La Cura

Jacques Lacan e Melanie Klein. Un incontro mancato. Alcune considerazioni di F. Palombi

9/11/22
Jacques Lacan e Melanie Klein. Un incontro mancato. Alcune considerazioni di F. Palombi

Jacques Lacan e Melanie Klein

Introduzione: Julia Kristeva (2000), nel suo saggio su Melanie Klein, dedica alcune pagine all’influenza che il pensiero dell’autrice ha avuto su Jacques Lacan. Kristeva ci fa sapere quanto Lacan conoscesse bene i lavori teorico clinici della Klein tanto che di essi se ne può già trovare traccia nel lavoro sullo ‘stadio dello specchio’ del 1949, presentato al Congresso IPA di Zurigo. Lacan è ancora parte della Società Internazionale di Psicoanalisi e vi rimarrà fino agli anni ’60. A questo punto la Kristeva si chiede perchè Lacan, che sente di avere affinità profonde con la Klein, si sarebbe riferito all’autrice soltanto ‘qua e là’ con rispetto ma senza raggiungere mai la gratitudine? (p.259)
Fabrizio Palombi delinea le questioni alla base di questo ‘incontro mancato’ (Anna Migliozzi)

Fabrizio Palombi insegna Filosofia della psicoanalisi ed è Coordinatore dei corsi di Laurea in Filosofia e Storia, Scienze filosofiche e Scienze storiche presso l’Università della Calabria, è Docente delle scuole quadriennali di specializzazione in psicoterapia ICleS (Napoli) e Istituto freudiano (Roma), Direttore de “L’inconscio. Rivista italiana di filosofia e psicoanalisi” e della collana “Le Dehors. Psicoanalisi e pensiero francese contemporaneo” (Mimesis) e membro del Consiglio direttivo della Società Italiana di Filosofia Teoretica (SIFiT). Ha curato 11 volumi ed è autore di un centinaio di articoli scientifici e di quattro monografie: Il legame instabile. Attualità del dibattito psicoanalisi-scienza (Milano 2002), La stella e l’intero. La ricerca di Gian-Carlo Rota tra fenomenologia e matematica (Torino 2003 e Boca Raton 2011), Jacques Lacan (Roma 2009-2019) ed Elogio dell’astrazione. Gaston Bachelard e la filosofia della matematica (Milano, 2017).

Jacques Lacan e Melanie Klein. Un incontro mancato. Alcune considerazioni di F. Palombi

Nello stadio dello specchio bisogna anzitutto sapervi leggere il paradigma della definizione propriamente immaginaria […] della metonimia: la parte per il tutto. Infatti […], ciò che dell’esperienza analitica del fantasma è racchiuso nel nostro concetto cioè quelle immagini cosiddette parziali […], che riuniamo sotto il titolo di […] corpo in frammenti […] e che trovano conferma nella fenomenologia dell’esperienza kleiniana, nell’asserzione di fantasmi della fase cosiddetta paranoide.

Jacques Lacan[1]

Così lo psicoanalista francese si appella all’autorità di Melanie Klein per suffragare la validità dello stadio dello specchio, ovvero di quello che è universalmente riconosciuto come il suo più importante contributo alle teorie psicoanalitiche. Il capitolo degli Scritti dal quale abbiamo estrapolato il nostro esergo, intitolato “Dei nostri antecedenti”,[2] è molto importante in quanto Lacan lo dedica a ricostruire retroattivamente il suo «ingresso nella psicoanalisi»,[3] i suoi più importanti riferimenti clinici e culturali e le tappe più significative del suo personale itinerario teorico.

Gli Scritti vengono pubblicati nel 1966 quando Lacan ha ormai consumato la sua definitiva rottura con l’IPA e ha già fondato la sua scuola eppure, dopo la morte della Klein, sembra tenere ancora molto a saldare il debito teorico contratto con lei.  Ricordiamo che non sempre lo psicoanalista francese ha dimostrato sensibilità umana e onestà intellettuale simili; per rendersene conto basta leggere la sua ricostruzione della scoperta dello stadio dello specchio priva di qualsiasi riconoscimento ai lavori di Henri Wallon che era stato uno dei primi psicologi ha studiare tale fenomeno.[4] Proveremo a ipotizzare, nella conclusione del presente contributo, che questa inconsueta deferenza possa essere considerata alla stregua di un sintomo di difficoltà personali e teoriche dello psicoanalista francese.

Si deve, infatti, evidenziare che alcuni importanti tratti del cammino teorico di Lacan hanno seguito le orme della Klein eppure tra i due pensatori non si è mai instaurata una sincera collaborazione teorica o istituzionale. Abbiamo provato a enfatizzare questa loro peculiare relazione sin dal titolo del nostro testo che si ispira liberamente a quello di un capitolo della monumentale biografia che Élisabeth Roudinesco ha dedicato allo psicoanalista francese.[5] Cercheremo di chiarire, nei limiti dello spazio concessoci, alcune delle principali influenze della Klein su Lacan e qualcuno dei motivi del loro mancato incontro concentrandoci, dal punto di vista teorico, sullo stadio dello specchio e, da quello testuale, sulle occorrenze del nome della psicoanalista austro-britannica contenute nelle due raccolte dei testi di Lacan.[6]

1. Problemi psicoanalitici comuni

Lacan inizia a leggere i testi della Klein verosimilmente dopo il 1937 accorgendosi che, seppur per vie diverse, la studiosa austro-britannica si poneva problemi psicoanalitici assai simili a quelli che si proponeva di affrontare lui. Tali questioni compongono un elenco abbastanza nutrito nel quale ci pare particolarmente importante evidenziare i seguenti: «statuto del soggetto, strutturazione delle relazioni oggettuali, ruolo arcaico del legame edipico, posizione paranoide della conoscenza umana».[7] Abbiamo già esaminato dettagliatamente quest’ultima questione che abbiamo evidenziato in corsivo perché costituisce, a nostro avviso, una delle più importanti articolazioni tra psicoanalisi e filosofia all’interno del sistema di pensiero lacaniano.[8] Tuttavia, in questa sede, ci preme ancora sottolineare che l’importanza attribuita alla paranoia consentì allo psicoanalista francese di assumere una peculiare interpretazione della seconda topica freudiana conducendolo su alcune posizioni teoriche assai vicine a quelle kleiniane. Tale prossimità motiverà successivamente anche il loro comune contrasto alla corrente statunitense della Ego psychology e alla sua interpretazione della genesi dell’io come trasformazione di una porzione dell’es conseguente a una risposta adattiva dell’individuo al mondo esterno.[9]

Crediamo che la prima citazione esplicita del nome della Klein in un testo di Lacan si possa rintracciare in quello intitolato “I complessi familiari nella formazione dell’individuo”, pubblicato nel 1938. Tale occorrenza si riferisce proprio alla questione del corpo frammentato sul quale ritornerà la sua breve autobiografia intellettuale, presentata negli Scritti del 1966, che abbiamo prima considerato. Lacan in questo testo giovanile sostiene che

il fantasma di castrazione è […] preceduto da tutta una serie di fantasmi di frammentazione del corpo  […]. Purtroppo i ricercatori che meglio hanno capito l’origine materna di questi […] (come Melanie Klein) insistono unicamente sulla simmetria e sull’estensione che apportano nella formazione dell’Edipo […]. Ai nostri occhi il loro interesse risiede nell’irrealtà evidente della loro struttura. L’esame di questi fantasmi trovati nei sogni e in certi impulsi permette di affermare che essi non si rapportano a nessun corpo reale, bensì a un manichino eteroclito.[10]

Nel brano si manifesta una strategia retorica che si riproporrà in quasi tutti i principali riferimenti alla Klein contenuti nei testi di Lacan: lo psicoanalista francese manifesta un esplicito apprezzamento del valore della ricerca della studiosa austro-britannica al quale fanno seguito alcune critiche rispettose che, tuttavia, adombrano la rielaborazione e la reinterpretazione, talvolta anche radicale, dei suoi risultati clinici.

In questo caso particolare, lo psicoanalista francese è interessato a enfatizzare l’importanza del suo stadio dello specchio del quale il testo del 1938 contiene la prima versione pubblicata a stampa.[11] Anche per questo, Lacan è interessato ad appoggiarsi, seppur in modo critico, all’autorità della Klein per valorizzare l’importanza delle proprie ricerche. In questa prospettiva, potremmo glossare il brano in corpo minore sopra citato osservando che per entrambi «l’immaginario è originariamente costituito da fantasmi innati. Ma, mentre per la Klein, questi rimangono immodificati […], per Lacan sono soggetti a continue trasformazioni».[12]

In tale prospettiva, la complessa dinamica di riconoscimenti sintetizzata dallo stadio dello specchio permette a Lacan di ripensare complessivamente la struttura della soggettività psicoanalitica; per evidenziare tale riformulazione egli denota il soggetto con il pronome francese je per distinguerlo dall’io che indica con moi. Una delle prime occorrenze di questa importante distinzione lacaniana è contenuta in un testo del 1936, intitolato “Aldilà del principio di realtà”, nel quale lo psicoanalista francese si chiede: «come si costituisce quella realtà con cui universalmente s’accorda la conoscenza dell’uomo? Attraverso le identificazioni tipiche del soggetto, come si costituisce quell’io, quel je, in cui si riconosce?».[13]

Questa differenziazione andrà precisandosi quando Lacan chiarirà che il bambino, tra i sei e i diciotto mesi, aldiquà della superfice speculare, è il soggetto (je) dello stadio dello specchio, mentre la sua immagine riflessa costituisce la principale manifestazione dell’io (moi).[14] Si deve, comunque, notare che già “I complessi familiari”, sono in grado di evidenziare il carattere «illusorio» che possiede l’immagine del soggetto riflesso nello specchio e quella che si può definire come la sua funzione morfogena.[15] Lacan giunge a tale conclusioni anche perché, intorno al 1936, aveva iniziato a interpretare «la genesi dell’io […], alla stregua di Melanie Klein, come una serie di operazioni fondate sull’identificazione alle imago».[16]

2. Imago

Proprio la peculiare interpretazione lacaniana del concetto di imago e la sua funzione nel contesto dello stadio dello specchio[17] ci induce a soffermarci, tra i diversi complessi esaminati nel testo del 1938, su quello che Lacan definisce «dell’intrusione». Si tratta di pagine che accostano le considerazioni di Agostino sulla vita infantile alle più avanzate osservazioni della clinica psicoanalitica del tempo.[18] Particolarmente interessante è la citazione lacaniana di un celeberrimo passo delle Confessioni nel quale il padre della Chiesa scrive di aver «considerato a lungo un piccino in preda alla gelosia; non parlava ancora e già guardava livido, torvo, il suo compagno di latte».[19]

La gelosia tra fratelli e lo stadio dello specchio rivelano, attraverso la lente lacaniana, la medesima forma «narcisistica dell’io» che viene costituendosi per mezzo della «imago del doppio». Inoltre, esse costituiscono anche un ripensamento del complesso edipico proposto dallo psicoanalista francese che presenta, al di là delle citazioni esplicite, alcune importanti affinità con i lavori della Klein[20] e, in particolare, con quelli relativi alla imago del seno.[21]

A Bruxelles, nel maggio 1948, Lacan tiene una relazione all’undicesimo congresso degli psicoanalisti di lingua francese, che pubblicherà lo stesso anno con il titolo “L’aggressività in psicoanalisi”, nel quale nuovamente accosta la citazione agostiniana sulla gelosia infantile alle ricerche della Klein sui bambini poiché entrambe lavorerebbero sullo «stesso limite dell’apparizione del linguaggio».[22] Un medesimo riconoscimento verrà proposto nella comunicazione letta al tredicesimo congresso della medesima associazione tenutosi nel 1950, dove Lacan sottolinea che quando la Klein esamina «le categorie del Buono e del cattivo nello stadio infans» è anche in grado di collocare, almeno implicitamente, il «problema dell’implicazione retroattiva delle significazioni in una tappa anteriore all’apparizione del linguaggio».[23]

Tornando al testo del 1948, segnaliamo alcune sue righe che sono importanti per i nostri interessi in quanto teorizzano una pratica della «maieutica analitica» volta a produrre nel paziente una sorta di «paranoia controllata» ispirata dalla kleiniana «proiezione di […] cattivi oggetti interni».[24] Lacan successivamente ribadisce, una volta ancora, l’importanza del suo stadio dello specchio, definito come un «crocevia strutturale» della soggettività, per comprendere le forme che assume l’aggressività umana.[25] Il testo, a questo punto, propone una sorta di succinto inventario dei più importanti contributi kleiniani alla ricerca psicoanalitica (imago materna, paterna e fraterna, posizione depressiva)[26] per poi muovere un passo a lato rispetto alle conclusioni proposte dalla studiosa austro-britannica. Lacan, infatti, dichiara che sia necessario meglio perimetrare i concetti, precisare i fenomeni e approfondire l’analisi di alcune relazioni. Più precisamente, lo psicoanalista francese sostiene che

mostrandoci la primordialità della «posizione depressiva» […] Melanie Klein […] ci permette, in particolare, di situare come assolutamente originale la prima formazione del superio. Ma appunto, interessa delimitare l’orbita entro cui per la nostra riflessione teorica si collocano i rapporti, lungi dall’essere tutti delucidati […] di quel masochismo primordiale che escludiamo dalle nostre tesi, per isolarne la nozione di un’aggressività legata alla relazione narcisistica e alle strutture […] di oggettivazione sistematica che caratterizzano la formazione dell’io.[27]

Potremmo dire, in estrema sintesi, che questa relazione del 1948 innesta nel nascente sistema lacaniano alcuni temi kleiniani e, in particolare, alcuni aspetti della posizione schizo-paranoide,[28] per mostrare come la funzione del suo concetto di moi, nel contesto dello stadio dello specchio, possa essere pensata come una forma «di misconoscimento organizzata in una struttura paranoica».[29]

3. Una traduzione mancata

Abbiamo sin qui considerato le influenze teoriche della Klein su Lacan ma per completare, seppur sommariamente, le nostre riflessioni sulla questione è utile proporre qualche osservazione anche sul rovescio della questione. Da un punto di vista anagrafico e formativo la Klein appartiene alla generazione di psicoanalisti precedente a quella di Lacan dal quale era separata anche da vicende biografiche, contesti culturali, formazione, pratica clinica e, in particolare, da uno stile di scrittura assai diverso.  La studiosa austro-britannica, per questa somma di ragioni, «non si interessava affatto agli enunciati lacaniani, troppo difficili da decifrare, intraducibili e a lei poco utili». Tuttavia, tutte queste differenze non indussero la Klein a sottovalutare l’importanza di Lacan nel quadro della psicoanalisi francese del tempo e soprattutto quella di un suo eventuale sostegno politico nelle intricate vicende dell’IPA del secondo dopoguerra. [30] Infatti, lo psicoanalista francese mediò tra lei ed Henri Ey nel quadro della complessa organizzazione del primo congresso mondiale di psichiatria del 1950 nel quale si riproponeva la rigida contrapposizione tra i seguaci della Klein e quelli di Anna Freud. [31]

Lacan sembrava desideroso di ottenere il sostegno della studiosa austro-britannica e quando la incontrò personalmente, al sedicesimo congresso mondiale dell’IPA che si tenne a Zurigo nel 1949, le propose di tradurle il suo libro intitolato La psicoanalisi dei bambini.[32] Incominciò, così, una vicenda imbarazzante che la Roudinesco ricostruisce in modo dettagliato e assai documentato motivando, dal punto di vista dei rapporti personali, anche la mancata collaborazione tra i due grandi psicoanalisti.

Dopo aver ottenuto l’incarico dalla Klein, Lacan gestì questo delicato compito teorico e politico con autentica sciatteria e incappò in un vero e proprio atto mancato al quale non si preoccupò di porre adeguato riparo. Analoghi atteggiamenti e trascuratezza, talvolta, hanno punteggiato la biografia di un intellettuale che ha fatto dello stile la cifra della propria esistenza[33] ma che ha anche teorizzato la fondamentale importanza della Spaltung nella struttura della soggettività.[34]

Possiamo brevemente riassumere la vicenda narrata dalla Roudinesco nel modo seguente: Lacan subappaltò la prima metà della traduzione a un suo paziente, René Diatkine, che gliela consegnò nei tempi stabiliti e successivamente cercò di affidare la parte rimanente del lavoro a una coppia di studiosi, Françoise e Jean-Baptiste Boulanger, senza informare la Klein. Non pago di questa mancanza di correttezza, perse la prima parte della traduzione senza ammettere la propria mancanza con nessuno dei protagonisti di questa vicenda.[35] Non passò molto tempo prima che Diatkine, i coniugi Boulanger e la Klein ebbero occasione di confrontarsi sulla questione svelando la sinecura di Lacan e facendogli perdere ogni residua «credibilità». La studiosa austro-britannica a questo punto decise di rivolgere il proprio sostegno presso l’IPA in favore di Daniel Lagache che, grato, si adoperò per fare pubblicare la traduzione francese de La psicoanalisi dei bambini nella collana di PUF da lui diretta: il libro uscì nel 1959 con grande soddisfazione della Klein. [36]

Non siamo storici di professione e, forse, proprio per questo, non riusciamo a evitare la suggestione di immaginare un’altra storia alternativa, una sorta di eucronia, nella quale Lacan avesse dedicato maggior impegno alla traduzione del libro della Klein e le vicende della psicoanalisi in Francia avessero preso un’altra direzione. Non siamo nemmeno psicoanalisti ma il pensiero del clamoroso smarrimento della prima parte della traduzione, commesso da Lacan, non ci consente di resistere a esprimere qualche dubbio sull’effettiva consistenza della stima che lo psicoanalista francese provava per la Klein e la sua elaborazione teorica.

Note

[1] Lacan (1966), p. 65.

[2] Ivi, pp. 61-66.

[3] Ivi, p. 61.

[4] Cfr. Lacan (1938), pp. 40-41, (1966), pp. 62-65 e Roudinesco (1993), p. 119.

[5] Ivi, pp. 207-213.

[6] Lacan (1966) e (2001). Segnaliamo che i seminari di Lacan contengono più di 150 occorrenze del nome della Klein e che, di conseguenza, il loro esame esorbita la succinta presentazione che ci prefiggiamo di proporre al lettore in questa sede.

[7] Roudinesco (1993), p. 119, corsivo nostro.

[8] Palombi (2019), pp. 117-119.

[9] Cfr. Roudinesco (1993), pp. 119-120, Palombi (2002), pp. 111 e Hartmann (1939).

[10] Lacan (1938), p. 52, corsivi nostri.

[11] La prima esposizione orale dello stadio dello specchio venne proposta due anni prima, al congresso dell’IPA svoltosi a Marienbad, ma le sue tesi non avevano suscitato particolare interesse in quella sede; cfr. Lacan (1946), p. 178-179 e (1966), p. 62, n. 1.

[12] Vegetti Finzi (1990), p. 389.

[13] Lacan (1936), p. 86.

[14] Lacan (1949), p. 88; cfr. Palombi (2019), pp. 150-151.

[15] Lacan (1938), pp. 40-41; cfr. Lacan (1949), p. 89.

[16] Roudinesco (1993), p. 127

[17] Palombi (2019), pp. 130-131, 153-155.

[18] Lacan (1938), pp. 36-45.

[19] Agostino, Confessioni, I, VII, p. 14.

[20] Roudinesco (1993), p. 158.

[21] Vegetti Finzi (1990), p. 317.

[22] Lacan (1948), p. 109.

[23] Lacan (1951), p. 130.

[24] Lacan (1948), p. 103.

[25]Ivi, p. 107.

[26] Ivi, p. 109.

[27] Ivi, pp. 109-110.

[28] Cfr. Klein (1946).

[29] Roudinesco (1993), p. 211.

[30] Ivi, p. 212.

[31] Ivi,  p. 210.

[32] Klein (1932); cfr. Roudinesco (1993), p. 212.

[33] Cfr. Lacan (1966), p. 5.

[34]  Cfr., per esempio, Lacan (1961), p. 630 e Palombi (2019), pp. 150-151.

[35] Roudinesco (1993), pp. 212-213.

[36] Ibidem; cfr. Grosskurth (1986), pp. 438-440.


Bibliografia

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