La Cura

Giornata contro la violenza sulle donne: una riflessione sui legami violenti di Maria Naccari Carlizzi

15/11/21
Tra uomo e donna, una impossibile “parità” di Cristiana Cimino

GINA PANE 1974

Giornata contro la violenza sulle donne: una riflessione sui legami violenti

di Maria Naccari Carlizzi

Secondo l’Osservatorio di Repubblica nel 2021 vi sono stati, già 90 femminicidi, punta dell’iceberg della violenza contro le donne. Si tratta, infatti, di situazioni drammatiche, dall’assassinio, al maltrattamento alle violenze in famiglia, ai vari reati contro la persona, sino alla violenza psicologica cronica, e non tutte riconducibili ad un unico modello. È necessario un approccio multidisciplinare, oltre che psicoanalitico, per abbozzarne un senso, su un crinale psichiatrico, criminologico, antropologico che risale all’origine dei tempi e della nostra immagine psichica, collocandole all’interno della cultura originaria della famiglia, del gruppo etnico e della realtà sociale che le ha prodotte, come la cronaca drammaticamente ci segnala.

La realtà, inoltre, pandemica attuale, con le sue ambiguità, difficili certezze, fraintendimenti e alternanze di chiusure e aperture degli spazi fisici, psichici e virtuali e dei tempi, concretamente e simbolicamente, ha aggravato il malessere degli individui, delle coppie, delle famiglie, dei gruppi e anche delle Istituzioni che di tutti questi ambiti dovrebbero avere cura.

Cosa rappresenta la donna nell’immaginario collettivo? La compagna, la moglie, la madre, la figlia, la femmina degli istinti primordiali, la cosa posseduta del decimo comandamento biblico, colei che alberga misteriosamente, dentro di sé, la vita e la morte, la strega della Santa Inquisizione, un qualcosa di ignoto, eccitante e sconosciuto, che bisogna celare sotto il Burqa, e il cui svelamento è necessario annullare, per preservare l’integrità dell’identità dell’uomo.

Al di là dei casi che esitano in reati gravi, come psicoanalista, spesso vengo consultata da coppie, anche già separate, devastate da conflittualità grave, da famiglie in cui aleggia il linguaggio della violenza celata o apertamente agita, con figli sofferenti, perché la violenza si deposita, anche per mandato delle generazioni precedenti nella mente e nel corpo dei bambini e degli adolescenti, che ne diventano il muto “portaparole” (Kaës R., 2014), o ancora da donne, inconsapevoli del loro ruolo, scelto o assegnatogli per mandato di vittime, o da uomini ignari del loro essere e del loro agire. Si tratta di situazioni in cui si può riscontrare l’esistenza di legami patologici violenti o perversi, anche se questo, sovente, non è il motivo consapevole della consultazione. Molti bambini o adolescenti con il loro star male, manifestano aggressività e violenza contro se stessi o contro gli altri, o anche tramite autolesionismo, disturbi alimentari, dipendenze di diverso genere, o agiscono in famiglia e fuori vari tipi di aggressività, sino a veri e propri disturbi del comportamento, dando voce al legame patologico della coppia dei genitori e all’atmosfera di violenza in cui sono cresciuti e in cui hanno appreso in modo intersoggettivo, nell’esperienza ruoli, funzioni, e meccanismi di difesa intrapsichici e transpersonali disfunzionali. (Nicolò A., 2009).

Spesso genitori, partner maltrattanti e partner vittime sono stati, a loro volta, dei bambini maltrattati, hanno stipulato alleanze inconsce verso i loro genitori, che hanno dato origine a strutture patologiche del sé (Moccia G, 2016) e sono stati invasi da identificazioni alienanti. (In nuce l’attaccamento traumatico, l’identificazione con l’aggressore e le evoluzioni del concetto, Freud A. 1936; Freiberg S. 1975).

Questi soggetti sono, spesso, cresciuti in famiglie multiproblematiche e/o disfunzionali, rese ancora più fragili, negli ultimi anni, dal diffondersi dell’incertezza identitaria di ruoli, funzioni, modelli identificatori e dalle insidie del narcisismo dilagante, dalle nuove dipendenze, dalla difficoltà di costruire legami emotivi rispetto all’effimera facilità delle connessioni in rete e da molto altro, che caratterizza la crisi della società “ipermoderna” (Kaës R. 2013) e ipertecnologica. Questi soggetti non hanno, soprattutto, sviluppato appieno un’interiorità e una profondità, non sono stati aiutati a percepire nell’ altro sentimenti e desideri simili ai propri o a accettarne la diversità, riconoscendone e rispettandone la differenza, perché non sono stati, purtroppo, sostenuti nella crescita della vita psichica dai genitori, dalla famiglia, dalla scuola e dalla società.

Sovente sono diventati prima, degli adolescenti e, poi, degli adulti, con un’identità violenta, che abusano e maltrattano senza avere consapevolezza di quello che fanno o che si fanno abusare e maltrattare, quasi senza rendersene conto, perché la loro mente utilizza in certe situazioni, meccanismi di dissociazione, scissione e diniego. Questo è molto evidente nelle coppie che chiedono una terapia per la conflittualità cronica grave e nelle famiglie violente, che inducono la ripetizione dei pattern violenti nei figli, in cui si può riscontrare “una regressione sia individuale che familiare a un livello mentale e organizzativo più primitivo” (Nicolò A., 2009). In queste situazioni si rilevano, infatti, patologie individuali ma anche transpersonali, in quanto i legami patologici sono collocati in un contesto progressivamente più ampio transgenerazionale e intersoggettivo.

Molti partner deboli e donne maltrattate si rivolgono ai centri antiviolenza ma una larga percentuale non riesce a chiedere aiuto. Nonostante il rischio a cui sono esposte non sempre si permettono di accedere a questo pensiero e lo relegano in una parte nascosta di sé, dissociata, sapendo e non sapendo, cosa ci si può aspettare dall’altro. Ognuno di noi, infatti, è, un’amalgama di “multipli sé” (Mitchel S. 1988, Bromberg P.1998 e altri), più o meno dissociati che spesso non collaborano favorevolmente, in modo inconscio insieme, per prendersi cura di sé e, in certi casi, per salvarsi la vita!

Come sappiamo “L’io non è padrone in casa propria” e nel legame (Pichon Riviere1980) di coppia, la relazione che scaturisce può rendere manifeste versioni di sè differenti e sconosciute a quelli che ci stanno intorno e, talvolta, anche a noi stessi; può slatentizzare modelli interattivi, che non sarebbero emersi se il legame, e la relazione emotiva con quel determinato partner, non l’avessero rivelati all’esterno, talvolta in modo drammatico!

In contesti diversi le persone hanno un atteggiamento differente, per questo nelle interviste dopo i femminicidi, i colleghi di lavoro e i vicini, oltre che per desiderio di negare eventuali sensi di colpa e complicità inconsce per aver taciuto, si meravigliano dei drammatici accadimenti.

Il significato intimo del legame patologico in una coppia sofferente, etero o omosessuale, viene analizzato in terapia, e per quanto possibile, progressivamente sottoposto ad elaborazione. Si tratta di un processo complesso e delicato perché è facile rivittimizzare le cosiddette vittime, come spesso avviene nei casi che non arrivano in terapia, quando le donne, talvolta ormai in articolo mortis, si rivolgono alle Forze dell’ordine, che non sempre comprendono l’urgenza della richiesta di aiuto e banalizzano, applicando norme e leggi, sottoponendo anche loro a diniego il rischio evidente!

Anche in Terapia il rischio è di banalizzare genericamente il maltrattamento, sottolineando con uno stigma morale le responsabilità inconsce di entrambi i partner (… ma lei perché si è messa con lui?), per la difficoltà di analizzare nella loro complessa interazione la molteplicità dei livelli e dei significati sottesi dal legame e la possibile connivenza della donna, che apre, purtroppo, nei casi più drammatici, che non giungono allo psicoanalista, la porta per parlare con il suo carnefice, colludendo inconsciamente!

Bisogna comprendere, come quel legame scaturito nell’interiorità dei due partner sia diventato progressivamente sempre più patologico, nutrendosi di violenza psicologica e fisica e perché, nonostante le difficoltà, sia proseguito nel tempo. Capire perchè i due partner non hanno dato vita, invece ad altri legami o non si siano lasciati, dopo le prime difficoltà, diventa essenziale. Così come, comprendere a cosa sia funzionale e persista ancora, anche dopo la fine della convivenza, come – ripeto – i casi di cronaca ci insegnano, proprio per l’impossibilità di un partner di accettare la separazione e rimanere solo.

Il legame patologico con la sua struttura rigida impedisce, talvolta, l’emergere di un vissuto depressivo, talvolta grave, oppure rappresenta il mandato transgenerazionale con l’eco di violenze lontane nel tempo, dissociate e non mentalizzabili, o cela altre valenze, che sottendono funzionamenti psichici anche più severi. La patologia del legame si appalesa quando qualcosa tenta di modificare gli equilibri già mutuati in passato nella coppia, che non riesce a trasformarsi, a evolvere di fronte al trascorrere del tempo, di fronte alle difficoltà e ai cambiamenti relativi all’urgenza della vita, dei figli e del lavoro e alla loro variabile influenza sulla psiche di ciascuno, come è successo con la cronica emergenza covid.

L’origine del legame patologico, quindi, è diversa di caso in caso a seconda dei diversi scenari inconsci delle coppie e anche –perchè (questi scenari) si costruiscono gradualmente in base agli effetti cumulativi dei comportamenti dissociati – (Kernberg 1995). La loro messa in atto diventa a un certo punto distruttiva in quanto – innesca reazioni circolari che invadono la vita amorosa al di là delle sue interazioni e delle sue capacità di contenerle -.

Nei casi più gravi il partner più sofferente può contenere dentro di sé percezioni, vissuti, fantasie, sentimenti ostili, sfavorevoli e estremamente negativi, che possono colonizzare il legame, coinvolgendo il partner più fragile sino ad una “perversione del bisogno di intimità” (Norsa D., Zavattini G.C. 1988) con l’uso/abuso dell’altro, in modo patologico e in senso narcisistico-perverso, per ricreare l’equilibrio interno precedente e evitare il dolore psichico presente. Anche i figli possono diventare vittime del legame ed essere usati-abusati in senso narcisistico-perverso, in modo inconscio o tragicamente reale, da uno o entrambi i genitori, per farsi del male reciprocamente, come nel mito di Medea che uccide i figli dopo l’abbandono del partner. Mito che si ripete drammaticamente da migliaia di anni!

In queste coppie, il partner più debole, storicamente e culturalmente la donna, ha un profilo psicopatologico collocato sovente nell’area della depressione, con personalità dipendenti, fragili, caratterizzate da limiti anche culturali ad abbandonare il legame di sottomissione dal partner da cui si sente protetta, perché significa separarsi e emanciparsi da un retaggio inter e transgenerazionale in cui è cresciuta e da un’identità femminile definita dal punto di vista familiare, storico e, talvolta, religioso, nonostante la progressiva trasformazione dei ruoli e delle funzioni familiari nel mondo attuale.

Per quanto riguarda, invece, i partner dominanti, alle nostre latitudini, sono, spesso uomini, e la loro psicopatologia, di solito, può afferire nel complesso,- lungo un continuum dal disturbo narcisistico di livello alto, attraverso il disturbo borderline, … fino alle forme più gravi di disturbo antisociale, … con una marca sadica e cinica…questa linea viene attraversata in un punto da un’altra … quella della perversione, come tratto o stile relazionale …- così si produce- un disturbo grave nelle relazioni – man mano- che ci si avvicina al polo antisociale. Nel caso del maltrattamento psicologico il tratto perverso incide il continuum in prossimità del disturbo narcisistico-, con – un alone che rappresenta la gamma dei comportamenti– che si possono denominare perversione narcisistica … che denota il meccanismo intrapsichico … e perversione relazionale … che mette in risalto la fenomenica intersoggettiva, relazionale (Filippini S. 2005).

Inoltre, bisogna sottolineare che alcune componenti dell’identità femminile, all’interno della nostra cultura millenaria, sono orientate, anche nella relazione di coppia, alla ripetizione del ruolo materno, al prendersi cura con sollecitudine affettuosa, alla protezione e riparazione dell’altro e del partner, anche se l’altro non lo fa a sua volta, in modo reciproco (“Non riesco a smettere di fare la crocerossina e di preoccuparmi per lui, anche se mi tratta male!”). L’abdicare, o il dover rinunciare a queste caratteristiche fondanti dell’identità femminile, che vengono trasmesse alle bambine, in particolare per quelle, che per le loro esperienze e vicissitudini, anche familiari e di coppia, hanno introiettato un’immagine di sé, fragile, svalorizzata e maltrattata, può essere vissuto come una minaccia alla propria identità e, quindi, la donna per proteggersi tende ad evitarne la consapevolezza, tramite il diniego e la dissociazione.

Nonostante la lunga marcia del femminismo e l’emancipazione femminile, molte donne che rivestono ruoli di successo nel lavoro e nella vita, nei legami d’amore, tendono a lasciarsi andare ad assumere inconsciamente “una posizione di sottomissione “(Benjamin J. 1988,1995) mentre a un livello più consapevole cercano di contrattare con il partner una relazione più autonoma e differente rispetto ai modelli del passato. Spesso queste donne, quando giungono in terapia, nel tentativo di giustificare il partner, o la crisi della coppia, dicono, come se si dovessero giustificare per il loro successo – Siamo cresciuti diversamente in questi anni! – Anche per questi fattori le donne sovente utilizzano la dissociazione sul maltrattamento psicologico e/o fisico, da parte dei partner, e rispettano il segreto, una sorta di omertà interna, relativo all’origine delle loro sofferenze psichiche e fisiche, pure al Pronto Soccorso, di fronte ai familiari e agli amici e per certi aspetti anche di fronte a loro stesse. Questo avviene per non compromettere la propria identità e per non mettere in discussione quello che loro percepiscono apparentemente come un legame d’amore ma che in definitiva non lo è, perchè si tratta di aggressività e odio, che ne ha assunto fraudolentemente le sembianze!

All’opposto, sovente gli uomini, fondano la loro identità, – oggi in crisi per l’erosione del ruolo maschile e delle connesse strutture tradizionali di autorità e di potere-, sulle regole e sui principi atavici del potere e del controllo, con pericolose derive retrograde in taluni ambienti culturali. Frequentemente gli uomini, in certi contesti, hanno difficoltà ad esprimere e decifrare le emozioni, come emerge in terapia, talvolta per un retaggio educativo e culturale, perché pur essendo cresciuti prevalentemente a contatto con le donne, madri ed educatrici, queste o l’ambiente, violento e narcisistico che li circonda, non sempre ha favorito in loro l’emergenza del linguaggio delle emozioni e del rispetto degli altri (Se un bambino piange lo si esorta a non fare la femminuccia e a trattenersi. Nelle avversità lo si invita a farsi valere con forza e a non utilizzare il dialogo e l’ascolto dell’altro per risolvere le controversie). Inoltre, gli uomini, di solito, sono più impulsivi, anche per fattori strutturali e biologici, come le neuroscienze confermano, e facilmente, alcuni con certe caratteristiche strutturali patologiche, ripeto, soprattutto in certi contesti, tendono ad agire e talvolta reagiscono con una certa quota di aggressività e violenza, ad ogni cambiamento, ad ogni movimento relazionale, ad ogni critica al senso profondo della loro identità, cercando di recuperare l’equilibrio dal loro punto di vista e il controllo sulla relazione, che tramite il legame con la partner, gli conferisce senso di coesione interna, sicurezza e stabilità.

Come sappiamo “La dominazione è, in tutti i legami d’amore una metafora, un gioco per qualcosa che si vuole fare sino ad un certo punto e si lascia che sia il partner dominante a costringere a farla, sino a quando non si sconfina nel territorio “dei legami patologici” carnefice e vittima, perchè la fantasia sadomasochistica” che è onnipresente – in varie percentuali nei cosìddetti legami d’amore- “è molto differente da una relazione violenta. Un legame d’amore, sessuale è– infatti – sano quando i due partner non hanno paura l’uno dell’altro” (Benjamin J, 1988).

Invece, nelle relazioni violente l’uso narcisistico perverso dell’altro, il mancato riconoscimento della sua volontà, l’annullamento della sua percezione come persona altra, la sua deoggettualizzazione e riduzione allo statuto di cosa, di roba per il soddisfacimento di propri bisogni e desideri, di cui si reputa avere il possesso assoluto, rende impossibile la separazione e dà il via libera all’aggressività, alla violenza, alla distruzione dell’altro.

Maria Naccari

Membro ordinario della SPI ed dell’International Psychoanlitical Association ed esperto b/a . Co-coordinatrice nazionale della Commissione Psicoanalisi e Giustizia,