La Cura

Il sogno e il delirio. Similitudini e differenze. F. De Masi

3/10/22
Il sogno e il delirio. Similitudini e differenze. Franco De Masi

MAX ERNST, NOTTURNO

Parole chiave: Delirio; Psicosi; Psicoanalisi

Il sogno e il delirio

Similitudini e differenze.

Franco De Masi

Freud (1938) aveva assimilato il delirio al sogno.

Tra i due esistono, infatti, molte somiglianze. Ad esempio sia il sogno che il delirio sono alimentati da una trama narrativa composta da elementi sensoriali, immagini visive, percezioni uditive che danno al sognatore la sensazione che quanto percepisce corrisponde alla realtà. Al momento del risveglio il sognatore, a differenza del delirante, può comparare la realtà sognata a quella che vive da sveglio e può comprendere che il sogno corrisponde a una narrazione emotiva che gli appartiene ed è distinta da un avvenimento vissuto.

La differenza tra un fatto vissuto nel sogno e un fatto reale è invece un’operazione difficile per un paziente psicotico. Quando sogna egli rimane incerto tra sogno e realtà e, quando delira, non riesce a considerare il delirio come un sogno fatto da sveglio e a prenderne le distanze. Nell’attività delirante, una « voce » o un’ « intuizione » svela al paziente una nuova realtà ed egli ritiene che questa nuova percezione possegga il carattere incontrovertibile della verità.

Questo è uno dei motivi per il quale il paziente psicotico può considerare il sogno come una rivelazione e trattarlo come la scoperta di una realtà “altra.”  

Bisogna peraltro aggiungere che, nei pazienti psicotici, i sogni non hanno un significato simbolico ma descrivono spesso la struttura delirante che si appresta a conquistare la mente (Capozzi, De Masi, 2001). Questi sogni dovrebbero essere trattati con interpretazioni di tipo descrittivo e non simbolico. In questo modo è possibile aiutare il paziente a vedere rappresentato ciò che gli si presenta come un fatto sensoriale e concreto, cioè una realtà incontrovertibile. In altre parole il sogno rivela come la parte psicotica del paziente (Bion, 1967 ) sta cercando di conquistare la parte sana.

L’idea che il sogno può prefigurare il delirio c’è già in Freud (1910) quando ricorda che, all’epoca dell’insorgenza del secondo episodio psicotico, il Presidente Schreber sognò più di una volta che la sua malattia nervosa era tornata. Una volta fece la fantasia di essere una donna nel coito. Infatti Schreber comunicherà nel suo delirio di essere stato trasformato in donna e di essere stato fecondato dai raggi divini. Esistono, dunque, sogni o fantasie oniriche che annunciano la realtà delirante che si sta risvegliando.

Vorrei ora affrontare il problema della distinzione tra sogno e delirio da un punto di vista teorico e strutturale. In altre parole qual è la funzione o la parte della mente che genera il sogno e qual è quella che genera il delirio? Da ciò dipende anche la comprensione del modo in cui trattiamo due manifestazioni psichiche ben diverse l’una dall’altra. La mia opinione è che mentre il sogno, nella maggioranza dei casi è interpretabile, il delirio non lo è.

Molti psicoanalisti del passato (De Masi, 2018) hanno dichiarato invece che era possibile interpretare il contenuto del delirio. In altre parole questi autori pensavano al delirio come un prodotto mentale simile al sogno. Questa linea continuista tra nevrosi e psicosi ha preso origine dallo stesso Freud che aveva prospettato un’interpretazione dinamica del delirio (1910) con il meccanismo della proiezione e dell’esternalizzazione di un conflitto psichico nella realtà. Nel caso di Schreber si trattava, per Freud, di una regressione a causa di un conflitto libidico legato all’omosessualità inconscia del paziente.  Non posso ora citare tutti gli autori che hanno seguito questo percorso tra cui Niederland (1951) o Israels (1989), perché voglio ora spiegare perché a mio avviso il sogno non è comparabile al delirio.

La psicoanalisi, nata con la scoperta dell’inconscio dinamico, ha sviluppato una tecnica terapeutica basata sull’interpretazione dei conflitti psichici rimossi, che spesso si rendono evidenti nei sogni. L’approccio analitico è possibile, perciò, con quei pazienti in cui l’inconscio dinamico funziona e segnala, con i sogni e con le associazioni, le aree di sofferenza psichica.

Invece i pazienti gravi, come i borderline e psicotici, non hanno sviluppato l’inconscio dinamico e le loro le funzioni intuitive inconsce, capaci di rappresentare la realtà psichica, hanno subito un arresto e non si sono sviluppate.

Questo fatto pone specifici e complessi problemi alla terapia psicoanalitica perché nel caso dei pazienti psicotici veniamo privati del nostro strumento terapeutico più efficace: l’interpretazione simbolica.

Anzi, quando questo strumento viene adoperato con gli psicotici si verifica un peggioramento delle condizioni cliniche perché creiamo una confusione nel paziente che spesso sviluppa un transfert delirante nei nostri confronti.

Le interpretazioni simboliche possono essere somministrate, quindi, solo ai pazienti in grado di simbolizzare cioè quelli che funzionano con l’inconscio dinamico.

Il problema della comprensione del funzionamento psicotico e della terapia analitica di questi pazienti è stato uno dei miei interessi principali da più di quaranta anni. Rimando perciò il lettore ai miei scritti precedenti e in particolare ai due volumi Vulnerabilità alla psicosi ( Cortina, 2006  ) e Svelare l’enigma della psicosi (Mimesis, 20018 ).

In questi due testi il lettore troverà anche la mia ipotesi, suffragata dal mio lungo e continuo lavoro clinico, sull’ origine e sullo sviluppo della psicosi, in particolare sul concetto di mente sensoriale.

In sintesi, ritengo che la malattia psicotica nasca nell’infanzia in quei bambini isolati, che non amano i giochi collettivi e non fraternizzano con i compagni e che vivono in un ritiro psichico. Essi usano la mente come un organo sensoriale, e non di pensiero e di relazioni, costruendosi un mondo immaginario e di racconti fantastici, percepito sensorialmente, che non comunicano e non condividono con nessuno. A volte vengono diagnosticati come appartenenti allo spettro autistico, ma non sono tali.

Il delirio si svilupperà più avanti, come un fiume senza argini, quando la parte psicotica dilagherà invadendo e annullando la parte sana. Ma la natura della psicosi non è quella del sogno.  Sarà una produzione sensoriale, visiva, auditiva, allucinatoria senza limiti perché nella mente prevale il funzionamento sensoriale e non quello del pensiero e dell’emotività legata alle relazioni.

Per questo dobbiamo riconoscere anche l’utilità della terapia psicofarmacologica nelle crisi psicotiche acute che serve ad attenuare il malfunzionamento mentale e consente la continuazione della terapia.

Bibliografia

Bion, W.(1967), Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico. Tr.it Armando, Roma 1970.

Capozzi. P.; De Masi,F. (2001), The Meaning of dreams in the psychotic states: theoretical considerations and clinical applications”. Int. J. Psychoanal., 82, pp. 939-52.

De Masi, F. (2006) Vulnerabilità alla psicosi. Cortia , Milano

De Masi, F. (2018) Svelare l’enigma della psicosi. Mimesis Edizioni

Freud, S. (1910), Osservazioni psicoanalitiche su un caso di paranoia ( dementia paranoides) descritto autobiograficamente (caso del Presidente Schreber) OSF, Vol.6. Boringhieri, Torino 1974.

Freud, S. (1938), Compendio di psicoanalisi. OSF, Vol 11, Boringhieri, Torino 1979.

Israëls H (1989). Schreber: Father and son. Madison, CT: International Universities Press.

Niederland, W. G .(1951). Three notes on the Schreber case. Psychoanal. Q. 20:579-91.

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