Fare Psicoanalisi, vivere la clinica, sognare la Teoria di M. Manica. Recensione di Laura Contran

Fare Psicoanalisi, vivere la clinica, sognare la Teoria.

Edizioni Borla, Roma, pag. 196, (2010)

Recensione di Laura Contran

Il saggio di Mauro Manica (vincitore del Premio Ticho award 2009) si muove da un presupposto di fondo, ovvero che la psicoanalisi non possa più essere pensata come «un sistema teorico rigido e fondamentalmente deterministico» (11), ma come un sistema aperto, generatore di una pluralità di modelli, a partire dalla pratica clinica e dal quel particolare incontro tra paziente e psicoanalista connotato da una sua unicità.

Restano, naturalmente, i punti cardine della teoria psicoanalitica, le sue “invarianti”: il riconoscimento dell’esistenza dell’inconscio, il transfert come motore del processo analitico, il controtransfert in quanto risposta conscia o inconscia dell’analista al transfert del paziente.

Ma, soprattutto, ricorda l’Autore, “fare psicoanalisi” significa seguire un metodo il cui “caposaldo” è che la sofferenza, per essere curata, «deve essere accolta e deve poter organizzare la struttura della relazione analitica» (147). E’ un metodo, potremmo aggiungere, in quanto “via” per accedere a quel sapere inconscio che si produce da un vuoto, un buco, da un trauma. Questo libro costituisce, senza dubbio, la testimonianza di un percorso teorico e clinico, intrapreso dall’Autore (psicoanalista e psichiatra) in questa direzione. La sua ricerca, infatti, si sviluppa intorno alla clinica del trauma nelle patologie gravi, un campo in cui la psicoanalisi è particolarmente messa in gioco dal momento in cui «deve poter esplorare spregiudicatamente i propri limiti come strumento di cura» (15).

Per questo motivo, forse, sin dalle prime pagine incontriamo il termine “responsabilità” (nella sua accezione etimologica di “rispondere”), più volte ripreso dall’Autore nel corso del lavoro, riguardante la posizione etica dell’analista nella direzione della cura. Tale responsabilità richiede, oltre alla consapevolezza dei propri limiti, il coraggio della curiosità per le differenze, per quell’alterità presente non solo nell’altro, ma anche in noi stessi «perché forse anche nel nostro Sé coabitano delle differenze che dobbiamo lasciare incontrare e che dobbiamo far comunicare fra loro» (20).

Accanto a un Sé nucleare che rimane inesplorato in quanto «sacro e inviolabile» (31), esistono diverse parti della personalità. Lontano dal perseguire l’idea (o ideale) dell’integrazione, concetto che rinvia ad una illusoria “unitarietà dell’Io”, Manica intende piuttosto spostare l’attenzione sull’organizzazione della personalità per cui «se sono patologiche e distorte le relazioni intrapsichiche apparirà allora anche patologica e disturbata l’organizzazione della personalità» (31).

Si addentra quindi nel delicato e complesso tema delle perversioni (L’organizzazione perversa: struttura o posizione?), ripercorrendo la letteratura psicoanalitica sull’argomento e sgomberando il campo da equivoci (o pregiudizi) di natura ideologia, anche in senso clinico (tendenti cioè a tracciare una netta linea di demarcazione tra normalità e patologia). Si sofferma su alcuni nodi tematici – la temporalità, i confini psicopatologici, la scena primaria – come si configurano nelle perversioni; insieme di elementi risalenti a un’esperienza traumatica originaria “caratterizzata dalla precocità, immaturità, intensità”, che hanno esposto l’infans, nella sua condizione di impotenza fondamentale (Hilflosigkeit), a stimoli intraducibili.  Mentre ritiene troppo rigida e schematica un’ipotesi “strutturalista”, l’Autore vede nelle perversioni una “patologia dei legami”, risultato di un fallimento comunicativo e relazionale con l’ambiente primario.

E’ l’eccesso ciò che sembra segnare le prime esperienze pulsionali e affettive del futuro perverso: un eccesso di presenza o di assenza da parte dell’adulto, espressione di una seduttività inconscia, o di un investimento narcisistico nei confronti del bambino. Sarà questa «mancata (e) comune esperienza d’amore», a lasciare il bambino «preda dei propri fantasmi libidici e distruttivi» (69) e a trasformare (in un tempo successivo) ogni legame affettivo in “legame negativo”. L’odio, nei confronti di un oggetto d’amore che si è rivelato deludente, si riattualizzerà in diverse forme di erotizzazione distruttiva, attraverso agiti o condotte traumatofiliche, nel tentativo di controllare l’oggetto (come nel sadismo), di ridurlo a “balocco feticistico” (71) o a “oggetto inanimato” «[…] sprovvisto di ogni proprietà soggettiva, intersoggettiva, o transsoggettiva» (Lacan, Le Séminaire, IV, La relation d’objet, 1994, 91).

Anche nel transfert riaffioreranno “antichi desideri di vendetta” che metteranno costantemente a rischio di interruzione il trattamento analitico. L’analista, sostiene l’Autore riferendosi alla propria esperienza clinica, dovrà lasciare spazio all’odio (e sapervi “resistere” in senso winnicottiano), ma allo stesso tempo dovrà consentire al paziente di sperimentare un oggetto capace di tenerezza e d’amore (fattore T), «di un amore agape, ancor prima che eros» (81).

Nel varcare poi la linea di confine, rappresentata dagli “stati limite”, Manica passa a trattare le psicosi. Se nelle perversioni domina il meccanismo del diniego, o rinnegamento della realtà (Verleugnung), nella psicosi siamo nel registro della Verwerfung, del rigetto fondamentale della dimensione simbolica con l’attacco a tutti i tipi di legame: sensoriali, emotivi e di pensiero.

L’odio, nel caso della psicosi, è più radicale perché diventa odio per la realtà psichica.

Il danneggiamento originario subito dal soggetto ha, come conseguenza, la sua frammentazione che si manifesta negli stati dissociativi, di disgregazione dell’Io.

La cura delle psicosi mobilita nell’analista la capacità di «regredire agli stati più elementari della propria esperienza mentale» (139). Egli, per entrare il contatto con il paziente, e le sue parti scisse, dovrà saper vivere, a sua volta, la propria scissione, pur mantenendo l’asimmetria nella relazione e «senza perdere la consistenza della propria identità» (139). P. Fédida nell’affrontare il rapporto tra scissione/identificazione ha scritto: «E’ questa potenzialità di dislocazione del proprio io che mette l’analista in ascolto: cosa si potrebbe supporre dell’identificazione in assenza della scissione? […] qual che sia la tragedia, ciò che si può chiamare umano mette in gioco la sofferenza della scissione» (Umano/Disumano, 2007, 21).

Nel confronto «con situazioni estreme dell’esperienza psichica» (142) riconducibili ad una dimensione pre-verbale e pre-simbolica dell’esperienza soggettiva, l’analista si trova ingaggiato nell’arduo compito di «dare rappresentazione e figurabilità al vuoto» (142). Un vuoto, che, a ben vedere, si rivela fin troppo “pieno” poiché nella psicosi c’è un’eccedenza di senso, una saturazione del Reale, che impedisce di dare un nome alle angosce primitive.  Il fare un uso “immaginativo del linguaggio”, ricorrere a metafore accessibili al paziente, può costituire, allora, una prima forma di comunicazione con le parti «più scisse e traumatizzate affondate in un rimosso originario» (43), là dove qualcosa parla (ça parle) in attesa di trovare un ascolto. Del resto, lo stesso Freud riguardo alle psicosi, e in particolare al delirio schizofrenico, sosteneva che finché sopravvive una parola, possiamo affermare che ciò che è psichico non è andato distrutto.

Nel leggere i racconti di alcune situazioni cliniche, descritte nei loro momenti d’intensa e a volte di drammatica criticità, ma anche d’impasse per quanto riguarda l’analista e il suo controtransfert, possiamo comprendere a fondo ciò che Manica intende per “vivere la clinica“.

L’ultima parte del saggio è dedicata all'”attività teorizzante” dell’analista e alla sua capacità di “speculare, teorizzare, fantasticare”. Affinché i modelli psicoanalitici non risultino sterili applicazioni di un sapere codificato, assunti come verità assolute, o ancora, non siano utilizzati come arroccamenti difensivi, devono costantemente trovare riscontro nell’atto clinico e nella relazione con il paziente. Se è vero che esistono delle varianti nelle teorie, dobbiamo altresì considerarle “variabili dipendenti” in quanto (e quando) sono il prodotto creativo, poetico e onirico della coppia analitica. «La bellezza di un modello psicoanalitico» (172) e quindi la sua validità, consiste nel mantenere viva questa potenzialità creativa.

In tal fine l’Autore propone un nuovo concetto, quello di Metanalisi «un’applicazione della teoria della psicoanalisi ai modelli psicoanalitici stessi» (172) che sappia favorire l’invenzione e il “fiorire” di nuove teorie, anche se questo (per ritornare alla responsabilità) comporta il rischio, sempre possibile, del fallimento.

Ma, come ha scritto Lacan “Ad una verità nuova non ci si può accontentare di far posto, poiché si tratta di prendere posto, il nostro posto in essa”. (Lacan, Scritti, 1966).

E concludo, a proposito di “sognare la teoria“, citando le parole del poeta W. B. Yeats: “In dreamsbegin responsibilities“.

Marzo 2011