Al di là delle parole. A cura di Maria Vittoria Costantini e Maria Pierri (2016). Recensione di Irene Ruggiero

A cura di Maria Vittoria Costantini e Maria Pierri (2016)

Al di là delle parole.

La cura nel pensiero di Agostino Racalbuto

Franco Angeli Editore

Il volume curato da Vittoria Costantini e Maria Pierri ci permette sia di rileggere alcuni dei più importanti contributi di Agostino Racalbuto che di avere del suo pensiero un ritratto a tutto campo attraverso i rispecchiamenti degli Autori del libro, che si richiamano, alcuni esplicitamente, altri in modo più implicito, al suo lavoro, mettendone in luce aspetti variegati da cui emergono tuttavia alcune cifre distintive del suo pensiero psicoanalitico.

La più significativa di esse è forse la specifica capacità di Racalbuto di unire l’interesse per le aree primarie, quelle del non verbale, in cui predominano gli affetti-sensazioni, con quello per i livelli più evoluti di significazione e di verbalizzazione. Gran parte del suo lavoro esplora il complesso passaggio dal sentire al pensare, dall’impensabile al rappresentato, dalla modalità sensoriale a quella rappresentativa, e ne percorre i possibili fallimenti a diversi livelli. Tra questi scacchi, il permanere in una modalità affettivo-sensoriale e l’utilizzo del corpo per significare i vissuti non esprimibili attraverso le parole. Questa sua peculiare attitudine a coniugare elementi materni ed elementi paterni, interpellandoli entrambi in una alternanza edipica interna, sottolineata  anche da Bolognini nella sua Presentazione,  traspare in tutti i suoi scritti, in cui l’esplorazione appassionata dell’area primaria si unisce programmaticamente ad una riflessione teorico-clinica ai livelli più evoluti, come afferma lui stesso esplicitamente:  “Preciso una volta per tutte che l’attenzione per le preforme del linguaggio (area del non-verbale) non può essere disgiunta-per risultare efficace-da un preciso ascolto analitico a livello edipico. L’edipizzazione deve essere il punto fermo interno dell’analista che, certo della propria identità a questo livello, può essere fiducioso di reperire perfino nell’implicazione controtransferale più fusionale una propria capacità rielaborativa; e quindi la differenza fra le richieste del paziente e le risposte da fornire come oggetto.”  (pag. 22).

Analogamente, l’interesse per la psicoanalisi degli adulti, unito alla passione per la mente adolescente e il suo funzionamento, suggeriscono l’idea che per Racalbuto la psicoanalisi sia una, indipendentemente dall’età del soggetto cui si rivolge.

Al proposito, ricordando come Racalbuto abbia sempre “considerato l’analisi infantile come analisi a pieno titolo” (pag.236), De Zordo fa risalire all’esperienza viva di lavoro con i bambini le prime intuizioni di quello che diventerà poi il concetto innovativo ed originale di affetto-sensazione, concetto ponte tra soma e psiche, tra sensoriale e rappresentato.  E’ dal saggio di De Zordo che ho scoperto che Agostino aveva seguito un bambino di 6 anni e mezzo in supervisione con Ilse Hellman, analista della Hampstead Clinic di Londra. Ne sono rimasta felicemente colpita, pur senza meravigliarmi più di tanto, perché questa esperienza mi è parsa consona all’interesse profondo di Racalbuto per gli albori del processo di formazione del pensiero che, differenziandosi dal corpo da cui pure nasce, evolve dalle prime tracce mnestiche verso la rappresentazione di cosa e di parola; e all’attenzione per i primi abbozzi della soggettività nel bambino, a partire dalla sua relazione sensoriale con la madre e con il corpo della madre; e, conseguentemente,  alle aree sensoriali della psiche adulta, in cui prevalgono gli affetti-sensazioni, stati emotivi grezzi, informi, espressi perlopiù a livello corporeo, che richiedono all’analista accorgimenti tecnici specifici.

Un’altra caratteristica distintiva degli scritti di Agostino Racalmuto è costituita dalla sua capacità di portarci fin dentro nella stanza di analisi attraverso racconti clinici densi e pregnanti, che presentano implicazioni tecniche profondamente innovative.

Credo che per chiunque abbia letto il lavoro del 1994, “Subito, la ‘non pensabilità’ dell’inconscio pulsionale: ridare vitalità alla relazione”, scritto che avvia questo volume, la rappresentazione del piumino col borotalco che ha mandato in visibilio il paziente Aldo resti indimenticabile. Aldo appartiene a quella categoria di pazienti con i quali l’analista si trova a dover funzionare come sfondo indifferenziato, talvolta anche inanimato. Pazienti la cui patologia è attribuibile a situazioni di deficit più che di conflitto, con i quali l’interpretazione non costituisce, almeno non per molto tempo, il fattore terapeutico e la funzione analitica più importante. Con essi l’analista dovrebbe funzionare come l’oggetto oscuro del bisogno, per dirlo con le felici parole di Spadoni (1984), essere più che un interprete nel senso di interpretare i contenuti rimossi del discorso del paziente, un interprete nel senso di mettere in scena grumi senso-emozionali ancora informi cercando parole per esprimerli. Con questi pazienti è infatti prioritario accettare la comunicazione non verbale, astenendosi per il tempo necessario dall’interpretarne il possibile senso, e dal confrontare il paziente con aspetti di sé che non sarebbe ancora in grado di integrare; non prima che si sia stabilita una fiducia di base in un ambiente da cui sentirsi curato; con questi pazienti, l’elaborazione deve avvenire nella mente dell’analista prima che possano essere operate trasformazioni in quella del paziente. Agostino ce lo fa vedere in modo convincente, nel vivo della relazione con Aldo, mostrandoci come, quando ci si trova nell’area degli affetti-sensazioni, in cui le situazioni possono essere sentite ma non pensate in termini di rappresentazioni verbali significative, un’area opaca di senso, occorre operare rispondendo al bisogno di un oggetto che soddisfa; e come, con un paziente, come Aldo, per cui parole e cose sono la stessa cosa, non si possa rispondere alla concretezza dei piedi puzzolenti che con la concretezza del borotalco, seppure veicolata da una parola che però Aldo può vivere come se fosse una cosa concreta.   Non si può non rimanere colpiti dalla modernità dell’operare clinico di Agostino e dagli elementi anticipatori di quanto diventerà quasi scontato negli anni seguenti, ma non lo era quando Agostino ha scritto il suo lavoro, denso di intuizioni che avrebbero trovato nella concettualizzazione successiva strumenti idonei a svilupparle.

Finissimo conoscitore della teoria psicoanalitica nelle sue diverse componenti, Agostino Racalbuto è nel contempo capace di offrirci una clinica che mostra all’opera funzioni e strumenti dell’analista innovativi. Traspare nel suo pensiero, una capacità di integrazione molto distante da un generico eclettismo,  che gli permette di coniugare felicemente prospettive diverse, grazie ad un ampio armamentario di interlocutori interni, in questo anticipando, almeno in parte, quello che sarà uno dei percorsi della psicoanalisi contemporanea che, come ha sottolineato Bolognini nella introduzione al 1° Dialogo di Bologna, conosce oggi una fase di  “grande integrazione senza confusione, ma anche senza preclusioni rispetto ai grandi sviluppi che si sono realizzati in tutto il mondo in sedi psicoanalitiche diverse”, uno sviluppo che consente di superare la storica  contrapposizione netto tra pulsionalisti e relazionisti.

Riflettendo sulla clinica alla ricerca di punti di repere teorici che forniscano strumenti concettuali per comprendere ciò che in essa sfugge alle teorizzazioni già note, Racalbuto è inevitabilmente condotto a oltrepassare i limiti della teoria classica, quando essa gli appaia insufficiente.  Nei suoi lavori, troviamo una vibrante apertura al nuovo, al non ancora pensato, sottolineata anche da Valeria Pezzana nel toccante contributo in cui rievoca Agostino Racalbuto come maestro e supervisore. Il che non può stupirci, se pensiamo che i suoi “genitori” analitici erano stati Giovanna Giaconia e Davide Lopez, due figure tanto “forti” e ispiratrici quanto diverse tra loro, con riferimenti concettuali e teorici piuttosto distanti. Nel dialogo interno con entrambi, che Agostino ha mantenuto vivo dentro di sé, credo siano rintracciabili importanti radici della capacità integrativa che ha caratterizzato sia la sua elaborazione teorica che la sua prassi clinica.

Nel suo pensiero, l’attenzione rigorosa alla teoria pulsionale convive infatti con la crescente valorizzazione del ruolo dell’oggetto nella costituzione del sé, nei successi come nei suoi limiti e nei suoi fallimenti. Questo atteggiamento integrativo, lungi dall’essere facile o scontato, è il frutto di un duro esercizio di integrazione e collaborazione tra varie parti del Sé in equilibrio reciproco, con lo sguardo e l’ascolto sempre sospeso verso quello spazio tra il dire e il fare, tra la modalità sensoriale del primo rapporto con la madre (cristallizzata nei pazienti adulti con difficoltà di simbolizzazione) e il formarsi di un pensiero differenziato e personale. E’ tra il dire e il fare che si situa l’area in cui attingere all’illusione originaria del primo incontro del bambino al seno, come ci spiega Luchetti nel suo bel lavoro (Fare il dire, dire il fare) e come sottolinea anche Maria Pierri (pag. 55).

Particolarmente ricettivo nei confronti dei nuovi concetti che andavano facendosi spazio in quegli anni, Agostino Racalmuto ne anticipati alcuni, senza avere il tempo di svilupparli compiutamente. Fra questi, l’esistenza di un inconscio non rimosso, oggetto di tanta attenzione da parte degli analisti negli anni successivi (pag.55); l’importanza del preconscio nelle scelte tecniche dell’analista (premonitore anche qui della successiva esplorazione delle funzioni del preconscio nel lavoro dell’analista, recentemente studiate da Bolognini e Busch), la relazione tra narcisismo materno e successivo sviluppo del bambino, specificamente in relazione al superamento della sensorialità e delle modalità agite e all’avvio dei processi di simbolizzazione (tema centrale oggi), il fondamentale concetto di limite come zona di elaborazione psichica ( concetto chiave cui   è stato dedicato un Colloquio del Centro Veneto da cui è nato un libro a cura di Vittoria Costantini e Marco La Scala, dal titolo Il lavoro psicoanalitico sul limite); il funzionamento borderline e il suo accostamento alla condizione di sofferenza di adolescenti con specifiche difficoltà narcisistiche, gli uni e gli altri alle prese con i confini del sé, tra il sé e l’altro, tra dentro e fuori (tematica sviluppata nei decenni successivi, soprattutto  dagli analisti di adolescenti)

Particolarmente sensibile agli “umori” che circolavano nel campo psicoanalitico, ricettivo alle nuove concettualizzazioni, lettore informato e colto, Racalbuto non poteva, prima o poi, non essere   indotto a “sconfinare”, per usare la bella espressione di Vittoria Costantini (pag.  ). Questo sconfinamento progressivo non è stato però portato fino in fondo, forse interrotto dalla sua prematura scomparsa, forse frenato dal proposito di rimanere fedele al modello pulsionale e alla metapsicologica. Il desiderio di aprirsi agli stimoli forniti da nuovi pensieri e da nuove scoperte suscettibili di arricchire il modello pulsionale – ma soprattutto le evidenze della clinica – lo inducevano a “sconfinare”, mentre la volontà di ritradurre le nuove scoperte e teorizzazioni che andava facendo nel linguaggio e nei concetti della metapsicologica freudiana gli impediva di seguire fino in fondo le vie intraprese, come mostra in modo convincente Vittoria Costantini nel suo documentato e pregnante lavoro.

Rileggendo i testi di Agostino Racalbuto, ho pensato con malinconia a quanto poco egli sia conosciuto e citato rispetto alla ampiezza e alla profondità del suo contributo teorico e clinico e me ne sono chiesta le possibili ragioni. Credo che uno dei motivi per cui il suo lavoro è stato così poco ripreso nella letteratura sia da attribuirsi  al linguaggio che egli utilizzava, complesso, difficile, ridondante, forse anche per l’impegno di ritraduzione di quanto andava scoprendo di nuovo in un linguaggio, quello della metapsicologia freudiana, che poneva un limite intrinseco alle sue teorizzazioni, che avrebbero richiesto l’uso di concetti che sono stati sviluppati solo in seguito e di un linguaggio che sapesse emanciparsi da quello della teoria classica, senza per questo rinnegarla ma riconoscendone i limiti intrinseci, storicizzandola.

Una mia impressione di fondo è che Agostino Racalbuto fosse lui stesso alla ricerca di un equilibrio, così difficile per tutti noi, tra rispetto per una tradizione (amata) e innovazione e apertura al nuovo. Aperto alle diverse voci della psicoanalisi contemporanea, a linguaggi e concettualizzazioni differenti, cercava tuttavia di ritradurli nei termini della metapsicologia freudiana. Ho l’impressione che il suo pensiero – e soprattutto il suo linguaggio –  fosse appesantito da questa ritraduzione alla quale molti psicoanalisti hanno rinunciato, non certo perché rinneghino il pensiero freudiano ma perché non ritengono che essa sia necessaria. E’ nella clinica che traspare invece con evidenza la sua libertà e creatività personale, nel modo in cui sa raggiungere il paziente là dove si trova, sviluppando una “capacità libidico-emotiva di funzionare psichicamente nei territori limite dello psichismo” e di transitare per aree vuote di rappresentabilità, accettando il rischio di un “cadere psichico nel vuoto (di senso)”; accogliendo l’esperienza perturbante di andare oltre i propri limiti come qualcosa che, lungi dall’essere un errore, può portarlo a nuove scoperte e a  trovare “evoluzioni” che permettano di recuperare una distanza ottimale dal paziente e una maggiore empatia verso di lui.

Irene Ruggiero

Giugno 2016

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