A nuda voce. Vocalità, inconscio, sessualità

Laura Pigozzi (2008) 

Antigone Edizioni, Torino, pagg. 230

L’Autrice interroga la vocalità a partire dalla psicanalisi. Il primo passo procede nel constatare che la voce ha uno statuto più antico e originario rispetto alla parola. La voce della madre, per esempio, ci accompagna ancor prima di venire al mondo. Solo dopo, con lo strutturarsi della soggettività, la vocalità reca con sé, come un dono nascosto o contrabbandato, una sorta di memoria. "Impariamo a parlare – ci ricorda Freud – a partire da quello che abbiamo udito…". Non a caso nel titolo del libro viene evocata la nudità della voce, nudità che rinvia incessantemente alla pratica clinica in quanto la voce è come una ferita sempre aperta che modula il senso e l’insensato, la dicibilità e l’indicibilità delle "cose" dell’inconscio.

Ma la voce non è un oggetto come gli altri: proviene dal corpo, rinvia al momento del suo primo respiro, alla scoperta del mondo che è attorno. "La voce, ci ricorda l’Autrice, è anche e soprattutto memoria" ( 25). E’ una memoria densa, dove la sua tessitura a tratti si imbatte nel silenzio. Infatti la voce è fatta di materia sottile: sibilante o roboante assume l’abito della parola, del canto, della melodia, del lamento, della preghiera. Spalanca, nel rumore di fondo della quotidianità, lo squarcio della scena acustica.

Il terreno su cui si muove l’autrice è quello della psicanalisi. I riferimenti rinviano a Freud, Lacan, Dolto, Kristeva, Salomè e tanti altri. L’audacia di questa ricerca consiste nell’utilizzare la questione della voce e le sue  implicazioni come se fossero sentieri laterali con cui avvicinarsi al centro della soggettività. "La voce – ricorda Lacan – è il vettore dell’esperienza più prossimo all’inconscio" (43). Come possiamo pensare alla soggettività, ossia a ciò che fa nodo nella pratica clinica, senza l’uditivo, senza cioè prestare ascolto alla voce, al suo timbro o alla sua grana? "E’ la voce e non solo il linguaggio, ad aprire l’accesso all’inconscio".

La voce viene esplorata non solo in quanto oggetto pulsionale – partendo dalla teoria di Lacan –  ma come un’istanza significativamente in gioco nella strutturazione primaria dell’Edipo: per esempio nel legame tra madre e bambino o nella funzione costitutiva della voce del padre. I corollari sono innumerevoli: il timbro della voce come marcatura del soggetto, il tema della sessualità che parla la voce del desiderio, il godimento femminile e la sua "dicibilità", la vicenda fallica e tanti altri. Nei capitoli centrali,  la sessualità, il femminile, il godimento costituiscono i temi privilegiati di un percorso in cui "la voce sembra porsi come corpo della parola e, per essere più precisi, come il sessuale della parola" (54). 

In fondo tutto il libro ripropone incessantemente, da varie angolature, la stessa domanda: come nascere alla voce? Nascita che riguarda il lavoro psichico intorno alla "verità storica" del soggetto. E’ un lavoro che procede nell’individuare il materiale psichico da cui il soggetto "prende voce" ogni volta che parla, ma anche nel percorrere quelle vicende psichiche che non hanno mai avuto modo di dirsi. Qualcosa della soggettività rimane non dicibile o detto a metà o detto sottovoce. L’ascolto dell’analista è ciò che può dar voce all’inconscio, che può fa nascere alla voce.

Interessanti, nel libro, anche le escursioni nella letteratura (Hoffmann, Pirandello, Kafka, Eliot), nella musica (Chopin), nella pittura (Kandinskij, Munch), nel canto (Billie Holiday). Nel capitolo finale "La voce, l’amore", l’autrice racconta la vicenda della "nota blu" di Chopin, e individua in quello che chiama il timbro blu il "segno di quella vertigine in cui l’impossibile e l’impensabile può accadere nel destino di un soggetto" (189). Altrettanto originali sono le pagine dedicate a una rilettura dell’episodio del canto delle Sirene e di Ulisse. Sorprendenti le sfumature e le implicazioni delle tre differenti parole greche utilizzate da Omero per designare la voce. E ancora: la voce come questione di vita o di morte la ritroviamo nelle pieghe del racconto il "Silenzio delle sirene" di Kafka o nel "Consigliere Krespel" di Hoffmann.

Ulteriori risvolti affiorano nelle considerazioni rapsodiche con cui Pigozzi ci parla della voce-shofar : il suono cupo del corno d’ariete con cui nel rito ebraico veniva presentificato il patto

 

 

 

con Dio. L’orecchio non si sofferma più sul sibilo del vento attraverso cui gli antichi profetizzavano, ma è colpito dal suono grave e invadente dello shofar che ammutoliva ma simbolizza la presenza della divinità. Un sentiero, questo, che evoca le riflessioni di Freud esposte in Totem e tabù, e porta a interrogarci per esempio sulla balbuzie di Mosè e su altro ancora. "Tutti quanti noi, balbuzienti o no, parliamo male la lingua del padre"( 226), osserva l’Autrice. Non dimentichiamo che la psicanalisi è sorta da questo inciampo che si è inscritto silenziosamente, quasi sul rovescio di una voce scomparsa, sul corpo dell’isterica.