Alla ricerca del filo con la vita

Alla ricerca del filo con la vita. Identificazioni primitive e struttura narcisistica del carattere
Franco Angeli, Milano, pag.156, (2010)
 
Recensione di Paola Orofino

Anna Oliva De Cesarei in questo bel saggio affronta ed approfondisce il tema delle identificazioni patologiche e le loro conseguenze nello sviluppo della patologia del carattere dell’individuo. Il libro è frutto di una riflessione teorico-clinica maturata nel corso di una lunga esperienza con bambini e adulti.
L’Autrice ci propone la differenza tra pazienti con “identificazioni bidimensionali” e pazienti con “oggetto rifiutante e maltrattante interiorizzato”. Sono molti gli autori da lei citati, a partire da Winnicott, Bion e Odgen, mentre i racconti di alcune situazioni cliniche permettono al lettore di entrare in modo molto vivo nella stanza di analisi.
Sappiamo che il bambino proietta nella madre (in stato di rêverie) gli stati emozionali che non è ancora in grado di elaborare e conosciamo, di conseguenza, l’importanza del lavoro psicologico inconscio realizzato dalla madre e necessario al bambino per poter vivere senza angoscia le prime esperienze affettive. Le paure del bambino, proiettate su una madre incapace di rêverie, gli vengono restituite come terrore senza nome (Bion, 1962).
Ho constatato più volte anch’io, come analista infantile, quanto sia importante per la crescita psichica ed emotiva del bambino, essere accompagnato dall’ascolto materno inteso anche come aspetto più femminile della recettività e dalla funzione paterna organizzatrice dell’aggressività e del contenimento. Spesso, nella pratica clinica, si riscontra nei genitori, a volte nei padri a volte nelle madri, sentimenti contrastanti, affettuosi e ostili, verso i propri figli. Senza esserne assolutamente consapevoli, i genitori possono mettere in atto difese inadeguate nei confronti dei figli, in alcuni casi percepiti inconsciamente, fin dalla nascita, come possibili nemici. Questo può indurre esperienze traumatiche fino a generare veri e propri “infanticidi psichici”che lasciano nel bambino fratture psichiche irreparabili.
Un’altra situazione ricorrente riguarda genitori i quali, avendo a loro volta vissuto esperienze di istituzionalizzazione o povertà affettiva, si ritrovano a non riuscire a proporre ai figli una situazione emotiva positiva. In questi casi, quando nel lavoro clinico si raccoglie la storia del bambino e dei genitori, ricorrono gli elementi traumatici che hanno caratterizzato la loro esperienza affettiva.

Naturalmente, in tali situazioni, la violenza agita su un figlio, in modo diretto o indiretto, viene interpretata come un meccanismo compensativo riguardo l’insopportabilità del dolore traumatico presente nell’adulto. Il bambino che vive in un ambiente-madre confuso si trova a dover compiere uno sforzo di comprensione e di adattamento non sempre possibili.
Anna Oliva, attraverso le narrazioni dei pazienti, descrive come i fattori traumatici possano generare le identificazioni patologiche.
Infatti, di fronte a situazioni traumatiche e a colonizzazioni del proprio Sé da parte di confusioni materne, il bambino costruisce identificazioni patologiche al prezzo di gravi scissioni della personalità (Oliva De Cesarei, 2001).
In ogni analisi verificheremo, nel transfert, come emergano e si configurino gli elementi collegati alla trasmissione dei vissuti trans-generazionali traumatici e come si sia strutturata la dimensione narcisistica nel paziente. Nella rappresentazione di questi pazienti-bambini traumatizzati dalla follia del genitore, viene evidenziata una presenza particolarmente forte dei processi di identificazione patologica, generati dalla violenza dell’azione intrusiva ( Orofino, 2005). Ovvero possiamo constatare il fallimento della funzione “schermo”, svolta dalla madre, che protegge il bambino dall’angoscia e si rivela fondamentale per il suo sviluppo e il senso di esistenza.

Il bambino riesce a sopravvivere al trauma non totalizzante, mettendo in atto identificazioni patologiche proiettate in parti scisse. In questo caso non viene compromessa totalmente la struttura della personalità. Questa parte introiettata, pur se ben integrata con altre parti del Sé, può rimanere nascosta e riattivarsi nel corso della vita dinnanzi ad eventi che ripropongono l’esperienza traumatica vissuta nell’infanzia.
Ma in una situazione traumatica acuta e totalizzante, che ricorda la morte psichica, il bambino, non avendo ancora sperimentato una continuità del Sé e dell’oggetto e quindi senza avere ancora acquisito strumenti per fronteggiare il trauma, struttura tratti del carattere ripetitivi e rigidi costitutivi di un’unica matrice di esperienza nella quale la crescita psico-emotiva è totalmente bloccata.
Mi viene in mente Green (1983) quando parla dell’assenza materna utilizzando l’espressione “complesso della madre morta”. La “madre morta” è una madre che resta in vita (nella realtà esterna) ma che è, per così dire, morta psichicamente nella realtà interna. Il bambino non è abbandonato realmente, ma viene lasciato psicologicamente ed emotivamente solo, in balia delle proprie ansie e preoccupazioni. La depressione materna porta la perdita di interesse verso il bambino, e tale forma di disinvestimento genera nel piccolo un’esperienza traumatica.
La madre depressa presentando un deficit della funzione riflessiva, non riesce a empatizzare rispetto ai bisogni del bambino.
Le identificazione patologiche totalizzanti tagliano alla radice ogni input vitale, compromettono la relazione del legame e l’identificazione con l’oggetto, in quella che è stata descritta anche da Winnicott (1963) come “agonia primitiva”, vale a dire il ritorno a uno stato non integrato, la perdita sia del senso della realtà sia della capacità di relazionarsi con gli oggetti.
L’analista, dunque, si troverà ad indagare nel mondo interno del paziente e laddove l’identificazione patologica è stata totalizzante, l’angoscia insopportabile di morte psichica riaffiorerà nel corso delle sedute nel momento in cui ci si avvicina al nucleo patologico.

A tale proposito, il rischio per l’ analista è quello di colludere contrapponendosi alla immobilità del paziente con il ” fare”.
Ricorrente, ad esempio, è la ripetizione di alcuni racconti che, come in un cerchio chiuso, ci mettono in contatto con una mente chiusa. «I pazienti gravi» scrive Badaracco «per elaborare il conflitto devono realizzare prima processi di disidentificazione di alcune identificazioni patogene, perché le identificazioni patogene portano alla ripetizione compulsiva o alla ricreazione della stessa situazione traumatica nella quale si produsse questa identificazione. L’analista viene messo alla prova fino a quando otterrà la fiducia del paziente così da consentire di liberarlo da queste identificazioni patogene ma allo stesso tempo l’analista controtransferalmente potrà percepire quanto per il paziente queste identificazioni siano preziose» (Badaracco, 2009).
L’infanticidio psichico è un fenomeno meno visibile, ma la sua persistenza emerge nella clinica. Gilda De Simone in Le famiglie di Edipo commentando Heimann scrive: «Il bambino risulta espropriato di qualcosa di suo e di specifico, trovando depositato nel suo interno qualcosa di alieno e di estraneo, che proviene dai genitori e che in molti casi uccide ogni vita e ogni crescita» (2002, 96 ).

Il lavoro importante da realizzare, seppure molto difficile, consiste quindi nel riuscire ad aiutare il paziente a slegarsi dalle identificazioni patologiche: attraverso la continuità della esperienza l’analitica condivisa; mediante l’ascolto, la ritmicità delle sedute e la capacità di holding dell’analista, il paziente potrà essere aiutato a trovare un nuovo significato alla propria esistenza.
Scrive H. Faimberg: «In analisi ogni paziente è responsabile dei suoi desideri inconsci e della sua attività psichica, ivi compreso il suo “complesso di Edipo”; ma occorre anche: ricostruire nel transfert l’identificazione inconscia del paziente con un “padre narcisistico”; saper riconoscere la sofferenza del paziente per non essere stato amato e talvolta incontrare anche l’impensabile angoscia del paziente per non essere stato desiderato in quanto figlio vivo; la relazione con un padre come Laio; qui parlo dello statuto psicoanalitico del genitore figlicida (padre o madre)» ( 1995, 188).

La disidentificazione avviene quando il paziente acquista fiducia e la forza psichica per uccidere simbolicamente l’oggetto patologico investito, consentendo che l’analista curi le cicatrici psicotiche in uno spazio in cui il paziente sente accolte le proprie agonie e il senso di morte.
L’analista ha, quindi, il difficile compito di accompagnare il paziente al cambiamento, e di attraversare con lui le “zone oscure” fino a giungere ad un’elaborazione possibile del non-senso.

Anna Oliva De Cesarei nel descrive e differenziare questi processi di identificazione patologica, distingue due gruppi di pazienti.
«Un primo gruppo comprende nella struttura identificazioni bidimensionali , è caratterizzato da identificazioni fuse del Sé e dell’oggetto , vittima e aggressore sono tutt’uno, l’analista è catturato da una amalgama indifferenziata con le identificazioni del paziente, è l’oggetto arcaico gelato, instabile che espelle […]» (33).
Nel secondo gruppo, l’oggetto rifiutante maltrattante con cui il paziente è identificato, è interiorizzato; vi sono parecchie differenze nelle caratteristiche dei pazienti, gradi e sfumature diverse nella patologia; nel corso della terapia, l’analista funziona da schermo di proiezione per le identificazioni del paziente.
Nei due gruppi, nella translazione viene denegata l’esistenza dell’analista come individuo separato e differenziato.
Anna Oliva De Cesarei distingue i pazienti che in qualche modo, « […] sono sopravvissuti ad una catastrofe narcisistica sviluppando processi mentali precoci – una dissociazione cognitiva-emotiva – che hanno permesso realizzazioni intellettuali culturali elevate; questi pazienti raggiungono posizioni professionali di prestigio, mentre le relazioni amorose ripetono in maniera grezza l’impatto con il trauma originario» (37).

E’ interessante seguire la riflessione dell’Autrice quando descrive i due tempi dell’analisi; anche il trauma sessuale si svolge in due tempi, tra un “troppo presto” della immaturità del neonato ed il “troppo tardi” della pubertà, intervallato dal periodo di latenza (123).
A tale proposito, sottolinea come la memoria non sia univoca ma molteplice e venga fissata in diversi modi. Quando ci troviamo a contatto con patologie nelle quali la coazione a ripetere impone ripetizioni rigide, si prospettano diversi gradi di mentalizzazione. Si potrà ripetere la caratteristica temporale del trauma nel setting: sono analisi che hanno bisogno di più tempo ed una pausa. Il paziente deve poter elaborare fino in fondo la propria storia traumatica. Il primo tempo sarà caratterizzato dal preparare il terreno fertile per aprire la strada alla fiducia e all’apertura, il secondo consentirà un maggiore spazio all’elaborazione delle vicende affettive del paziente ed una narrabilità del trauma (alfabetizzazione delle emozioni).
In questo passaggio, (come nei casi descritti dall’Autrice) il paziente ripropone una rottura che ha la caratteristica di ripetere l’antica irruzione del non-Sé.
Nel momento in cui l’analisi si prospetta come fattore d’integrazione, si ripresenterà la frattura precoce nella sua violenza, sarà quindi necessario che l’analista possa fungere da cassa di risonanza di questi aspetti e possa elaborarli, portando il peso della rottura di una relazione di specularità (Oliva De Cesarei, 1994).

Novembre 2010

Bibliografia

Badaracco G. (2009). Mente chiusa e la tendenza al non cambiamento. (Seminario C.M.P. 2009)
Bion W.R. (1962). Apprendere dall’esperienza. Armando, Roma, 1972.
De Simone G. (2002). Le famiglie di Edipo. Borla, Roma.
Green. A (1983) La madre morta. In Narcisismo di vita, narcisismo di morte. Borla Roma, 1985
Faimberg H. (1995). Il mito di Edipo rivisitato. In R. Kaës et al. Trasmissione della vita psichica fra generazioni. Borla, Roma.
Oliva De Cesarei A. (2001). Trauma e violazione del senso di esistere. Seminario tenuto presso il Centro Milanese di Psicoanalisi, maggio 2001.
Oliva De Cesarei A. (1994). Narcisismo onnipotente e identificazioni fuse del Sé e dell’oggetto nel campo analitico. Congresso SPI, Rimini
Orofino. P (2005). La sindrome di Medea.Il processo psicopatologico della coppia in relazione dell’infanticidio psichico. Seminario tenuto presso il Centro Milanese di Psicoanalisi, maggio 2005.
Winnicott D.W (1963). La paura del crollo In Esplorazioni psicoanalitiche. Raffaello Cortina Editore Milano, 1995.
Winnicott, D.W. (1974). Gioco e realtà. Armando Editore, Roma