La Cura

La cura psicoanalitica della nevrosi. F. Conrotto

24/09/21

La cura psicoanalitica è nata proprio come “cura della Nevrosi”. I concetti di base della psicoanalisi, come sono stati formulati da Freud nei suoi testi fondamentali, a partire dalla “Interpretazione dei sogni” (1899), mettono in luce e spiegano i meccanismi psichici che si evidenziano in quelle organizzazioni psichiche che sono specifiche della nevrosi. Il primo e principale, tra questi concetti, è quello di “rimozione”, cioè della espulsione dalla coscienza, cioè dalla consapevolezza, di pensieri e di desideri che non sono accettati dall’Io. Questa non accettazione dipende dall’azione repressiva del “Super-Io”, cioè di quella struttura psichica che si forma nei primi mesi ed anni di vita che censura e rigetta i moti spontanei di desiderio che non sono accettati dal bambino a causa della loro incompatibilità con le regole dell’educazione che gli vengono imposte dalle figure genitoriali, soprattutto dal padre.  Qui vediamo che il concetto di “Super-Io” è un altro dei concetti fondamentali della psicoanalisi. Esso è molto attivo e presente nelle patologie nevrotiche. In una forma molto sintetica e semplice si può definire la nevrosi come l’espulsione dalla coscienza, ad opera della “rimozione”, di pensieri e desideri sui  quali cade la censura del “Super-Io”. Tali pensieri e desideri, espulsi dalla coscienza, si attaccano ad altre rappresentazioni o azioni, che per via di un processo di “spostamento”, assumono a livello inconscio il significato di quelli che sono stati rimossi. Pertanto, saranno queste altre rappresentazioni o azioni a diventare i “sintomi” della nevrosi dell’individuo che ne è il portatore. La formazione dei sintomi non dipende soltanto dalla rimozione ma anche dagli altri “meccanismi di difesa” che sono messi in opera per difendersi dai desideri proibiti. La prevalenza di questo o quel meccanismo di difesa caratterizza le differenti sintomatologie nevrotiche. Infatti, accanto alla rimozione, che è il meccanismo dominante, si formano altre difese quali la “formazione reattiva”, caratteristica della nevrosi ossessiva (Freud 1909) e la “negazione”, attraverso le quali l’Io si difende dai desideri proibiti negandoli (Freud 1914).

A questo punto dobbiamo segnalare che, a partire dalla metà  del secondo decennio del ventesimo secolo e soprattutto dal 1920 con la  pubblicazione di “Al di là del principio di piacere” (1920), l’attenzione di Freud si rivolse principalmente alle patologie extra-nevrotiche per le quali egli in realtà riteneva che la psicoanalisi non fosse in grado di svolgere una funzione terapeutica benché fosse perfettamente in grado di comprendere i meccanismi patologici che sono presenti in esse. Dopo Freud, soprattutto a partire dai contributi di Melanie Klein (1921-58) e di coloro che hanno seguito le sue idee ma anche della psicoanalisi britannica in generale(Fairbairn (1941), Winnicott (1975), la psicosi divenne oggetto quasi privilegiato della ricerca e della cura. In realtà tra Anna Freud che si sentiva l’erede e la continuatrice del pensiero del padre e la psicoanalisi americana che ad ella era vicina e la psicoanalisi di origine kleiniana rimase per molti decenni un conflitto che forse solo negli ultimi decenni ha cominciato ad attenuarsi. Nella fattispecie, la psicoanalisi statunitense fu fortemente influenzata dalla presenza di alcuni personaggi quali Hartmann (1950), Kris (1975) e Loewenstein, emigrati negli Stati Uniti a causa della persecuzionedegli ebrei in Germania durante il nazismo. Costoro, insieme ad altri autori, focalizzarono la loro attenzione sul funzionamento dell’Io. Da ciò questa corrente scientifica prese il nome di “Psicologia dell’Io”. Questa corrente dominò la psicoanalisi negli Stati Uniti fino agli anni settanta dello scorso secolo, seguendo quella che ritenevano essere l’ortodossia freudiana. Questa scuola di pensiero riteneva che la psicoanalisi dovesse principalmente curare i disturbi nevrotici e che avesse come suo strumento il lavoro sulle funzioni dell’Io

Se questi che abbiamo descritto sono, detto in forma semplice, i meccanismi della nevrosi, rivolgiamo ora la nostra attenzione ai meccanismi che sono all’opera nella cura psicoanalitica della nevrosi stessa.

E’ noto, che la pratica psicoanalitica consiste nello stabilire una frequenza settimanale di un certo numero di sedute della durata di 45 o 50 minuti ciascuna. Questa frequenza, all’origine, era di sei sedute a settimana che poi diventarono cinque e anche quattro. La frequenza di cinque sedute a settimana è rimasta prevalente in Inghilterra. Negli Stati Uniti si adottò la frequenza di quattro sedute a settimana perché gli analisti in quel paese, essendo spesso medici che operavano nelle case di cura, durante il week-end partecipavano a congressi scientifici. In Francia si adottò la frequenza di tre sedute a settimana per ragioni connesse alla presenza del pensiero lacaniano. Attualmente, la frequenza media delle terapie psicoanalitiche sta tra quattro e tre sedute per settimana. Questi incontri tra l’analista e il paziente hanno delle regole ben precise alle quali entrambi si devono adeguare. Al paziente è richiesto di “dire tutto quello che gli viene in mente senza censurare nulla circa pensieri che gli possono apparire sciocchi o imbarazzanti”. All’analista è richiesto di ascoltare in silenzio e di non esprimere giudizi di valore o di tipo etico circa quello che dice il paziente. Quello che egli dovrà fare, quando gli sembra che ve ne siano le condizioni, è di “interpretare”, cioè di dare un significato che apparentemente non è visibile alle parole del paziente. L’interpretazione riguarda qualsiasi cosa il paziente abbia detto ed in particolare i sogni che questi ha raccontato. In questo modo i pensieri che il paziente ha rimosso o negato vengono riproposti alla sua coscienza. Questi, se è emotivamente pronto, potrà accoglierli e riconoscerli come suoi. Abbiamo detto in precedenza che contenuti mentali non accettati vengono “spostati” su altre rappresentazioni. Questo meccanismo di spostamento agisce anche nella cura psicoanalitica, nel senso che certi pensieri, desideri o altro, originariamente rivolti alle figure genitoriali, nel corso della cura psicoanalitica, vengono rivolti, a causa della durata della relazione e della sua intensità emotiva, all’analista. Questo è ciò che si definisce con il termine inglese “transfert”, ossia il trasferimento della qualità della relazione affettiva dalle figure genitoriali e familiari all’analista. Questo processo è ciò che si definisce “nevrosi di transfert”: cioè la strutturazione dell’organizzazione nevrotica del paziente nella relazione analitica. In questo contesto, l’interpretazione dell’analista consiste nel mostrare al paziente che ciò che questi apparentemente sente e pensa verso di lui è uno spostamento di ciò che egli sentiva verso le figure familiari. Queste interpretazioni hanno un effetto terapeutico perché portano alla coscienza pensieri e desideri rimossi o negati o comunque verso i quali sono state attuate  operazioni di difesa. Questo processo, nel tempo, attenua la carica di angoscia e di colpa che si accompagnava a questi pensieri e desideri e aiuta il paziente a risolvere la propria nevrosi e ad attenuare la propria sofferenza.

 In sintesi, si può dire che la cura psicoanalitica consiste nel riportare alla coscienza ciò che era stato espulso e di renderlo accettabile attraverso la qualità della relazione con l’analista.   

La messa al centro della cura della relazione tra analista e paziente implicitamente ha cominciato a spostare il focus della terapeuticità della psicoanalisi dal contenuto delle interpretazioni alla qualità della relazione stessa, vale a dire alla dimensione emotiva della stessa relazione analitica. Questo significa che sarebbe l’accoglimento da parte dell’analista di quanto riporta il paziente in seduta un elemento centrale per raggiungere l’attenuazione dei sintomi e un progressivo rasserenamento psichico di questi.

Questa impostazione teorico-clinica, a partire dagli anni ottanta del secolo scorso, è divenuto il fondamento di un nuovo punto di vista teorico che negli Stati Uniti è stato teorizzato da alcuni autori quali Mitchell (1988), Greenberg (1983) e Aron (1996). Tale punto di vista acquisì il nome di “psicoanalisi relazionale”. Essa derivava principalmente dalla Psicologia dell’Io inglobando alcuni aspetti delle teorie della relazione d’oggetto che in Europa erano rappresentate da molti anni dal pensiero kleiniano e da altri contributi psicoanalitici britannici.

A questo punto possiamo ritenere che un po’ ovunque si è diffuso il principio che il valore terapeutico della cura psicoanalitica sta nella relazione “analista-paziente” che, se si svolge rigorosamente dentro le regole del setting quali la “neutralità” dell’analista, non interferenza nella vita del paziente e nelle sue scelte e decisioni e, da parte del paziente, adeguamento alla regola del dire tutto e di non fare altro che dire, ebbene, se la cura si svolge dentro queste regole che con un termine inglese definiamo “setting”, allora nel corso del tempo che, in ogni caso, va misurato in anni, la cura produce una guarigione soddisfacente della nevrosi da cui era affetto il paziente. Da questa considerazione è nata l’idea che la guarigione della nevrosi è effetto della “relazione analitica”.      

Bibliografia

Aron L (1996) Menti che si incontrano. Raffaello Cortina, Milano, 2004.

Freud S. (1899) L’interpretazione dei sogni. O.S.F.

Freud S. (1909)Osservazioni su un caso di nevrosi ossessiva. ( caso clinico dell’uomo dei topi) OSF 6.

Freud S. (1914) Introduzione al narcisismo. OSF 7.

Freud S (1920) Al di là del principio di piacere. OSF 9.

Greenberg J.R. (1988) Le relazioni oggettuali nella teoria psicoanalitica.. Il Mulino, Bologna, 11996.

Hartmann H. (1939) Psicologia dell’Io e problema dell’adattamento. Boringhieri, Torino, 1966.

Klein M Scritti 1921-1958. Boringhieri, Torino, 1978.

Mitchell S.A. (1988),Gli orientamenti relazionali in psicoanalisi. Per un modello integrato. Bollati Boringhieri, Torino 1993.

Fairbairn W.R.D (1952) Studi psicoanalitici sulla personalità. Bollati Boringhieri, Torino, 1992.

Winnicott D. W. (1958) Dalla pediatria alla psicoanalisi. Martinelli, Firenze 1975.

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