Anoressie

A proposito di…

Una o più anoressie
a cura di Anna Maria Nicolò – Luisa Russo (2010)
Roma, Borla.

E’ un libro di forte impatto, a cominciare dall’immagine in copertina. La statua della Donna Seduta, dell’artista Eugenia Bolocan. E’ una statua bronzea, imponente, che ritrae una donna seduta su un basamento; la testa china, le braccia lunghe, scheletriche, che pendono tra le gambe incrociate, lievemente divaricate, lunghissime e filiformi anch’esse. E’ un corpo nudo, scuro, metallico, dalle linee taglienti; il femminile è appena accennato, si intravvede come una piega sotto il profilo del cavo ascellare. La figura è come insaccata su se stessa ed al contempo appare carica di tensione e drammaticità, come se non potesse completamente appoggiarsi né al basamento, né per terra, ma ad un baricentro sospeso, più alto. L’essenzialità delle linee produce un effetto potentemente evocativo, come di un’onda energetica primitiva, di un potenziale pietrificato, chiuso dentro. Lo sfondo bianco su cui si staglia la figura, in copertina, crea un contrasto abbagliante ed enigmatico, che annulla ogni possibile punto di repere e la colloca in un “non luogo” ed in un “non tempo”, in cui essa appare completamente sola.

Sembra esserci già tutto. Un corpo al centro, che rimanda all’idea dominante dell’anoressica, sempre “al limite” tra le polarità della perversione e del delirio, passando per i diversi e possibili registri dissociativi del Sé; è l’idea di un corpo troppo grasso, che ingombra, che pesa, di un corpo intollerabile, che non può essere guardato, delimitato, definito nei propri confini e nella propria identità (eternamente pre-pubere, non-maschio, non-femmina), di un corpo che prende tutto il posto, in qualità di investimento unico, o di investimento “al negativo” (Green), come oggetto di controllo e luogo di mortificazione e diniego dei bisogni.
Così, fin dalle prime pagine del libro, veniamo portati all’interno di una realtà clinica sconcertante, paradossale, antica – si pensi alle “sante” anoressiche – eppure in parte ancora misteriosa. L’anoressia, le anoressie. Una realtà descritta e raccontata a più mani, con immediatezza, competenza e capacità narrativa, che rendono la lettura trascinante fino all’ultimo. Il testo, introdotto dalla generosa prefazione di Egle Laufer, è a cura di Anna Maria Nicolò e Luisa Russo, che portano contributi teorico-clinici personali e svolgono una funzione di rêverie sull’insieme dei lavori, in qualità di menti organizzatrici.

Il libro è costruito su due assi portanti, quello del “comprendere” e quello del “lavorare con” l’anoressia, che raccolgono rispettivamente articoli in cui prevale la riflessione teorica (ed in cui vengono proposti diversi possibili vertici di inquadramento psicodinamico) ed articoli con il carattere prevalente del resoconto di storie cliniche. Ma la dimensione del “comprendere” e quella del “lavorare con” sono continuamente intersecate ed integrate tra loro, laddove l’una alimenti l’altra, e laddove la comprensione dinamica non rappresenti un punto di partenza astratto, ma ogni volta sia il frutto di un’esperienza creativa, incarnata nel lavoro clinico tra quel paziente e quel terapeuta. La teoria, insomma, come sogno sul paziente, come sogno sulla relazione.

Prima di tutto, la diagnosi. Anna Maria Nicolò sottolinea l’importanza di distinguere differenti forme di anoressia, per orientare il trattamento e l’apertura prognostica. Dunque, anoressia come sintomo, anoressia come sindrome. Al centro dell’attenzione è il passaggio adolescenziale/puberale, in cui spesso il sintomo anoressico funziona come catalizzatore delle angosce predominanti relative ai complessi compiti evolutivi di questa fase dello sviluppo. Spesso la sintomatologia anoressica si manifesta in adolescenza come reazione transitoria e passeggera, e rappresenta una soluzione difensiva “para-fisiologica”; pensiamo per esempio al bisogno di “accettazione nel gruppo dei pari, (al)la necessità di conformarsi all’ideale del gruppo, (agli) aspetti mimetici (…) assieme a difese isteriche che talora caratterizzano vere e proprie epidemie scolastiche”. A questo proposito la Nicolò parla anche di “disarmonie evolutive”, che spesso acquistano il significato di “protesta inconscia contro un genitore intrusivo, in genere la madre, da cui l’adolescente tenta di distanziarsi o che tenta di attaccare nel proprio corpo”.
Ancora, l’anoressia in adolescenza (e non solo) può manifestarsi come sintomo all’interno di una situazione psicotica franca (contenitore sintomatico), o come soluzione difensiva per evitare un breakdown evolutivo; “l’aggrapparsi al corpo” attraverso il controllo su di esso ed attraverso la polarizzazione sulle condotte restrittive alimentari aiutano a “dare consistenza al Sé”, funzionando come argine protettivo per padroneggiare angosce scompaginanti evitando lo scivolamento psicotico.
Ed infine, la sindrome anoressica (Luisa Russo parla di “processo anoressico-bulimico”), in cui il pervertimento e la “somatizzazione del vissuto psichico” (Nicolò) si radicalizzano, dando luogo a quadri clinici peculiari -anoressia, iperattività, amenorrea- che talora arrivano al “corteggiamento della morte”, o alla morte vera e propria. In questi quadri, il disconoscimento della realtà del corpo, in particolare del corpo sessuato, che queste pazienti affamano fino all’emaciazione, lo stile relazionale fraudolento e l’impossibilità di dare rappresentazione ai conflitti adolescenziali, collocherebbero la sindrome anoressica in un’area al limite con la perversione: il corpo funzionerebbe come oggetto-feticcio, ad affermare ed al contempo negare una definizione identitaria ed un legame di dipendenza dagli oggetti primari (perlopiù la madre), legame di qualità fusionale. E’ il “doppio registro” di queste (i) pazienti, che percepiscono la propria immagine corporea in modo “distorto” e contemporaneamente, su un altro livello, se ne rendono conto, dissociativamente. Gli autori parlano di “funzionamento mentale anti-introiettivo (Priori e Quagliata, 2005, cit.)”, per descrivere il vissuto di persecutorietà scatenato dall’incontro relazionale, con il conseguente atteggiamento di ipervigilanza e controllo sull’analista; ogni incontro infatti risulterà potenzialmente traumatico fino a che non si sarà creato un adeguato “contenitore”
– mentale, affettivo, relazionale – che ospiti e dia significazione alle profonde ed irrappresentabili angosce separative e di soggettivazione di queste pazienti, che hanno trovato nella soluzione anoressica l’unico “contenitore” possibile.
Su questa linea Philippe Jeammet parla del “paradosso” anoressico-bulimico: “ciò di cui ho bisogno è ciò che mi minaccia”, quando “il desiderio di fusione diventa minaccia di intrusione”; il cibo, dice Jeammet, diventa l’organizzatore, “il catalizzatore di questa angoscia, assumendo il ruolo di una droga”, alla stregua di una soluzione tossicomanica. Ed ancora, François Ladame, che considera l’anoressia come espressione della declinazione “al negativo” (Green) del narcisismo, quando la base identitaria ed il serbatoio narcisistico siano così fragili da portare ad un’inversione di segno e ad un’idealizzazione delle situazioni di “non-vita”.

Non-vita, iperconcretezza, diniego onnipotente dei bisogni, soluzione anti-libidica, atteggiamento anti-introiettivo: sono tutte espressioni che attraversano più e più volte il libro, pagina dopo pagina, come a ribadire la pervicacia e l’irriducibilità della soluzione anoressica, e forse a suggerire la difficoltà che si incontra nel trattamento di queste pazienti. Affinché si apra una speranza di cura infatti dovrà anche un po’ “ammalarsi anoressicamente” il campo affettivo-relazionale, cioè sarà necessario passare attraverso una situazione che per molto tempo è asfittica, ripetitiva, che a volte è pesante e noiosa fino a stordire, percorsa da croniche lamentazioni in cui il corpo, il cibo compaiono in una veste eternamente iperconcreta, che cattura l’attenzione e che fa perdere la testa – la capacità di pensare. Un campo affettivo talora pervaso da vissuti di rabbia vertiginosa ed impotente, in cui ogni “cosa” sembra essere “quella e basta”, ed in cui ogni intervento, un dare latte avvelenato. L’analista per molto tempo ha la sensazione di non riuscire ad accedere emotivamente al(la) paziente e di non riuscire a “dare nulla”, e che il processo psicoanalitico possa soltanto configurarsi come una riedizione di una scena relazionale bloccata, in cui si è “insieme”, ma non si è “in contatto” (al più il contatto appare nella forma di identificazioni adesivo-imitative), in cui nulla possa essere dato e nulla possa essere preso dentro; la riedizione cioè di una relazione primaria con un oggetto incapace di dare nutrimento, di risuonare emotivamente, di far fronte; od ancora, con un oggetto per il quale il dare sia un prendere, un insediarsi dentro, intrusivamente.
Un oggetto parassitante, vissuto come devitalizzato e bisognoso od ipersollecitante ed inglobante, da cui non ci si riesce a differenziare. “L’anoressica, (…) segnata da eccessivi traumatismi nella relazione con gli oggetti di investimento e sicuramente esposta alla violenza di irruzioni spodestanti e distoniche, irrigidisce (…) i confini del proprio territorio psico-fisico per salvaguardare il proprio spazio interno. (…) Il rifiuto di ogni introiezione, considerata come tossica e/o generatrice di una pulsionalità incontrollabile, rimanda alle modalità specifiche della relazione vigente nella coppia genitoriale oltre che alle modalità difensive predominanti nell’inconscio parentale” (Celotto, Laganopoulos, Punzo). Ed ecco che lo sguardo deve continuamente oscillare tra la famiglia interna e quella esterna, tra quella fantasmatica e quella reale, intrappolate all’interno di “mandati e divieti trans-generazionali” (Nicolò); si tratta di famiglie ammalate esse stesse, spesso segnate da lutti e vuoti inelaborabili o lacerate da esperienze traumatiche indigeribili, che vengono sigillate nelle trame relazionali e diventano “modalità di esistenza” (D’Agostino, Di Lascio). In questa prospettiva l’anoressia può essere “considerata un disturbo nell’organizzazione globale affettiva e mentale della famiglia, che trova nel paziente il suo portavoce (…) e consiste in una patologia dei legami familiari” (Nicolò). Anoressia insomma, come “una patologia trans-personale” ” (Nicolò). Nel libro sono ben descritte le dinamiche relazionali intrafamiliari, la “confusione tra spazi generazionali” (Olivieri, Spinaci) con l’annullamento dei confini e delle differenze, il diniego dei conflitti, gli impasti simbiotico-fusionali e le difficoltà di separazione e soggettivazione (individuazione); sono famiglie in cui gli affetti non trovano spazi di rappresentabilità, di alfabetizzazione, di contenimento.
Ed allora, per il trattamento di queste situazioni, prioritaria sarà la definizione di un setting, che funzioni innanzitutto come contenitore strutturante sovra-ordinato, cioè come uno spazio di contenimento, che accolga e crei una linea di demarcazione all’interno di situazioni relazionali dominate dalla confusione dei confini; un setting che dia voce al(la) paziente ed alla famiglia in un lavoro “su due fronti”. La Nicolò sottolinea l’utilità di introdurre un trattamento sia individuale sia familiare, in setting distinti, paralleli ed integrati tra loro. Un’integrazione che avviene attraverso frequenti passaggi osmotici tra i terapeuti e che dà luogo ad uno spazio “terzo” (“setting terzo”, secondo la Nicolò), che è una mente/contenitore gruppale, ma che è anche una coppia creativa; una “nuova coppia genitoriale” con la quale cominciare ad identificarsi nel proprio percorso di cura.
Per concludere, un sogno, tratto dal caso della famiglia Rossi (Nicolò). E’ il sogno della madre alla prima seduta: “stava nell’atelier di ceramica con le sue allieve. Era preoccupata che un enorme vaso di ceramica a fiori grande come una persona si rompesse. Infatti arrivavano due amiche delle allieve, si stendevano su una sedia, dondolandosi un po’ e cadevano all’indietro rompendo il vaso che andava in mille pezzi. Era preoccupata per la sua allieva che aveva fatto il vaso, perché pignola e ansiosa e ne avrebbe fatto una malattia”. Un sogno che, aldilà delle possibili suggestioni di senso (pensiamo al vaso di ceramica “grande come una persona”), ci parla della traumaticità di un incontro, che può far male, in cui ci si può far male. Un sogno che riporta ancora una volta sulla scena il contenitore anoressico; un argine “rigido”, per mettere al riparo quel nucleo germinale del Sé in corso di sviluppo e conservarne intatta ogni potenzialità. Argine rigido al quale accostarsi con fermezza e duttilità, per poter resistere e (tollerare di) diventare l’analista di cui quel(la) paziente ha bisogno.

Maria Grazia Oldoini