuno sentirsi persino pegggiorare, cosa ne pensi e se puoi argomentare.
Mi sono recuperata dal binge eating e dalla bulimia 11 anni fa, mi abbuffavo da 6 anni. Una volta che le abbuffate iniziarono, andai rapidamente fuori controllo. Poiché sentivo di non riuscire a fermare il mio comportamento da sola, entrai in terapia per poco più di un anno. In terapia, imparai il tema comune della maggior parte dei trrattamenti psicoanalitici degli eating disorder:
Il disturbo alimentare non riguarda il cibo.
Imparai che le mie abbuffate erano sintomo di problemi più profondi e sottintendevano istanze come depressione, ansia, bassa autostima, conflitti familiari. Imparai che il mio mangiare distrutttivo segnalava crisi interiori. Imparai che la mia bulimia era un meccanismo che usavo con cui maneggiare difficoltà e sentimenti, e che il mio disturbo alimentare riempivano un importante bisogno o vuoto nella mia vita—un bisogno che era molto più che fisico.
La mia esperienza non era unica. (Poulsen et al., 2014). Credo che la percentuale di sucesso sia così bassa perché la terapia psicoanalitica non centra (target) il binge eating direttamente. Inoltre, per me, pensare che mi abbuffavo per problemi emozionali più profondi o perché avevo una malattia o perché cercavo di fronteggiare problemi , mi dava la scusa per indulgere nelle mie abitudini e ragioni per evitare la responsabilità per le mie azioni. Così, in questo modo, il mio disturbo peggiorò. Non sto dicendo che il trattamento psicoanalitico non serva a molte persone; sto semplicemente dicendo che non è centrato per il binge eating.
_______________________________________
– Una volta, mi hai detto che l’unica ragione per cui uno persiste nel binge solitario è il piacere, nient’altro che il piacere, e io sono d’accordo. Freud pensava lo stesso non usando gli stessi termini!) . Puoi spiegare meglio? Sembra che nessun’altra ragione, conscia o inconscia, vita infantile, abbia importanza. Solo ricerca di piacere, così forte per certe persone. Lo stesso avviene con la virtualità.
Io credo che l’unica e la sola causa di ogni binge sia un’urgenza al binge. Se non si comprendono le urgenze verso il binge, le sensazioni di desiderio lo rendono irresistibile. Nessuno si abbufferebbe senza l’urgenza e il desiderio, non importa cosa è successo nelle loro vite, cosa è successo nei loro passati, quali problemi debbano fronteggiare. L’urgenza al binge arriva con pensieri ossessivi, e sensazioni di craving, e una promessa di piacere e la persona si abbuffa per avere sollievo immediato dall’urgenza in sé, non per risolvere nessun altro problema.
Le urgenze al binge emergono quando i sistemi di ricompensa si condizionano a reagire come se il binge eating fosse necessario alla sopravvivenza.
– Stimolanti intrecci con le neuroscienze e i sistemi di piacere e ricompensa ci porterebbero lontani, ma si è inteso ciò che ti preme sottolineare: il soggetto è in preda a quella che sente come un’urgenza, niente altro conta, non ha nessun bisogno di capire. Anzi, l’urgenza è per definizione incapibile (cioè non mettibile in parola).
____________________________________
– Abbiamo spesso parlato della forza dell’abitudine (habit), sembra una banalità ma non lo è. Puoi spiegarne il ruolo nelle addiciton?
La prima abbuffata è tipicamente molto piacevole (temporaneamente), Il cervello impara presto a ripetere comportamenti di ricompensa e di rinforzo, e lì viene in soccorso la formazione dell’abitudine.Una volta che l’abitudine è stabilita, non c’è modo di spegnare le urgenze ad abbuffarsi eccetto ri-abituare il cervello di modo che si fermi e torni alla situazione di partenza. Esso è un organo estremamente efficiente. Ho imparato come usare la mia mente-cervello superiore (corteccia prefrontale) per fermarmi durante l’atto dell’abbuffata, ed è quello che insegno nei miei libri e ai miei clienti”.
Parole simili le esprime la Knapp, già citata e figlia di uno psicoanalista; le sedute da un lato la giustificavano, dall’altro c’era sempre qualcuno da colpevolizzare, il peso orrendo di dover odiare i genitori.
Se cerchiamo di unire tutti questi percorsi silenziosi, le testimonianze di un piacere che non ha più niente del trionfo sul corpo sessuato appartenuto all’anoressia ma gode del silenzio complice del piacere nirvanico dell’oblio, con le osservazioni psicoanalitiche meno tradizionali, credo si possa avanzare un’ipotesi sul No Entry della psicoanalisi al corpo – dislocato? Nascosto? Diffuso? – dell’addicition e in particolare della food addiction: la psicoanalisi tenta di trovare cause, come dice la Hansen, non errate in sé, ma che non c’entrano il bisogno dell’addict. Il piacere. Il godimento, Non il piacere condiviso, adulto, negoziato. La fame può essere placata col seno, ma il desiderio no. Il ‘principio di piacere’ (Freud, 1920) nell’esperienza umana è sempre caratterizzato per un “non abbastanza”, sempre in qualche modo limitato; il soggetto dell’adddiction è dis-regolato da un resto, da un’eccedenza che escludendo il linguaggio esclude la psicoanalisi, o ne fa nuovo territorio di frontiera. Perciò Loose definisce, in sintesi, l’addiction come un’ “administration of jouissance independently of the Other”.
L’uomo della Hansen, impaludato nel bisogno diventato godimento e poi diventato habit – “I am a creature of habits”, mi disse una donna ad un gruppo di OA – non è così lontano da un mammifero evoluto, costruito anche da bisogni e abitudini, oblii e annullamenti del pensiero. In questo mondo senza l’Altro, Loose ricorda almeno una delle etimologie del termine addicition, quella che si riferisce a “dizione, che vuol dire annunciare o dire (…) C’è un fondamentale antagonismo tra discorso o dizione e addiction, che è una non-dizione (a-diction) (ibid, 23)”. Nell’idea di Loose e altri (Parsons, 2003) che condivido, è l’appartenenza alla pulsione di morte, o alla jouissance, a farne un territorio impervio alla psicoanalisi: il binge desidera solo una cosa, essere soddisfatto. Non c’è, sulle prime, trauma da elaborare, passato da ricordare, emozione da suscitare; unica possibilità, intravvede Loose, l’immissione della parola e di se stesso – l’analista – quale possibile oggetto del desiderio. “Fui in terapia per anni (…) per me, almeno, il solo insight non sembrò mai capace di fermare il tuffo mortale dentro il cibo”. (Bullit-Jonas, 2000, 95), un’altra testimonianza di chi è riuscito a tradurre in parola.
Non è scopo di questo lavoro entrare in merito alla tecnica.
Ritornando alla domanda di apertura, se la psicoanalisi ha qualcosa a che fare con le addiction, preciserei con queste addiction sotterranee, che non fanno cronaca e scalpore, notturne e scisse, che usano paradossalmente qualcosa che ci è indispensabile alla vita come il cibo o che ci è diventato indispensabile come la virtualità (chi non ha un pc o un iphone?) non condannabili perché bisogna mangiare e non illecite, utili anche a certi patologici equilibri familiari, la risposta si gioca su un crinale a mio avviso delicato. Se la psicoanalisi sa tenere conto di molti fattori, di cui solo alcuni menzionati in queste pagine, della assoluta priorità del piacere in queste persone rispetto alla loro esigenza di sapere, che semmai verrà, sarà in un secondo momento, o non sarà mai.
Utilizzerei, per concludere, la saggezza di un proverbio inglese:

“ E’ meglio cominciare di sera che non cominciare affatto”

Note

1 Congresso “The Dislocated Subject”, Vienna, 21-22 Ottobre 2016
2 Univerisity of North Carolina
3 Trad. mia, il libro non esiste in italiano, come nessuna delle altre fonti qui citate
4 Intraducibile
5 Oggi Autrice di successo e conduttrice di gruppi on line seguiti oltre i confini americani; i suoi libri principali, nati dopo l’autoguarigione dalla bulimia e dal binge eating sono “Brain over Binge” (2011) e”The Brain over Binge Recovered Guide” (2016). Il primo narra la sua stessa esperienza con la bulimia, l’insuccesso in terapia, e il recupero indipendente, e il secondo è un libro di auto-auto per binge eaters. Lavora individualmente con gruppi on lime e ha ricevuto la certificazione in Health Coachig dall’ Institute for Interactive Nutrition. Vive e lavora in Florida (l’intervista è stata ridotta per ragioni di spazio e di mia trad.)
6 Overaeaters Anonymous

Bibliografia

Bulik M. C. (2009): Crave, Walker Publisher Company, New York

Bulik M. C. (2015): Binge Control. A Company Recovery Guide, copyrighted material

Bullitt- Jonas M. (2000): Holy Hunger. A woman’s journey from food addiction to spiritual fulfilment, Random House, New York

Chasseguet- Smirgel J. (1984): Creativity and Perversion, Norton, NY (trad. it) Cratività e perversione, Cortina, Milano, 1987

Freud, S. (1920g). Beyond the Pleasure Principle. London: OSF, vol 11.

Knapp C. (2003): Appetites, Counterpoint, New York

Hansen K. (vedi nota 1)

Loose, R. (2002). The Subject of Addiction: Psychoanalysis and the Administration of Enjoyment. London: Karnac Books Ltd.

Orbach, S. (1986). Hunger Strike. London: Penguin Books.

Parsons H. (2005): Considering Eating disorder Within the Context of Addiction: A Psychoanalytic Perspective, in IAHIP (Irish Association of Humanistic and Integrative Psychotherapy), n. 45

Poulsen, S., S. et al. (2014): A Randomized Controlled Trial of Psychodynamic Psychotherapy or Cognitive-Behavioural Therapy for Bulimia Nervosa. American Journal of Psychiatry,171, n. 1,109-116.