“Derive della fede” di L. Fattori e G. Vandi. Recensione di A. Sonnino

"Derive della fede" di L. Fattori e G. Vandi

DERIVE DELLA FEDE

A cura di Lucia Fattori e Gabriella Vandi

(Guaraldi ed., 2019)

Recensione a cura di Alberto Sonnino

 

L’impronta lasciata da Freud sul tema della fede e della religione, considerate espressione di un funzionamento nevrotico della mente, viene sempre più ridiscussa attraverso l’esplorazione della complessità di un tema che sembra appassionare non solo gli psicoanalisti, ma anche esperti di altre discipline impegnati ad interrogarsi su un fenomeno che assume declinazioni diverse, sia sul piano qualitativo che quantitativo. Sul piano qualitativo, perché la capacità di avere fede può interessare diversi campi od esperienze della vita dell’uomo, su quello quantitativo per l’intensità variabile attraverso cui si esprime, fino a raggiungere estremi che configurano, appunto, vere e proprie “derive”.

L’interesse psicoanalitico sul tema della fede e del sentimento religioso, che non si arresta di fronte al giudizio tout court che ci ha lasciato l’eredità freudiana, si arricchisce oggi della ricerca di Lucia Fattori e Gabriella Vandi, già curatrici dell’interessante volume pubblicato nel 2017 da F. Angeli con il titolo “Psicoanalisi e fede: un discorso aperto”, con un altro testo, “Derive della fede”, per i tipi della Guaraldi, e con la creazione di una collana sullo stesso argomento per l’editore Alpes.

Derive della fede”, che raccoglie i contributi di più autori, impegnati nei lavori del gruppo di studio “Psicoanalisi e fede” del quale fanno parte analisti appartenenti ai Centri Napoletano, Veneto, Adriatico, Torinese, Bolognese e Milanese, esplora il terreno accidentato di quelle manifestazioni che potremmo definire degenerative della fede, specificando, in linea con il pensiero delle curatrici, che il fenomeno religioso sia solo una delle espressioni della fede che può interessare diversi contesti dell’esperienza umana.

Il testo prende infatti in esame quelle manifestazioni che si pongono agli estremi di un fenomeno che, sebbene già di per sé complesso, può esprimere o rivelare profondi aspetti della struttura psichica del credente, come del non credente. Ma, come insegna la ricerca psicoanalitica, a volte è proprio dallo studio della psicopatologia, dunque dalle manifestazioni più estreme della mente, che è possibile ricostruire lo sviluppo e le caratteristiche del funzionamento psichico sano.

La legittimità, innanzitutto, di giudicare la fede, anche nelle sue declinazioni più deviate, quale espressione di patologia, usando la lente del clinico, è il primo quesito che si pone Lucia Fattori, una delle curatrici, che nel suo contributo sottolinea piuttosto l’opportunità di distinguere tra fede matura e fede immatura.

Dunque l’approfondimento delle derive, delle estremizzazioni, della fede, che a volte sconfinano nella patologia, come nel delirio mistico, nel fanatismo/integralismo, o in tutte quelle condizioni che non tollerano la dimensione del dubbio, spesso in grado di conferire il carattere della normalità al sentimento religioso, può aiutarci a comprendere più profondamente gli ingranaggi che la mente del credente alberga nell’inconscio, oltre che nella sfera più consapevole.

In particolare il contributo di Pellegrini ricorda come nella mancanza di fede, da distinguere dalla “fede negativa”, in linea con Grotstein (2007), siano rintracciabili aspetti persecutori, che proprio l’indagine analitica profonda è in grado di rilevare.

Se la mancanza di fede, o la fede negativa, viene dalla De Mijolla accostata alle sue deviazioni, usando, ancora una volta, la presenza del dubbio quale chiave utile a definire le diverse dimensioni della fede, Scardovi affronta l’eccesso di fede quale sua espressione negativa, approfondendo il rapporto tra Cura e Conoscenza.

Di particolare attualità è il contributo di Aletti, il quale, partendo da un vertice winnicottiano, colloca la fede nell’ambito dell’esperienza transizionale, arrivando inoltre a considerare il fenomeno dell’integralismo quale deriva potenziale di ogni fede, come equivalente feticistico, senza però riservare un’analisi particolare per quelle forme specifiche di integralismo/fanatismo che purtroppo ancora oggi sono responsabili di tragedie in grado di insanguinare intere collettività. La fede nell’ambiente esterno, sottolinea l’autore, rappresenterebbe un fenomeno che precorre e alimenta la capacità di “credere in”, conferendo al credente una caratterizzazione in termini evolutivi, in linea con quanto ricorda Bolognini (2015) che mette in relazione la capacità di affidarsi alla possibilità di tollerare la dipendenza.

L’incertezza, dunque il saper tollerare il dubbio, delle proprie convinzioni e di quelle dell’altro, si pone quale elemento fondante l’antidoto possibile contro quell’integralismo e quel fondamentalismo che scivola, degenera e si trasforma in fanatismo nel contributo di Leonelli Langer, che prende le mosse da un’esperienza personale di cui rende partecipe il lettore.

Un testo ampio e variegato, come risulta sempre nei lavori a più mani, che, se non può regalare chiavi di lettura esaustive o risolutive sul problema della fede, individua aree di riflessione e di esplorazione nelle quali il lettore può addentrarsi, anche nella direzione di quelle risposte che ognuno, nel proprio intimo, può fornire a se stesso.

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Bolognini S., (2015), Psychoanalysis in a changing world. Presidential speech at the opening ceremony, IPA, Boston Congress, 2015.

 

Fattori L., Vandi G., (a cura di), (2017), Psicoanalisi e fede: un discorso aperto, Milano, Franco Angeli.

 

Grotstein J. S. (2007), Un raggio di intensa oscurità, Milano, Raffaello Cortina, 2010

 

 

Vedi anche: