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The Dynamic Self in Psychoanalysis – di Spagnolo e Northoff. Recensione di G. Mattana

16/11/21
DOMENICO GNOLI, 1967

DOMENICO GNOLI, 1967

Recensione di Giorgio Mattana

The Dynamic Self in Psychoanalysis – di Spagnolo e Northoff

Recensione di Giorgio Mattana

The Dynamic Self in Psychoanalysis . Neuroscientific Foundations and Clinical Cases

Rosa Spagnolo & Georg Northoff

London, Routledge 2021

Il Sé è il tempo, la temporalità, la linea passato-presente-futuro dentro di noi: questa in estrema sintesi la rivoluzionaria tesi sostenuta da Spagnolo e Northoff in questo ricco e affascinante libro sul Sé. All’incrocio fra psicoanalisi e neuroscienze, scortati dalla filosofia della mente e dai più recenti modelli della fisica teorica, gli Autori propongono di rintracciare il nucleo essenziale del Sé nel senso del tempo, presupposto del sentimento di continuità della nostra identità. Il tempo non è separabile dallo spazio, dalla collocazione spazio-temporale della nostra esistenza, ma delle due coordinate è quella del tempo a rappresentare il vero fondamento dell’identità, la dimensione all’interno della quale scorrono le nostre vite. Le Cortical Midline Structures sono strutture della linea mediana filogeneticamente antiche il cui ritmo di attivazione neuronale spontanea accompagna la percezione, la memoria, l’emozione e l’azione, in una parola tutte le funzioni cognitivo-emotive e le attività umane, ponendosi all’origine di quella temporalità interna che costituisce il Sé. Avere un Sé, essere un soggetto significa viversi come collocati nel tempo e nello spazio, percepire la propria continuità lungo la linea passato-presente-futuro e percepirsi distinti dagli oggetti del mondo esterno e dagli altri. Significa soprattutto riconoscersi gli stessi nel corso del tempo, come indica nel suo significato essenziale il termine «identità» da quando, venendo meno il suo fondamento metafisico nell’anima immortale, l’umanità ha iniziato a interrogarsi sulla sua natura.

Spagnolo, psicoanalista e neuropsichiatra, e Northoff, filosofo e psichiatra, uniscono le loro competenze per andare alle radici del Sé, del soggetto o dell’identità tenendosi lontani tanto dal riduzionismo neurobiologico, quanto dal dualismo e dall’idea di una mente disincarnata. L’obiettivo dei due Autori non è dunque l’identificazione-riduzione della mente al cervello, in base alla quale il Sé sarebbe, e non sarebbe nient’altro che, i meccanismi e i processi neurali descritti come suoi presupposti e condizioni. Ma non è certo nemmeno quello di disincarnare dualisticamente la mente-Sé dal cervello, proiettandola in un dominio extrafisico irraggiungibile dalla scienza, insondabile e ineffabile. L’obiettivo è viceversa quello di collocarsi all’interfaccia fra queste due dimensioni, la realtà neurobiologica delle attivazioni neurali che ci permettono di sentirci noi stessi, centro di esperienza, pensiero e azione dotato di coerenza e continuità nel tempo, e la nostra esperienza soggettiva di noi stessi come «proprietari» dei nostri stati fisici e mentali. La descrizione neurobiologica in terza persona è costantemente accompagnata e integrata da quella in prima persona, evitando tanto di ridurre quest’ultima alla prima, quanto di sradicarla dal suo fondamento cerebrale.

Con una consapevole forzatura del pensiero degli Autori, si potrebbe dire che essi propongono una sorta di «kantismo neurobiologico», che individua le strutture cerebrali a priori che presiedono alla collocazione spazio-temporale del soggetto, al suo specifico modo di essere nel mondo e dunque al suo senso del Sé. Quest’ultimo, sempre più al centro dell’interesse psicoanalitico e della ricerca interdisciplinare congiunta con le neuroscienze, non coincide con un contenuto o una rappresentazione specifici, o con un insieme di contenuti o di rappresentazioni, ma è una struttura formale, un principio di organizzazione dell’esperienza, un ritmo, una scansione di fondo che ci accompagna di continuo e ci fa sentire quelli che siamo. Si tratta però di una forzatura, benché utile a evidenziare la peculiarità della loro tesi, che Spagnolo e Northoff giustamente non accoglierebbero o accoglierebbero con riserva. Essi infatti non teorizzano una forma a priori in senso stretto, cioè antecedente all’esperienza e indipendente da essa, bensì una temporalità interna costituita sulla base della vicenda evolutiva del soggetto. E qui si inserisce la ricca messe di osservazioni cliniche che gli Autori portano a supporto della loro proposta teorica. Rimandando in proposito alla lettura del testo, mi limito qui a richiamare l’ipotesi che quadri clinici come il narcisismo, la depressione, i disturbi bipolari e la schizofrenia siano correlati a una specifica «psicopatologia spazio-temporale». Le origini di quest’ultima sono da rintracciare nella storia del soggetto, nelle interazioni precoci che possono averne alterato il vissuto interno del tempo, stabilendo i presupposti di una disarmonia con quello «esterno», condiviso e sociale. Nel caso della depressione il tempo interno scorre più lentamente di quello esterno, con il conseguente vissuto esclusione dal mondo e della sua irraggiungibilità. Nel caso della schizofrenia la psicopatologia spazio-temporale che ne è alla base produce non solo l’alterazione del senso del tempo, ma anche la confusione fra Sé e altro, fra interno ed esterno.

Il volume offre un’argomentata alternativa a quel «nichilismo» del Sé, che ha spesso dominato la scena del dibattito filosofico-scientifico degli ultimi decenni. Spagnolo e Northoff hanno presenti le tesi scettiche e paradossali di Dennett, che dal carattere decentrato, parallelo e distribuito di gran parte dell’attività del cervello, suddiviso in una miriade di centri specializzati e autonomi, deduce l’illusorietà del Sé, il carattere puramente fittizio e virtuale del soggetto. Nella stessa linea si collocano il neuroscienziato Gazzaniga, che dalla scoperta che il nostro cervello non è un sistema omogeneo deriva l’obsolescenza della stessa psicologia e della visione ordinaria di noi stessi, il filosofo della mente Metzinger che considera quella del Sé una rappresentazione alla quale non corrisponde alcun rappresentato, e lo scienziato cognitivo Minsky con la sua teoria della «società della mente». A tali posizioni gli Autori si contrappongono muovendo da un approccio olistico e antilocalizzazionista allo studio del funzionamento cerebrale che permette di individuare reti neurali che attraversano più aree. Essi mostrano su questa base l’esistenza di un macrosistema funzionale integrato come quello delle Cortical Midline Structures, che costituisce gran parte del Default Mode Network, una estesa rete neurale attiva nello stato di riposo (resting state) inteso come relativa libertà dagli stimoli, associata all’attività introspettiva, al recupero di ricordi autobiografici e all’immaginazione progettuale. Nell’opporsi al «nichilismo» del Sé, Spagnolo e Northoff sono in linea con Autori come Edelman, Damasio, Panksepp e altri che a vario titolo ne propongono una fondazione neurobiologica, ma se ne distinguono per le strutture individuate e per il carattere «formale» della loro attività. Ciò apre una nuova e originale prospettiva sul Sé, che viene a essere concettualizzato come un «modo» dell’esperienza che ne attraversa i differenti domini, senza identificarsi con alcuno dei rispettivi contenuti.

Molto interessante anche lo sfondo epistemologico proposto dagli Autori, che mostrano come il tempo si sia progressivamente ritirato dal mondo esterno per essere «interiorizzato» come modalità specifica dell’esperienza umana. Problema filosofico e scientifico fra i più ardui e appassionanti, il tempo ha ricevuto la sua più nota canonizzazione ontologica da Newton, che lo ha considerato insieme allo spazio il contenitore stabile e uniforme di tutti i fenomeni dell’universo. Il tempo assoluto newtoniano è stato poi convertito da Kant in «forma a priori dell’intuizione sensibile», struttura non più dell’essere ma del conoscere, cardine della legislazione universale e necessaria che il soggetto impone alla realtà. Con Einstein, come è noto, il tempo si è legato allo spazio e si è «diffratto» in una serie potenzialmente infinita di durate relative ai sistemi di riferimento. Da ultimo la meccanica quantistica e i suoi vertiginosi sviluppi hanno portato studiosi come Rovelli e altri a ipotizzare che il tempo non faccia parte dell’arredo del mondo, sostituito da spazio, relazione e movimento. Collocandosi all’interno di tale quadro epistemologico, Spagnolo e Northoff propongono la «soggettivazione» del tempo come nucleo fondante del Sé, la sua transizione da struttura dell’essere a struttura dell’«esserci». Superando il kantismo, il tempo interno viene a essere collegato alle vicende relazionali del soggetto, affondando le sue radici nella storia personale e nelle conseguenti possibilità di integrazione o non integrazione con la temporalità «esterna», declinandosi così in senso normale o patologico. Come già detto, di ciò offre numerose e interessanti esemplificazioni la parte clinica del volume, che ne rappresenta un ulteriore motivo di interesse per la comunità psicoanalitica.    

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