Corpo, Generazioni e Destino

Corpo, Generazioni e Destino

Edizioni Borla, pp. 166 (2012)

Recensione  di Laura Contran

 

“Nessuno sceglie la propria storia.

Ci viene data senza che la cerchiamo, e non dobbiamo,  non possiamo rifiutarla”.

Jean-Marie Le Clézio, Il ritornello della fame

Nella presentazione di questo libro, frutto di un lavoro collettaneo, Franca Meotti ricorre all’immagine, attinta dall’astrofisica, della “materia oscura”, ovvero di quelle masse mancanti che creano campi gravitazionali esercitando un’“azione potente sulle masse visibili”.

L’analogia proposta, affascinante e inquietante, tra universo cosmologico e universo psicoanalitico (“dal Big Bang alla Traumdeutung”) suggerisce come talvolta, nel corso di un’analisi, ci troviamo ad affrontare la manifestazione di fenomeni inspiegabili, effetto di forze oscure “non direttamente osservabili ma che tuttavia fanno sentire la loro influenza” (6) e la cui percezione richiede un particolare “affinamento” dell’ascolto analitico.

La trasmissione psichica transgenerazionale, i residui collettivi, il transgenerazionale somatico, le alleanze inconsce, la confusione delle lingue, costituiscono i temi centrali sviluppati nel corso di questa raccolta che gravitano, potremmo dire, intorno alla trasmissione inter-intrapsichica di eventi lontani non appartenenti alla storia e quindi alla memoria del soggetto, anzi apparentemente estranei alla sua vita, e che pur tuttavia sembrano segnarne il destino.

L’ombra del traumatico, che percorre l’insieme dei lavori, si estende, fino ad assumere il valore di paradigma dell’alterità assoluta (rappresentata dalle generazioni che ci hanno preceduto o dal destino, ignoto, che ci attende) e al tempo stesso di una altrettanto radicale intimità (che riguarda il nostro corpo e la nostra identità) ovvero il nostro “essere”.

Il libro si suddivide in una parte teorica e una clinica.

Riguardo alla nascita e alla trasmissione delle teorie, Giorgio Bubbolini affronta un’impresa affatto semplice, addentrandosi in un territorio concettuale di grande interesse ed in parte ancora da indagare: la trasmissione generazionale del narcisismo.

L’Autore risale al postulato freudiano sull’esistenza di una “psiche collettiva” e sull’ereditarietà della trasmissione dei contenuti psichici (come fallimento della rimozione), un modello topico esteso in cui era già rintracciabile “in filigrana un modello transgenerazionale della vita psichica” (28). Bubbolini evidenzia tuttavia il limite della concezione freudiana su questo punto. Fondata sull’ipotesi di una spinta individuale alla trasmissione e una spinta individuale alla ricezione, essa, nella sua simmetria, non tiene conto dei livelli più originari della costituzione dello psichico laddove “la realtà psichica del ricevente (il nascituro, l’infans) non è ancora formata”. Tale discorso, che riguarda evidentemente l’origine e la formazione dell’Io in rapporto alle vicende pulsionali, s’intreccia inevitabilmente con la controversa, e per certi aspetti enigmatica, questione del narcisismo primario. Affiancando la teoria di P. Aulagnier sulla funzione “di porta-parola” della madre a quella di Lacan sull’istanza dell’Io ideale come forma inaugurale dell’Io, Bubbolini ne propone una rilettura critica, sempre in chiave metapsicologica, passando dal modello freudiano della trasmissione ereditaria a quello dell’anticipazione. “Un modello che mette l’accento meno sul fattore ereditario, sulla filogenesi della rice/trasmissione, e più, invece, su quello dell’ingerenza, precisamente sui modi in cui il soggetto anticipante-trasmittente concorre/interferisce nella costituzione dello psichismo del non ancora-soggetto ricevente” (29).

Se intendiamo il narcisismo come “amore di sé”, la funzione primaria dell’oggetto parentale non si esaurisce nel garantire le cure primarie, ma si costituisce come “luogo di transito”capace di trasmettere al figlio/nascituro “la narrazione genealogica dell’amore di sé” (57).

Rimanendo su questo filone di ricerca, Ezio Maria Izzo propone un excursus storico soffermandosi sulla figura di Ferenczi, i cui contributi innovativi, in termini teorici e tecnici, hanno permesso alle successive generazioni di analisti di meglio orientarsi nell’area del trauma. Sappiamo tuttavia che Ferenczi, oltre a mettere in primo piano la funzione dell’ambiente primario e la sua “importanza interattiva nella costruzione della realtà psichica e della eventuale psicopatologia” (75), si è soprattutto interessato alla relazione analitica con particolare attenzione al rischio di agiti e di ripetizioni a livello controtransferale da parte dell’analista attraverso le modalità inconsce individuate nell’ “intropressione” e nella “confusione delle lingue”.

Izzo sottolinea inoltre le resistenze che le teorie di Ferenczi hanno incontrato nell’ambito dell’istituzione psicoanalitica, anch’essa attraversata da una catena di traumi interni (scissioni, fratture) causate da dinamiche gruppali e da appartenenze familistiche dominate dall’invidia e dalla lotta per il potere. Izzo definisce “trapianti estranei” quei movimenti transferali-controtransferali che hanno influenzato la formazione di generazioni di analisti. Il caso di Ferenczi (ma anche quello di Paula Heimann, allieva di Melanie Klein), senza dubbio tra i più emblematici nella storia del Movimento psicoanalitico, è la dimostrazione, secondo l’Autore, di come l’oblio delle teorie sia in realtà l’effetto di una rimozione collettiva.

Nella sezione clinica, la trasmissione generazionale viene affrontata dal punto di vista identitario, in una prospettiva che abbraccia oltre le relazioni e l’ambiente primario, anche le trasformazioni avvenute nel più ampio contesto culturale, altri “luoghi” della realtà psichica così definiti da Kaës citato dagli Autori. Del resto, come scrive Lacan “C’è un circuito simbolico esterno al soggetto e legato a un certo gruppo di supporti in cui il soggetto, il piccolo cerchio che si chiama il suo destino, è indefinitamente incluso” (115, 1954-55).

La trama invisibile che lega le generazioni e “i passaggi di vita” può essere foriera di risposte vitali o di ripetizioni alienanti e in tal senso lascia una traccia nel destino di chi nasce. La stessa clinica dimostra, seguendo quanto scrive Carla Busato Barbaglio, che avvengono “modalità simboliche di trasmissione e modalità di occultamento di fatti traumatizzanti che nega al bambino la possibilità di trattare l’esperienza in modo diverso” (87).

Sempre in tema di “identificazioni alienanti” Claudia Zanardi trae spunto dalla storia di Nina, la giovane protagonista del film di Darren Aronofsky  Il Cigno nero, offrendoci una riflessione intorno al difficile, e in alcuni casi drammatico, percorso di separazione e differenziazione dal corpo materno e di come, a fronte del fallimento di tale processo, il corpo femminile possa diventare la gabbia di un desiderio mortifero.

Se i “trapianti estranei” di cui scrive Izzo, si riferiscono ai passaggi inconsci fra generazioni di analisti, di tutt’altri trapianti si occupa il lavoro di Rita Corsa e Gabriela Gabriellini attinente un tema di forte impatto e di delicata complessità ancorché poco esplorato dal punto di vista psicoanalitico: i trapianti d’organi.

Esperienza al limite, evocatrice allo stesso tempo di vita e di morte, “il trapianto d’organo obbliga il malato a varcare innumerevoli soglie “[…] proiettando l’individuo in regioni estreme e riflessive dello psichesoma, dove gli organi, normalmente silenti, diventano territorio di transito sociale” (137). L’identità somatopsichica personale subisce uno sradicamento e trasforma, per usare un’espressione di P. Fédida (a proposito della persecutorietà nell’ipocondria), la soggettività in una “disoggettivazione dell’esperienza del corpo”. ( 2004, 110).

Le Autrici ricorrono alle parole di pazienti in analisi che hanno vissuto/subito un trapianto. Insieme paziente e analista, si trovano ad accogliere all’interno dello spazio fisico-simbolico della stanza d’analisi un “oggetto-protesi” reale, che resiste alla simbolizzazione, un “intruso” veicolo di una “insanabile estraneità, che porta in sé ideogrammi ignorati ed intraducibili” (143); elementi a rischio di “rigetto”, dai quali la mente dell’analista deve lasciarsi contaminare e colonizzare finché nuovi pensieri ed emozioni non prendono forma. Un tale percorso più che al concetto di riparazione, rimanda a quello di “resilienza” (tema peraltro ripreso da Alberto Meotti nella parte conclusiva) da intendersi come possibilità per il soggetto di superare le vicende traumatiche attraverso l’interiorizzazione dell’oggetto ri-creandolo, trasformandolo in un oggetto relazionale, rivitalizzato, integrato e reso familiare (146).

Gli argomenti trattati, che si collocano in una sorte di orizzonte metastorico, potrebbero incorre in facili suggestioni se non fossero accompagnati, come invece dimostrano gli scritti di questa raccolta, da un adeguato apparato teorico e da un solido ancoraggio alla clinica.

Non manca infine da parte degli Autori un doveroso richiamo all’umiltà (aspetto profondamente etico del nostro lavoro di psicoanalisti) quando ricordano i limiti del linguaggio, l’indicibile, e le “zone dell’esistenza che il pensiero non può raggiungere”, l’ineffabile. La ricerca della verità non può prescindere dall’accettazione di quel resto inaccessibile e indecifrabile insito nell’animo umano. 

Bibliografia

Lacan J. (1954-55), Il seminario. Libro II. Einaudi, 1991.

Fédida P. (2002), L’ipocondria dell’esperienza del corpo in Piscopatologia dell’esperienza del corpo, Borla, 2004. 

Luglio 2012