“Gruppo” di Claudio Neri. Recensione di Cristiano Rocchi

“GRUPPO”, di  Claudio Neri

Raffaello Cortina, 2017

 

Recensione a cura di Cristiano Rocchi

 

Accingendomi a recensire questo bel testo di Claudio Neri non posso non tornare con la memoria a quando, tanti anni or sono, ancora studente di Psicologia, entrai in contatto con la psicoanalisi di gruppo per la prima volta. Era la fine degli anni ’70, inizio anni ’80  e le istituzioni psichiatriche erano luoghi fertili per essere fecondati dalla psicoanalisi. Fu a quell’epoca che ebbi la fortuna di incontrare Claudio come supervisore di gruppi di “psico-operatori” e di pazienti. La sua pacatezza e chiarezza interpretativa ed espositiva mi colpirono molto nell’ascoltarlo e provo ora le stesse sensazioni  nel leggere questo suo libro. Nel ’95, se non vado errato, fu pubblicato per la prima volta in italiano e poi nel ’98 in inglese per la Kingsley. Oggi, dopo venti anni abbiamo una nuova edizione, più ricca ed approfondita.

Procederò andando davvero “di palo in frasca”, seguendo un vecchio dettame psicoanalitico,  per almeno due ragioni :

1) riassumere schematicamente il tomo non gli renderebbe giustizia;

2) immagino che anche l’Autore, proprio per quel che ci ha insegnato in questi anni, preferisca che una sua creazione sia presentata più che con sistematicità rigida, con aperture e movimento, pur sempre nel rispetto del rigore metodologico che la contraddistingue. Del resto nella parte V (Pensiero di Gruppo), che  è quella che mi è più  piaciuta, Neri ci dice <<Per tener dietro alle catene associative del gruppo, il terapeuta deve seguire gli interventi dei membri lungo un percorso a salti, tornando a volte indietro rispetto alla corrente principale per raggiungere precedenti ramificazioni da cui possono emergere nuovi sviluppi di senso >> (p. 125). Ed è a questo che in qualche modo mi atterrò, scrivendo queste righe.

Abbiamo alla fine del libro ben ottanta pagine di un utilissimo glossario in cui vengono date le definizioni di -oserei dire tutti- i termini utili per conoscere la psicoanalisi di gruppo (ne ho contati più di 200! ), con relativi puntali riferimenti bibliografici: qui, la sistematicità di Neri che vediamo all’opera. Ma questa sistematicità si fonde mirabilmente con le sue intuizioni cliniche e con le capacità euristiche. Per esempio – e qui cito la preziosa prefazione di Parthenope Bion, integralmente riportata, giustamente, in questa nuova edizione dalle precedenti : <<Uno dei grandi meriti di questo libro di Neri è stato il tirar fuori dal sottosuolo una serie di illustrazioni della ricchezza dell’interazione umana a prescindere dalla parola, prima di essa, dopo di essa >>(p. 18). Eh già, leggiamo un piccolo brano (p. 115): << Il funzionamento del gruppo a livello basico può essere positivo o negativo, ha però numerosi rapporti con il piano dei sentimenti, delle passioni e del pensiero. Tali rapporti sono di ordine variabile, a seconda delle evenienze, ma certamente non sono soltanto così automatici e sordi, come rimanda l’idea di assunti di base e di sistema protomentale. In alcuni momenti, l’esperienza che viene fatta da chi conduce un piccolo gruppo a finalità analitica pare dare totalmente ragione alla visione di Bion; in altri momenti però non è così. E’ difficile capire quando nel gruppo la dimensione basica sia piuttosto una dimensione corporea, sensoriale e affettiva allargata, capace di fornire contenimento e sostegno affettivo, e quando invece sia qualcosa di scaduto, automatico, non evolutivo >>. Mi pare che qui, anche in contrapposizione a Bion, Neri propenda per il riconoscimento di una status a sé dell’affetto, sia a livello individuale che trans-individuale; uno status direi “somato-psichico”. Se capisco bene qui la dimensione della parola va allora sullo sfondo, rimane realmente sospesa, in attesa che, eventualmente, ma non necessariamente, ritorni in primo piano. Sul piano dell’embricazione del testo va notata, come dicevo prima, questa oscillazione tra notazioni e intuizioni cliniche (vedi il caso di Fabiana presente in più capitoli come illustrazione ) e la capacità a fermare il discorso in quei riquadri che troviamo disseminati regolarmente in molte sezioni nel testo, riquadri esplicativi che integrano, arricchendolo, il glossario finale; offrendo definizioni esaustive di concetti, i più vari, da “attunement” a “protomentale”, da “mimesi” a “localizzazione” , da “feedback”  a “evoluzione in O” e così via.

Proprio per questa modalità di articolazione mi sembra che si possa definire  questo  come  un libro “gruppale”: parla del gruppo, in tantissime delle sue articolazioni e funzionamenti, nelle sue varie forme, nei vari stati e dimensioni in cui esiste, nei setting possibili, nella patologia e nella normalità; ma il come ne parla, sottende proprio alcune funzioni del gruppo stesso quando si crea. Neri ci parla dello “spazio-tempo” (p. 61),della “pelle mentale” (p. 62) gruppali, come fenomeni  che contraddistinguono lo Stadio del gruppo  come soggetto collettivo. A me pare che il suo racconto, pagina per pagina, capitolo per capitolo, parte per parte, sia quello che lui stesso (p. 198) definisce il “racconto efficace”: << La possibilità del “racconto efficace” è basata sulla capacità di chi parla di identificare se stesso con il racconto e di comunicare quindi, con straordinaria intensità di parola, in modo autentico e animato, le proprie emozioni e i propri pensieri >>. L’ uso che Neri fa della metafora e le molteplici citazioni prese dalla letteratura, la più varia e dalla cinematografia, testimoniano e supportano la sua capacità narrativa. E forse è proprio nella parte finale del libro, l’Appendice, quando parla in prima persona, nelle quattro  interviste  che tre diversi interlocutori gli fanno, che l’Autore, pur affrontando in maniera sintetica temi complessi (il processo di istituzionalizzazione del gruppo; la validità terapeutica dell’analisi di gruppo; il gruppo équipe nelle istituzioni psichiatriche; una tecnica di lavoro in gruppo sui sogni: il Social Dreaming) offre al lettore una dimensione specifica del narratore  efficace.

Altra nota positiva: in più  capitoli (I, II, III, IX, XIV, XVI, XVII, XXI, XXIV) l’ultimo paragrafo è dedicato alla tecnica. In modo chiaro e succinto, qui, Neri, porge delle preziose indicazioni di  conduzione del piccolo gruppo a finalità analitica riprendendo i concetti chiave trattati nel capitolo in cui il paragrafo stesso è compreso: dal concetto di “semiosfera” ripreso da Lotman, a quello di “diffusione transpersonale” -che personalmente ho trovato utilissimi come conduttore di gruppi- , da quello di “mimesi” a quello di “gruppo come oggetto-sé” , a quello di “medium”.

Infine voglio segnalare al lettore la Terza Parte: Vita affettiva del gruppo. Qui Neri sviluppa il tema delle dimensioni affettive e sensoriali proprie dello spazio comune del gruppo e  lo fa usufruendo di due concetti: quello di “socialità sincretica”, preso da Bleger, e quello, suo originale, di “Genius loci”. Quel che mi interessa qui segnalare è la relazione che l’A. stabilisce tra i due; lasciamogli la parola : << La nozione di “socialità sincretica”, elaborata da Bleger (1967), valorizza i vissuti sensoriali, proriocettivi e cenestesici. Questi vissuti  -condivisone di ritmi fisologici, comune percezione dello spazio, regolazione collettiva del tono dell’umore- sono un fondamento essenziale dell’esperienza di appartenenza.>> (p. 68); << Il Genius loci è (…) la persona che nel gruppo svolge, a livello istintivo e inconscio, diverse funzioni che hanno come risultato di regolare la socialità sincretica e di elaborare la connessione tra vita affettiva e vita razionale del gruppo >> (p. 70). Il Genius loci quindi segnalerebbe, senza la piena consapevolezza di farlo, uno stato del gruppo, stimolando la partecipazione allo stesso dei suoi membri e assicurandone la continuità affettiva nei momenti di cambiamento. Insomma, un collaboratore insostituibile del conduttore del gruppo per l’attivazione del pensiero di gruppo in tutti quei frangenti in cui per esempio il timore del cambiamento catastrofico potrebbe prevalere e bloccarne l’evoluzione.

A questo punto resta da vedere, come l’ Autore  stesso fa notare quando parla del racconto efficace, se l’intelligenza dell’ascoltatore, in questo caso del lettore, sia sufficientemente in risonanza con il narratore. Me lo auguro di cuore!

Critiche? L’unica cosa – che proviene dalla mia difficoltà, tant’è che ho dovuto più volte correggermi quando lo  trascrivevo – è il titolo del libro: mi veniva sempre Gruppi e non Gruppo. Chissà che vorrà dire!

Buona lettura, dunque, a chi vorrà socializzare con questo libro, magari in modo sognante!

Cristiano Rocchi

 

 

 

Vedi anche: