“Bambini in ospedale” di F. D’Alberton. Recensione a cura di Chiara Cattelan

“Bambini in ospedale: un approccio psicoanalitico”, di Franco D’Alberton

Franco Angeli, 2018 

Recensione di Chiara Cattelan

 

La mia tesi è quindi che il ricercatore di una
delle due specializzazioni abbia molto da
guadagnare venendo in contatto con il ricercatore
dell’altra. D.W. Winnicott (1948): Pediatria e
Psichiatria in Dalla Pediatria alla Psicoanalisi (1975)

 

Questo bel libro di Franco D’Alberton, che ho letto con grande piacere, ci accompagna, oggi, in un luogo di cura ancora poco esplorato dalla psicoanalisi: l’ospedale pediatrico universitario, dove l’Autore ha lavorato per tanti anni.

In anni non poi così lontani, il ricovero dei bambini in ospedale comportava la separazione dalle madri. Il distacco improvviso, la passività e l’impotenza indotte dalla malattia, le sensazioni estranee e imprevedibili quali stimoli dolorosi, odori, rumori, in mancanza della protezione materna, potevano facilmente creare una situazione traumatica, quanto poco riconosciuta nei suoi effetti. Un bambino che entrava in ospedale, al quale erano solitamente negate risposte e spiegazioni, non poteva immaginare quando (e se) ne sarebbe uscito, era un bambino forse destinato a perdere ogni speranza fino anche a diventare estraneo al suo corpo. L’eco di questa condizione dell’infanzia, mi toccava profondamente quando, da bambina, venivo portata alla visita pediatrica dal primario dell’ospedale della mia città. Il ricordo del pianto dei bambini ricoverati al piano di sopra, che variava di tonalità quando, come ho realizzato in seguito, la speranza svaniva, rimane in me tuttora presente. La condizione dei bambini negli ospedali pediatrici non era omogenea e, nonostante la cultura del rispetto per l’infanzia sia progressivamente cresciuta, assistiamo tuttora a sacche residue di indifferenza. Già durante e dopo la seconda guerra mondiale, alcuni psicoanalisti, nel Regno Unito, avevano mostrato interesse per le esperienze di abbandono e disperazione di bambini ricoverati negli asili nido residenziali. I lavori di Anna Freud, Dorothy Burlingham, Renè Spitz, John Bowlby, mettevano in luce come il bambino piccolo provasse dolore e il trauma dell’abbandono interessasse la sua mente e il suo corpo come un’unità inscindibile.  Successivamente, altri analisti scrissero sul rapporto del bambino con la morte. È indimenticabile il contributo di Ginette Raimbault. In Italia, Livia Di Cagno e Franco Ravetto, in un’ottica psicodinamica, portarono la loro esperienza svolta in un reparto di oncoematologia pediatrica. Nella prefazione al libro, Le malattie croniche e mortali dell’infanzia, Luciana Nissim Momigliano (1980) diceva: “I desideri creativi e riparativi hanno così grande importanza nella nostra scelta di curare e di capire e trovano le loro radici più profonde in movimenti positivi che nascono in noi dal dolore per le perdite subite e inflitte”. (XIV) Sottolineava così che l’apporto della cultura psicoanalitica in ospedale non può prescindere dal farsi carico non solo della sofferenza psichica dei bambini e dei loro genitori, ma anche dei curanti.

Il libro di D’Alberton testimonia che il contatto di chi cura con la propria interiorità è l’elemento su cui poggia la possibilità di avvicinarsi al dolore e all’angoscia dell’altro, mettendo in moto una ricerca di significato condivisa. L’Autore prende in considerazione le motivazioni e le emozioni che lo psicoanalista si trova a dover elaborare per continuare a ricreare uno spazio ospitale dentro di sé, avendo ben presente la base umana che lo accomuna al paziente: la fragilità, l’impotenza, le ferite che egli porta con sé.

Il corpo, che ha un ruolo di primo piano in quel contesto, diventa nel libro un crocevia, dal quale si dipartono le riflessioni e le esemplificazioni cliniche di cui è ricco. Si tratta di una clinica viva e puntualmente intrecciata alla teoria, che ruota, a vari livelli, intorno alla ‘questione mente-corpo’, nel solco tracciato da Freud, Winnicott, Bion, Gaddini, esplorata alla luce dell’intera trama relazionale nella quale il bambino è immerso con i suoi genitori, a loro volta inseriti in un disegno transgenerazionale (che in presenza di una malattia riaffiora con più forza) e con i curanti, costretti a fare i conti con le proprie ferite, l’impotenza e il proprio dolore, quando devono “dare cattive notizie” (96) o rinunciare a guarire. La malattia del bambino arriva quindi in un terreno già marcato dal carico emozionale e dai fantasmi che abitano chi gli sta intorno.

In un ambiente dove il corpo è visto spesso come “un insieme di funzioni e processi misurabili e oggettivabili […]”, talvolta, “un mero insieme di organi” (19), vediamo entrare in scena da subito la metafora del corpo estraneo che diventa un fil rouge del libro. Utilizzata da Freud per illustrare le difese messe in atto dall’Io di fronte al trauma, viene a indicare qui una psicoanalisi che suscita, in quel contesto, un’analoga reazione difensiva. L’Autore ci porterà a riconoscere i molti contributi che il “corpo estraneo della psicoanalisi può portare nel campo della sanità”, (29) ma per giungere a questo riconoscimento, vedremo che la strada è lunga e non facile.

Come afferma Grotstein, il corpo: “Non è semplicemente l’aspetto non mentale e non psichico del sé, è piuttosto l’alter ego della mente o il secondo sé, che parla nella sua lingua privata, ma è sempre parte di un gemello siamese con il suo alter.” (trad. Autrice, 1997, 205) Per la psicoanalisi il linguaggio del corpo diventa decifrabile solo se si inscrive in una dinamica transferale. Il corpo, tuttavia, può essere reso muto se non ascoltato e trattato anch’esso come corpo estraneo. Il modo di considerare la parte giocata dal corpo all’interno dell’unità corpo-mente, cambia non solo in base al funzionamento del paziente, ma anche in seguito all’evoluzione del pensiero psicoanalitico che si è spinto a esplorare stati più precoci e primitivi. Considerato fin dagli inizi della psicoanalisi come teatro per l’espressione di conflittualità tra istanze interne, il corpo è stato visto, in tempi più recenti, come depositario di esperienze precoci sepolte e irrappresentabili al pari della memoria implicita che restano tali finché, attraverso la relazione terapeutica, acquisteranno senso. Il libro esplora diversi funzionamenti psichici nei quali si manifesta la dissociazione mente-corpo che l’intervento terapeutico mira a ricomporre. Nel testo troviamo esempi che ci aiutano ad orientarci tra concetti nosografici diversi, talvolta sconfinanti, quali conversione, nevrosi attuale e psicosomatica che si differenziano per “la qualità della mentalizzazione […]”. (173)

Prendendo in considerazione l’altro versante, quello della patologia organica, possiamo vedere, invece, numerose situazioni nelle quali la malattia costituisce una cesura che altera l’equilibrio emozionale, dal cui ripristino dipende anche il modo di affrontare le cure.

È tuttavia nel neonato che possiamo cogliere l’unità mente-corpo in tutta la sua evidenza, quando le alterazioni delle funzioni vitali e la disorganizzazione motoria “fanno pensare alla componente somatica protomentale delle agonie primitive.” (20). Il capitolo Neonati dolore e memoria apre un’importante riflessione su come gli stimoli dolorosi sono trattati dalla psiche primitiva. La memoria del dolore, con le sue tracce, può restare incistata per il resto dell’esistenza o viceversa può essere trasformata con l’aiuto di altre menti, che riescano a riconoscere quel dolore anche in se stesse, senza d’altra parte abbandonare le proprie difese “necessarie per stare in contatto con situazioni di grande intensità emotiva, al confine fra la vita e la morte”. (59)

L’Autore ci ricorda l’importanza di riconoscere la soggettività del bambino fin dalla nascita, quindi la necessità di parlare ‘con lui e non di lui’, di autorizzarlo a fare domande. Gli adulti deputati a questo, non facile, compito devono aver trasformato le loro angosce più sconvolgenti. Microtraumi invisibili derivano, infatti, dall’essere offuscati nella propria soggettività perché il bambino ha il duplice bisogno di essere protetto e “l’inalienabile diritto a essere riconosciuto nella sua capacità di comprendere quello che gli sta accadendo.” (84)

Nel capitolo dal titolo evocativo Il sottile crinale tra dolore e trauma nella comunicazione della diagnosi, viene preso in considerazione anche il potenziale elemento traumatico del genitore che riceve la diagnosi di una malattia del figlio.

L’attenzione sempre rivolta anche ai genitori, ci conduce nel vivo di un tema fondamentale per la psicoanalisi infantile. Non si tratta solo di offrire la dovuta considerazione alla sofferenza del genitore, ma anche della necessità di garantire un risultato duraturo al lavoro dell’analista infantile. Infatti, già Winnicott segnalava la necessità che il bambino possa fare affidamento su un ambiente in grado di sfruttare “i cambiamenti avvenuti durante il colloquio […], cambiamenti che dimostrano la rimozione del blocco del processo evolutivo.” (Winnicott 1971,15) La psicoanalisi infantile si scontra inevitabilmente contro lo scoglio della diversa plasticità dello psichismo del bambino rispetto a quello del genitore e a volte lo scontro dà luogo a un naufragio. D’Alberton segnala come la crisi del bambino, psichica o somatica, possa viceversa diventare, se ascoltata con la dovuta cautela, prendendo in considerazione il trauma che rappresenta per i genitori, una nuova occasione elaborativa anche per loro. Allo stesso modo l’adolescenza di un figlio può offrire ai genitori la possibilità di vivere “[…] un terzo tempo, ugualmente importante nelle tappe del loro ciclo di vita.” (176)

Un altro capitolo entra nel tema del processo di soggettivazione esplorando un ambito poco noto, Le varianze della differenziazione sessuale. Si tratta di qualcosa che scuote l’equilibrio emotivo dei medici e dei genitori perché costringe a fare i conti con le ansie legate alla propria differenziazione sessuale. Negarle porta ad agire secondo logiche binarie maschio/femmina e, in nome del corpo concreto, a rifiutare tutto il complesso percorso che porta ogni individuo dalla sessualità originaria, maschile e femminile, allo sviluppo della psicosessualità. Presenta quindi l’evoluzione che ha portato il mondo medico a interrogare in un altro modo il corpo biologico e di conseguenza a un maggior rispetto per la soggettività dei pazienti e per il loro bisogno di nutrirsi di verità. ll bisogno di conoscere va preso sul serio perché, fin da bambini, si possa dare senso alla propria condizione e formarsi una “costruzione narrativa interna coerente” (192) con essa.

Nella complessa rete transferale, nella quale l’Autore è immerso, l’ascolto dell’inconscio rivela il più delle volte il suo disegno transgenerazionale. Se ciò vale per le relazioni famigliari, vale anche per il funzionamento dei gruppi “i cui codici operativi si rifanno a una cultura implicita […], che si sviluppa nel tempo attraverso interazioni collusive e accordi inconsci tra i membri dell’organizzazione, che diventano meccanismi di difesa strutturati.” (Menzies, 1960, 443, cit. D’Alberton, 210) Il libro dedica un’ampia riflessione al lavoro con i gruppi del personale curante.

Uno dei pregi del libro è il modo di riformulare la teoria, collegata alla clinica, in un linguaggio “semplificato” (29), tanto da avvicinarla anche a non specialisti. Si tratta, a mio avviso, di un tentativo, riuscito, di rendere accessibili le basi sulle quali poggia la psicoanalisi e di accogliere chi potrebbe sentirsene escluso, invitandolo a esplorarla di più. Una psicoanalisi immaginata inaccessibile potrebbe, infatti, spiegare la reazione difensiva tipo corpo estraneo, quale si osserva in ospedale, cui seguirebbe, come l’Autore ci ricorda, un inevitabile destino di espulsione. D’Alberton ci mostra come, da psicoanalista, sia riuscito ad evitare questo rischio, mantenendo salda la propria identità, cosa non facile, visti i continui aggiustamenti richiesti dall’istituzione. Questo risultato è reso possibile dal suo muoversi agilmente dai pazienti incontrati in ospedale a quelli della stanza d’analisi, a contatto con la dimensione profonda del transfert. Il movimento tra dentro e fuori rende presente alla mente ‘un altro luogo e un altro tempo’, a garanzia di poter condividere trauma e dolore senza esserne inghiottiti, a garanzia di quel setting interno, quanto mai necessario per un analista ‘fuori sede’.

Il compito di creare uno spazio psichico in questo contesto, richiede, come sottolinea Stefano Bolognini nella prefazione al libro, una “resilienza istituzionale e una lettura integrativa della dimensione psichica, proprio là dove lo psichico sembra venire tendenzialmente negato, represso, scisso o almeno ignorato ed eluso.” (11) Un analista impegnato in un’istituzione può realizzare questo compito solo se mantiene la propria condizione di separatezza, intesa come costante dialogo con i propri oggetti interni, riconosciuti nella loro alterità. Ne consegue anche una flessibilità nella scelta del dispositivo adatto a ogni paziente, che si rifà alla psicoanalisi, come ampiamente documentato da ricchi esempi clinici nei diversi capitoli del libro che lascio al lettore esplorare: consultazioni prolungate, psicoterapie individuali, consultazioni genitori-bambino, gruppi con bambini, gruppi con genitori e non ultimo, gruppi con il personale. Al di là della scelta, l’analista mantiene sempre la funzione di testimone di una sofferenza in buona parte indicibile, diventando anche “un testimone vivo di una cultura e di un modo di leggere i problemi e questo costituisce un importante strumento di promozione della psicoanalisi all’esterno dei suoi tradizionali confini.” (28)

 

 

Bibliografia

 

Bolognini, S. (2018) Prefazione in Bambini in ospedale: un approccio psicoanalitico, Franco D’Alberton, Franco Angeli, Milano

Bowlby, J. (1979) Costruzione e rottura dei legami affettivi, Raffaello Cortina, Milano, 1982

Di Cagno, L., Ravetto F. (1980) Le malattie croniche e mortali dell’infanzia e l’angoscia di morte, Il pensiero scientifico, Roma

Grotstein, J.S. (1997) “Mens Sane in Corpore Sano”: The Mind and Body as an “Odd Couple” and as an Oddy Coupled Unity Psychoanalytic Inquiry 17, 204-222

Freud, A., Burlingham, D. (1943) War and children, New York: International University Press.

Nissim Momigliano, L. (1980) Prefazione in Le malattie croniche e mortali dell’infanzia e l’angoscia di morte.  Di Cagno, L. Ravetto, F., Il pensiero scientifico, Roma

Raimbault, G. (1978) Il bambino e la morte, Firenze, La nuova Italia

Spitz, R.A. (1946) Anaclitic depression Psychoanalytic study of the child, 2, 313-342

Winnicott, D.W. (1971) Colloqui terapeutici con i bambini Armando, Roma, 1974

Winnicott, D.W. (1948) Pediatria e psichiatria in Dalla pediatria alla psicoanalisi, Martinelli, Firenze, 1975

 

Vedi anche: