Genealogia e formazione dell’apparato psichico

A partire dalla letteratura psicoanalitica francese, forse quella che più si è occupata e si occupa di questo tema, e certo non trascurando gli apporti, in particolare, di Winnicott e Bion, gli argomenti trattati propongono alcune ipotesi di estensione della metapsicologia: dalla terza topica al transgenerazionale, dall’extra-psichico al trans-psichico, etc. Tuttavia, mi sembra che, in filigrana, questi lavori mettano il lettore di fronte a un interrogativo preliminare: è possibile porre la questione genealogica dell’apparato psichico sulla base della sola Nachträglichkeit, cioè di quel tempo della posticipazione che rischia di mettere in ombra l’altro tempo, non psichico, il tempo dell’anticipazione? In effetti, questo interrogativo pare emergere fin dall’introduzione, laddove Patrizia Cupelloni indica la necessità di distinguere tra «ricerca dell’origine» e «introduzione del genealogico» (20), cioè tra una prospettiva genetico/evolutiva e una, invece, collegata al concetto di après-coup, ma non riducibile esclusivamente ad esso. Quella genealogica si presenta, perciò, come una difficile sfida: non solo un “dopo” che posticipa un “prima”, ma, come già ipotizzato da Freud in Introduzione al narcisismo (1914), un “prima” della realtà psichica che conformerebbe il suo “dopo” in senso sia topico che strutturale.

Ciò premesso, entriamo nel merito dei lavori: Alberto Luchetti, ne “Il romanzo familiare”, evidenzia come la storia del “romanzo familiare” in Freud riveli una sua tendenza a istituzionalizzare il genealogico nel transgenerazionale (e, appunto, nel familiare). Ma, si chiede l’Autore, «il romanzo, come nuova forma di messa in racconto […] non introduce qualcosa di inedito nell’autoteorizzazione del soggetto» (32), come, ad esempio, l’influenza che l’eteronomia del corpo e della sessualità hanno sulla formazione dell’Io? Segnalato il contributo di Tort (1986) sui tre possibili schemi del genealogico, la riflessione dell’Autore evolve dal transgenerazionale all’intergenerazionale, cioè a un livello in cui la realtà psichica è pensata come già costituita, o comunque in via di costituzione. Qui i riferimenti sono molti: dalla distinzione di Abraham e Torok (1975) tra incorporazione e introiezione (35), all’idea di una nuova topica di Guillaumin (1992), che «non si ordinerebbe da un punto di vista esterno, ma a partire da uno sguardo centrale dell’Io» (41), fino all’“Inconscio intercluso” di Laplanche (2004) (42). Si tratta appunto di prospettive che riconducono all’intrapsichico, che restano cioè aldiquà del genealogico, del big bang della realtà psichica. Perciò Baranes (1993) può chiudere il cerchio, affermando che, se così stessero le cose, al cuore del transgenerazionale non si troverebbe altro che «l’identificazione più ordinaria» (45). Neppure il concetto di «identificazione passiva» di de Mijolla (2004), nonostante il suo «vettore originario provenga dall’altro» (45-46), sembra realmente porsi in una prospettiva genealogica. Di fatto, l’immagine della Aulagnier dell’«ombra parlata» è ancora quella che più si avvicina a darne conto (46). L’Autore conclude allora affermando che “genealogico” è, tout court, formazione della realtà psichica: più ancora che “romanzo familiare”, «romanzo dell’Io» (48).

Nel lavoro di Manuela Fraire, “Madre, materno, femminile”, il genealogico viene interpretato alla luce del “femminile” attivo e rimosso nel “materno”. Non può però trattarsi di un femminile fantasmatizzato sulla base del rapporto pre-edipico con la madre, come sostiene Freud (1932) (53), perché, se così fosse, «si ridurrebbe a una supplenza del materno» (57). Neppure si può parlare, però, come Aulagnier, di “anticipazione materna” (ibid.), perché così al “femminile” della donna di nuovo non verrebbe assegnato «altro destino che quello di madre e figlia» (57). In che termini, allora, il “femminile” riguarderebbe il genealogico? La teoria di Laplanche della “seduzione generalizzata” mostra un limite: in essa, la madre è ancora considerata «non in quanto essere di sesso femminile, ma in quanto adulto» (58). Un limite lo mostra anche Parat (1992), che parrebbe ridurre «l’equilibrio tra femminile e materno» (ibid.) a una dialettica pulsionale tra «eccitazione e attenuazione dell’eccitazione» (ibid.). Il discorso sulle funzioni genealogiche del “femminile” resta dunque aperto.

Il lavoro di Patrizia Capelloni, “Sigmund Freud: padre di Anna e padre della psicoanalisi”, riprende il mito di Antigone, alla cui dedizione per il padre Edipo e alla cui assenza di desideri esogamici Freud stesso associa la completa devozione della figlia Anna per lui. In tale sentimento di devozione, attorno al quale ruota la sua esplorazione del complesso rapporto, anche analitico, tra Freud e la figlia Anna, l’Autrice intravede una manifestazione del primato genealogico del lacaniano desiderio dell’Altro («L’oralità del padre») ( 66) e delle sue funzioni anticipatrici, ma anche il segno della forza (secondo alcuni autori “mortifera”), con cui il soggetto vi si sottomette e lo custodisce.

Nel solco di una vignetta clinica, riguardante uno scambio tra un giovane psicotico e un’infermiera di reparto, Stefano Bolognini, in “L’abbraccio di Peleo: sopravvivenza, contenimento, convincimento”, affronta il tema genealogico in una prospettiva peculiare, cioè quella di «un’antecedente fase costitutiva del contenitore, in un certo senso più primitiva […] rispetto all’instaurarsi e allo svolgersi delle funzioni di rêverie» (83). L’anticipazione consisterebbe in un meccanismo d’evacuazione violenta dell’angoscia che “by-passerebbe”, infrangendoli, i confini delle menti individuali. Un’esperienza simile avverrebbe a un livello “trans-psichico” (83), distinto da un altro livello, “inter-psichico”, collegato invece a vissuti di tipo fusionale. E’ qui introdotto il concetto di «pressione persecutoria endogena» (86). Esso definisce una condizione originaria, che impedirebbe il costituirsi di uno spazio interno per le introiezioni. Sotto questo profilo, solo un’ospitante “convessità” della mente del contenitore può rappresentare, per il bambino, l’anticipazione di un modello non solo di accoglimento, ma anche di uno spazio psichico da introiettare.

Il lavoro di Amalia Giuffrida, “Edipo errante”, affronta la sfida genealogica proponendosi d’individuare nel «lavoro allucinatorio» (96) «gli anelli mancanti» (95) tra l’antica centralità dell’Edipo e delle rappresentazioni inconsce, ad esso connesse, e «le nuove configurazioni dello psichico» (ibid.), fondate sulla nozione d’irrappresentabilità. In cosa consiste il “lavoro allucinatorio”? In equilibrio sull’asse allucinazione-percezione-rappresentazione, delineato dai Botella, l’Autrice ipotizza l’esistenza di un «sottofondo allucinatorio continuo» (101). Esso avrebbe la funzione di tenere in «custodia» il «“materiale” psichico» (ibid.) necessario al passaggio dal vuoto rappresentazionale, inteso come effetto di una «negativizzazione dell’esperienza» (ibid.) da parte prima della stessa madre e poi del bambino, alla rappresentazione inconscia. Qui il riferimento è all’allucinazione negativa di Green (1993) e il genealogico riguarderebbe la trasmissione di questo meccanismo di negativizzazione dalla psiche adulta e quella infantile. Se tale impostazione colloca il genealogico nel tempo della posticipazione, ove già si profilano sviluppi patologici in bilico tra «negativizzazione allucinatoria» da una parte e «sovrainvestimento dell’attività percettiva» (103) dall’altra, l’Edipo è allora concepito come «una tela di fondo che sorregge il buco a-rappresentazionale e che determina un movimento di attrazione rispetto alle (raf)figurazioni che la potenzialità allucinatoria è in grado di generare» (104). Il lavoro si conclude con un richiamo allo schema filogenetico freudiano, che mi sembra significativo della possibilità di riferire il genealogico a un livello pre-soggettivo.

Meno indulgente rispetto all’interrogativo genealogico appare il lavoro di Maria Luisa Algini, “Snodi e funzioni nelle relazioni fraterne”, centrato piuttosto sui sentimenti di “gelosia” (113) e “rivalità” (115), attivi nelle dinamiche fraterne. Supportata da un ampio ventaglio di citazioni del pensiero di Freud sulla fratellanza e da due propri casi clinici, e alla luce delle riflessioni di Laplanche (1970) sulla “triangolazione pre-edipica” (bambino-madre-fratello/sorella) e di Assoun (1998) sul «fraterno come passante tra Narciso ed Edipo» (122), l’Autrice sembra pensare a Edipo anche come a un après-coup di Narciso, cioè come il luogo di una posticipazione in cui «nessuno esiste per se stesso, ma ciascuno prende senso solo in rapporto all’altro» (122).

Infine, nella post-fazione, dialogando con Haydée Faimberg su “Narcisismo e identificazione”, Russo mette innanzitutto in risalto alcuni punti di convergenza teorica con la sua interlocutrice (126): 1) su una concezione dello spazio analitico come spazio “interpsichico” che è immediatamente «spazio generativo»; 2) sull’ineludibilità nel lavoro clinico della Nachträglichkeit e, ad essa connesso, 3) del concetto di “risignificazione a posteriori”; 4) sull’idea che la realtà psichica opponga sempre una «resistenza» alla sua osservazione, una realtà che, secondo Faimberg, è «costituita dall’altro» e che, secondo Russo, 5) è sempre realtà «metaempirica» che può svelarsi solo nel transfert; infine, punto decisivo rispetto all’intero progetto del libro, 6) una concezione dell’origine come ricostruibile solo a posteriori. Ciò premesso, il dialogo tra i due Autori fa leva sul fatto che la scoperta delle identificazioni narcisistiche alienanti da parte di Faimberg, con il caso Mario, si sia realizzata attraverso una sorta di «anticipazione dell’après-coup» (129), ovvero un’anticipazione della posticipazione che, secondo Russo, implica sempre un rischio di suggestione per il paziente. Questa precisazione porta poi Russo a formulare a Faimberg il seguente interrogativo: l’identificazione alienante è da considerare come un «processo difensivo rispetto al troppo vuoto» o come, invece, «un’identificazione originaria strutturante lo psichismo» (130)? La risposta di Faimberg si lega naturalmente all’oggetto narcisistico in quanto oggetto interno. Tuttavia, la distinzione, che essa pone tra i suoi aspetti appropriativi e intrusivi, più che implicare un processo proiettivo sembra derivare dall’attribuzione ad esso di una funzione genealogica. Non a caso, a questo punto Russo non può che rilanciare con un’ulteriore «difficile domanda»: in base alle identificazioni narcisistiche alienanti, lo “statuto” del genitore si rivela tale da poter condurre l’analista a fare interpretazioni «extra-transferali»? (133). Secondo Faimberg, in quanto si rivela nel conflitto transferale, tale oggetto non può essere pensato come avente uno statuto analogo a quello della realtà materiale, ma dovrebbe essere considerato come «escluso all’interno dello psichismo» (134) e, perciò, “alienato” e “alienante”. Effettivamente, questa “esclusione dall’interno” dà molto da pensare.