Cura e Autocura con la psicoanalisi

Recensione a cura di Marina Breccia

Cura e Autocura con la psicoanalisi
Borla, pp. 160  a cura di V.Pellicanò (2012)

 

Nel titolo del volume cattura la preposizione “con”. “Con”, sta ad indicare il mezzo, lo strumento, ma anche la compagnia, l’essere insieme.

Pellicanò, curatore e Autore, è insieme alla psicoanalisi con altri autori: Nino Ferro e gli argomenti del suo seminario tenuto a Pisa nel 2011, i colleghi del gruppo tra cui Marta Francesconi e Davide Ventura con i loro casi clinici, i partecipanti al dibattito negli interventi riportati, Anna Ferruta che introduce. Infine è con le immagini che accompagnano il libro e che mi hanno ricordato nella letteratura i volumi di Sebald, come Austerlitz, e nel mondo psicoanalitico Domenico Chianese, e il suo ultimo libro curato con Andreina Fontana “ Per un sapere dei sensi” (2012 Alpes Italia).

Come nelle fiabe, nel Fantasieren degli adulti e nei sogni, aprendo il libro e incominciando a leggerlo, ho sentito di entrare in un mondo popolato dalla pluralità dei personaggi, tutti accompagnati dalla psicoanalisi, che, come Virgilio fa con Dante, descrive ciò che vede e indica la strada.

Mi piace definirlo allora da subito un libro all’insegna dell’incontro, dello scambio e della pluralità.

Anna Ferruta introduce e mette in evidenza l’aspetto della teoria bioniana dedicata allo sviluppo dell’apparato del pensare e implicitamente si rivolge al tripode del pensiero analitico freudiano: teoria, metodo e cura; Freud, infatti, in tutta la sua opera non smette di ricordare la necessaria compresenza di questi tre elementi. I rischi che mette ben in evidenza Anna Ferruta, e che personalmente condivido a pieno, sono:

–  una troppo facile empatia intersoggettivistica non accompagnata dal rigore metodologico che ogni metapsicologia psicoanalitica porta con sé.

– il cadere in una “ metapsicologia superiore” (9), che io definirei “ suprema”, che cioè si vuole imporre come eccellenza in sé e non come corrispettivo autobiografico dei singoli autori che la usano. Del resto come ricorda Freud, e come tratterà più approfonditamente Piera Aulagnier, ogni autore sceglie il proprio approccio teorico perché ciò gli appartiene come un tratto autobiografico, che parla della sua ricerca inconscia. E con Ken Wright penso alla inevitabilità delle differenze di ogni teoria poiché come egli scrive “It fits to me”, mi sta giusta, mi veste, mi si attaglia. La scelta teorica rimane dunque una caratteristica esclusiva di ogni autore e imprescindibile, oltre che necessaria, per dare riscontro al metodo e alla cura.

Il mio punto di vista sulla diversità delle teorie è che non possono mai confluire, ma possono “incontrarsi” e da ciò arricchirsi rimanendo diversificate.In questo volume dunque la teoria di riferimento è quella bioniana, incentrata sullo sviluppo dell’apparato del pensiero, e, per incontrare da subito altri approcci all’insegna della pluralità: il differimento della pulsione in termini dinamici di Freud, la zavorra del pensiero, la zavorra che consente la possibilità di pensare con Laplanche, il terzo come mediatore psichico di Green, e il terzo in un’altra versione teorica più centrata sul soggetto di Ogden.

Ciò che trovo di grande pregio nel volume, e che mi sembra risponda tanto ad una proposta di Ferro quanto al modello degli altri autori, è che l’attenzione sull’apparato del pensiero del paziente e sulle sue funzioni mentali, non prescinde mai da quelle dell’analista. Gli autori anzi si sforzano di individuare quelli che sono i fattori terapeutici in psicoanalisi, distinguendo proprio quelle che sono chiamate in causa come funzioni terapeutiche dell’analista, direi con il titolo “nell’analista in compagnia della psicoanalisi”

Queste vengono distinte in azioni terapeutiche attive, che comprendono le interpretazioni poste a vari livelli e con diversa funzione, e le azioni terapeutiche ricettive, quelle svolte allo sviluppo del contenitore, la rêverie di Bion, il talking as a dream o le trasformazioni in sogno di Ogden (56).  Insomma tutte quelle funzioni terapeutiche che Grotstein, chiama dreaming ensemble (47,57).

Che ciò non si riduca ad un eccessivo schematismo o ad una sistematizzazione riduzionistica è evidente dall’approccio clinico dei singoli curanti, ma da tutto lo spirito di fondo del libro e in particolare direi da alcuni elementi ricavati dal confronto diretto che io stessa ho avuto con Ferro nel corso del suo seminario e che viene riportato nel testo. Nel corso dibattito proponevo a Ferro un quesito che faceva uso di una sua metafora, la possibilità per così dire dell’analista “ di mettersi le dita nel naso ” (92), metafora che faceva chiaro riferimento al rifiuto di usare e farsi accompagnare dalla psicoanalisi come dal bon ton. Mi chiedevo dunque provocatoriamente come sarebbe possibile accogliere e tollerare che il paziente si metta le dita nel naso, sia cioè libero, non direi di trasgredire, ma piuttosto di essere anche maleducatamente autentico, cioè poco educato, (Freud usava dichiarare il suo detestare l’educazionismo), e anche non in sintonia con il gusto dell’analista, se noi stessi come analisti non sentiamo questa libertà. Devo dire l’incontro con Ferro è stato molto confortante su due fronti:

–    Primo: usare il Bon ton quando è indispensabile e sapere che in altri momenti è indispensabile non usarlo.

–   Secondo: una convalida di quanto ho inizialmente sostenuto riguardo alla pluralità teorica. Dice Ferro: “ quando un concetto è sufficientemente vero viene declinato anche con linguaggi diversi.” (99) Per questo incita la comunità analitica a frequentare di più i bassifondi piuttosto che cardinali o ambasciate.

Ferro aggiunge infine, sempre rimanendo sul linguaggio metaforico, che in ambito analitico si dovrebbe essere interessati più a sviluppare le funzioni mentali che i muscoli. E questa credo sia un’utile riflessione anche da esportare. Poiché se manca in ambito di confronto teorico il rispetto e la necessità, aggiungerei, che l’altro esprima il proprio racconto nel proprio modo di narrare, come facciamo a trasmettere ai nostri pazienti la possibilità di farlo? In sintesi direi in aggiunta a Ferro, come facciamo altrimenti a far leva sulla soggettività dei pazienti e su quanto cerchiamo di radunare di disperso delle loro identità al fine di acconsentire ad un procedere del loro pensiero più vigoroso?

Ferro continua: “ Noi come analisti ci siamo sentiti obbligati a vedere un film sull’infanzia o sulla sessualità, ora possiamo guardare il film che viene proiettato dal paziente, soprattutto ci possiamo preoccupare di vedere i film che mancano, che spesso possono essere più significativi dei film che ci sono” (100). Direi che in questa considerazione storico-clinica molto rilevante Ferro metaforizzi Ogden, parlando di film nel senso di sogno, come rappresentazione fantastica della realtà, ma anche come tratto specifico della propria espressione narrativa.

Ho apprezzato questo spunto riflessivo che mi sembra coinvolga l’analista in una contaminazione positiva e così lo sostenga rispetto al rischio di cadere in quelle forme che Freud stesso dichiarava pericolose, come prima accennavo: strutturalismo, sistematizzazione ed approccio prescrittivo-educazionale, (l’ultimo dei quali può implicare un “supposto-sapere”). A volte anche la sublimazione, che usa il pensiero come oggetto intermedio del desiderio, rischia comunque di allontanarsi dall’oggetto non raggiungendolo mai e così, a volte, all’insaputa del soggetto stesso, rischia di far prevalere gli effetti sleganti della pulsione di morte.Ferro in fondo ci propone di accettare lo scacco continuo che l’inconscio può produrre su due menti, scacco sorretto dalle funzioni della mente dell’analista quando quelle del paziente fossero temporaneamente mancanti. Per incontrare ancora un’altra teoria, quella Winnicottiana dell’oggetto cercato-trovato: tutto ciò accade se c’è la disponibilità ad incontrare l’altro là dove si colloca e non dove noi lo vorremmo, unico modo per i pazienti di incontrarci, incontrare di noi ciò che transferalmente possiamo rappresentare loro e consentire di trasformarlo in loro.I casi clinici riportati da Pellicanò e dagli altri autori sono significativi in questo senso, in particolare ho trovato rilevante l’esplicazione di Pellicanò sull’esperienza emotiva nel caso di Ernesto.L’esperienza emotiva vissuta in seduta veniva poi riverberata, come un ritorno attraverso il sogno di una serenità del paziente, ad indicare la ristrutturazione di un passaggio interno – esterno e ritorno, che era stato reso più fluido dal lavoro analitico.  Ciò aveva, infatti, consentito al paziente di affacciarsi ad un’emozione nuova: la serenità (20), ma anche di depositarla come esperienza di vita, quindi come elemento costitutivo ricompositivo dell’Io e dell’identità del soggettoQuesta stessa possibilità è data da Marta Francesconi a Greta che, pur dichiarando che non può vedere film di paura, può finalmente sognare la paura, la paura di essere uccisa, insidiosamente in un contesto insospettabile, un albergo, da persone insospettabili: le donne delle pulizie, che già ce l’hanno fatta uccidendo un’altra ragazza (109), forse una parte di lei. Come fa notare giustamente Ferro anche qui il lavoro analitico ha consentito di rappresentare ciò che non era denegato ma creduto irrappresentabile dalla paziente, contribuendo a depositare un’esperienza emotiva fondante e dandole uno spazio elaborativo interpretativo sull’insospettabilità (110). Anche l’esperienza di cura può precipitare inaspettata.Tutto ciò implica il riscontro di tutte le funzioni analitiche già indicate, o meglio il riscontro di ciò che può favorirne una migliore espressione, ma la condizione di fondo che vorrei sottolineare, come peculiarità del lavoro degli autori, è la disposizione dell’analista all’inaspettato, anche tra le funzioni stesse.Ad esempio penso, e ritrovo anche nell’operare analitico dei colleghi del volume, all’importanza di accettare tanto la creatività del pensiero quanto una sottodeterminazione nel valore dato al proprio pensiero, un farsi da parte con Bion in un’astinenza che favorisce l’uscita dell’altro, e una possibilità di conservare, se pur differita, una creatività che sostiene l’interpretazione, quella che può raggiungere il paziente e favorire lo sviluppo del tessuto con-nettivo nella –con la cura, che con Ogden è un” pensare e ripensare, sognare e risognare” accettando anche la possibilità e fino auspicandola, come ha ripetutamente fatto Freud, di essere smentiti. 

Gennaio 2013