Evitare le emozioni, vivere le emozioni di A. Ferro. Recensione di Laura Contran

La “leggerezza “di quest’indicazione non deve tuttavia trarre in inganno: gli esercizi sono piuttosto impegnativi e richiedono una buona conoscenza dei diversi modelli teorici, oltre ad una certa familiarità con il pensiero dell’Autore e il suo personale e creativo approccio metodologico. Ammetto di essermi arenata alla decima domanda, confidando che la lettura del saggio mi avrebbe fornito l’attrezzatura adeguata per affrontare il “compito”.

Ferro propone, sviluppati, rielaborati e arricchiti, alcuni temi fondamentali che costituiscono nel loro insieme un percorso teorico speculare al modello d’operatività clinica che contraddistingue la sua ricerca finalizzata “[…] alla necessità di mostrare il progressivo strutturarsi di un’identità analitica comunque in divenire”. (172)

Elementi centrali del suo discorso sono dunque la teoria del campo, quale luogo delle multipotenzialità d’analista e paziente, espressione di una relazionalità insatura perennemente allargata; la funzione della mente dell’analista e la sua capacità di entrare in contatto con il “pensiero onirico della veglia”; il transfert (ri)visto prevalentemente come mezzo di trasferimento da una mente all’altra e quindi nei suoi aspetti d’apertura verso nuovi modi di funzionamento mentale; i “derivati narrativi” e le loro “ trasformazioni affettive”.

Lo straordinario numero di esemplificazioni cliniche presentate rimanda alla pluridecennale esperienza dell’Autore come psicoanalista e supervisore e, per riprendere una sua metafora molto frequentata, sono “servite”al lettore come tanti “assaggi” nell’hic et nunc del “ ristorante analitico”.

Vorrei però tornare al tema specifico di questo lavoro, in quanto sollecita, a mio avviso, molteplici riflessioni. Mi limiterò ad una breve considerazione correndo il rischio di risultare riduttiva. Ferma restando la funzione dell’analista di accogliere, riconoscere, e risignificare nella relazione con il paziente le emozioni (sensazioni-sentimenti-pensieri, ma anche proto-pensieri) che attraversano, come movimenti o turbolenze il campo analitico, viene da domandarsi quale luogo, ma anche quale logos in senso epistemico, dare agli affetti poiché nella prospettiva delineata da Ferro risultano perdere la loro peculiarità Nella teoria freudiana l’affetto ha un rapporto strutturale con il soggetto in quanto si costituisce come matrice del processo di identificazione che porterà alla formazione dell’identità intesa come somma delle identificazioni.

Per restare in area metapsicologica Ferro esplicita che il modello della mente a cui s’ispira (thinking-feeling-dreaming) è “differente” e “più complesso” rispetto al modello pulsionale e relazionale-oggettuale. Si riferisce in particolare alla categoria del sensoriale ritenuta dall’Autore più ampia e non sovrapponibile all’area del pulsionale: “La psiche sarebbe dunque qualcosa che nasce non dalla trasformazione della pulsione, ma dalla trasformazione di tutto ciò che è percepito come disturbante e che di conseguenza diviene il “percepito evacuato”. (41). Una differenza che sembra tuttavia trovare una corrispondenza nel concetto di Ausstossung, termine con il quale Freud designa il funzionamento dell’Io-piacere che “espelle” ciò che è spiacevole, che discrimina quindi ciò che è interno da ciò che è esterno. Esperienza corporea/sensoriale originaria che segna la nascita e al tempo stesso la divisione del soggetto nel suo incontro con l’alterità (e quindi con l’oggetto).

Quello degli affetti, le loro vicissitudini e trasformazioni, rimane per certi aspetti un territorio ancora da esplorare (se pensiamo all’area delle patologie gravi, o narcisistiche). Rimane quindi problematico, a mio parere, ricondurre l’inconscio alle emozioni o sostenere che le emozioni sono l’inconscio.

Per concludere. Sono ritornata alla lettura dell’Eserciziario lasciato in sospeso e ho pensato a una sua possibile (e forse più proficua) “applicazione” in un gruppo psicoanalitico allargato ed eterogeneo. Non sono andata oltre la decima domanda, ma per una (libera?) associazione mi è tornato in mente il libro di Raymond Queneau, davvero geniale nel suo genere, “Lezioni di stile”. A proposito della grammatica, della sintassi e della retorica della lingua analitica, se con questo s’intende la teoria degli “stili” di pensiero.