Il bambino e le sue relazioni

Ho scelto di riferire in modo dettagliato solo la prima parte per l’interesse che un così ricco affresco storico-teorico, non tanto frequente nella letteratura, può destare in lettori curiosi, a vario titolo, di avvicinare o di approfondire temi che sempre più esigono un confronto dialettico e “trasgressivo”. Come psicoanalista, sono stata colpita dalla forte risonanza dei fenomeni descritti con situazioni della stanza d’analisi soprattutto nell’ambito delle esperienze e delle comunicazioni non verbali. Affido al lettore la seconda parte del vol., la cui recensione, per non essere generica, richiederebbe descrizioni puntuali delle linee di ricerca, delle metodologie, delle tecniche, dei risultati e delle indicazioni di intervento. Le “osservazioni” dei bambini Federico, Eleonora, Franco, Ginevra, Alberto mi sono sembrate un bell’esempio del metodo dell’Infant Research Observation, di cui si dice nella parte prima.

Nel capitolo iniziale l’autrice ricostruisce lo sviluppo di una cornice teorica unificante gli studi degli ultimi decenni dell’Infant Research, che si sono avvalsi di nuovi strumenti di osservazione come le tecniche audiovisive e le tecniche di analisi sequenziale delle interazioni osservate. La cornice si caratterizza per l’accentuazione degli aspetti emozionali nelle competenze socio-interattive del bambino, dirette pertanto non solo alla comunicazione, ma anche al coinvolgimento del partner nel compito di riconoscere, validare, regolare l’intensità delle emozioni positive e negative sperimentate.

Ampiamente condivise nell’ambito dell’Infant Research sono le posizioni di C. Trevarthen sulla intersoggettività primaria del neonato: una innate protoconversational readiness come motivazione innata ad ingaggiare con l’altro – soprattutto negli stati di veglia attiva – una relazione di companionship differente da quella guidata da segnali di attaccamento. Una comunicazione gioiosa cui offre coerenza la responsività intuitiva della madre e di cui, a partire dal quinto mese, si profila il passaggio verso l’intersoggettività secondaria, ove l’interlocutore è istituito dal bambino come agente intenzionale verso di lui e le sue attività: la relazione diventa triadica, si forma una condivisione di significati e di affetti grazie alla disponibilità emotiva della madre a sostenere e orientare le nuove attività esplorative del bambino verso il gioco simbolico.

Come ricorda l’autrice, al tema specifico delle emozioni e della loro regolazione, E.Z. Tronick ha dedicato sin dagli anni settanta le sue ricerche: esse indicano come le strategie di autoregolazione del bambino, che lo rendono in parte indipendente dal caregiver, debbano interagire con la funzione regolatoria di questi, perché non vengano messe a rischio le nascenti capacità relazionali del bambino. Sin dai primi mesi di vita il bambino comunica il suo stato affettivo e la sua valutazione dell’interazione con la madre, che vi si adatta, avviando una sincronizzazione reciproca. Non esente da rotture. Che tuttavia, attraverso riparazioni rapide e riuscite da parte della madre, permettono al bambino di sperimentare sé come efficace dal punto di vista comunicativo e il caregiver come affidabile. Di qui l’aspetto a mio avviso drammatico dell’esperimento della Still Face, in cui la madre deve mantenere per tre minuti un’espressione immobile. Se all’inizio il bambino intensifica gli sforzi comunicativi e ricorre a condotte autoregolatorie, mostrando una sua competenza a reggere lo stress emotivo, di fronte al persistere della inespressività materna cede alla tristezza con perdita del controllo posturale, e alla ripresa dell’interazione, mostra sentimenti di disagio e di rabbia.

A partire del quinto mese (e il richiamo al percorso verso l’intersoggettività secondaria è inevitabile) prende avvio nel processo di regolazione delle emozioni una nuova organizzazione che Tronick chiama “espansione degli stati diadici della consapevolezza”, caratterizzata dall’incorporare lo stato mentale dell’altro nel proprio. Con il rischio contestuale che il bambino sia costretto a condividere stati d’animo della madre, anche a lungo termine, come tristezza o rabbia, e a subire rappresentazioni distruttive e distorcenti delle sue emozioni.

Competenze autoregolatorie, più ampie e al tempo stesso più precoci (riguardanti lo stato generale di attivazione e di vigilanza, i cicli biologici del sonno, veglia, alimentazione), vengono riconosciute al bambino da autori come B. Beebe, F.M. Lachmann, J. Jaffe, che richiamano L. Sander. Verso i quattro mesi si originano rappresentazioni interattive di natura preverbale costituite secondo i principi della regolazione attesa, della rottura-riparazione, della intensità affettiva che facilita l’organizzazione dell’esperienza relazionale del bambino e la sua codifica nella memoria implicita. E di Sander l’autrice, quasi a sintesi del contributo dell’Infant Research, riferisce il paradosso dell'”esser con” e dell'”esser distinti” come poli di un sistema motivazionale complesso e specifico rispetto all’attaccamento (che è ricerca di protezione, vicinanza fisica e di gruppo): tendenza a creare/cercare intimità e vicinanza emotiva e tendenza all’auto-organizzazione e al suo mantenimento di fronte a eventi stressanti o anche tendenza ad esperire, negli stati di quiete vigile, una condizione di singolarità in cui il bambino si vive come agente distinto dal caregiver e dalle sue funzioni di accudimento. Una doppia polarità che D. Vallino, attraverso i dati dell’Infant Observation, ha proposto come tendenza del bambino a ricercare qualcosa di accogliente che proviene dalla madre e a distogliersi dalle proposte materne per seguire un polo intenzionale autonomo, un movimento di uscita che è funzione della madre rispettare.

Non è possibile lasciar il capitolo dedicato all’Infant Research senza sottolinearne le convergenze con i risultati della ricerca neurobiologica che indica il caregiver come modulatore, fin dalle prime settimane, dei processi attinenti alle attività fisiologiche del neonato (pur dotato di proprie caratteristiche neuroendocrine e temperamentali), come regolatore psicobiologico della crescita del sistema nervoso che, per la sua maturazione, dipende dalle stimolazioni sensoriali legate alle varie interazioni e all’attenzione condivisa del secondo trimestre. Gli emisferi destro e sinistro che intervengono nell’espressione, riconoscimento e regolazione delle emozioni in tempi e con competenze diverse, sono attivati anche da specifici stili emozionali o temperamentali del bambino, tuttavia modificabili dalle funzioni regolatorie del caregiver. Traumi, abusi e inadeguatezza provocano danni a specifiche aree cerebrali a causa dei processi neuroendocrini attivati dallo stress, alterazioni durature nella modalità di processare le emozioni e di codificare nella memoria esplicita gli eventi traumatici.

Il passaggio che la teoria dell’attaccamento – cui è dedicato il secondo capitolo – ha effettuato negli ultimi venti anni, passaggio dall’analisi dei segnali e dei comportamenti di attaccamento a quella dei modelli rappresentazionali delle proprie relazioni con le figure di attaccamento che il bambino costruisce fin dai primi mesi di vita, trova convergenza nelle ricerche e teorie dell’Infant Research – indicate nel primo capitolo: sono le forme di regolazione emozionale sperimentate nell’ambito dei legami di attaccamento ad essere interiorizzate e a produrre stili individuali di regolazione e di disponibilità verso le emozioni. E si danno convergenze anche con la psicoanalisi, a partire dal ’69, quando J. Bowlby con il concetto di modelli operativi interni ha posto l’accento sui processi rappresentazionali sottesi e sulle componenti relazionali implicite: al punto che P. Fonagy parla di un common ground tra il concetto psicoanalitico delle relazioni oggettuali e il concetto dei modelli operativi interni in quanto frutto di una dialettica tra interiorizzazione degli aspetti reali dell’oggetto e proiezione di fantasie inconsce.

I pattern di attaccamento (sicuro-insicuro), accertabili attraverso la Strange Situation, vengono definiti strategie adattative/difensive rispetto alla disponibilità emotiva del genitore, con una possibile alterazione degli stati attentivi, rappresentazionali, emozionali, paragonabile alle precoci alterazioni della struttura dell’Io segnalate da Freud nel ’37. Alterazione che consente al bambino di conservare il legame con il genitore carente e di svolgere un’azione protettiva nei suoi confronti, cioè rispetto al suo stato mentale di attaccamento. Se, a fronte di un genitore accessibile, il bambino può riconoscere le proprie emozioni senza deformarle o restringerle e può sviluppare nel tempo la comunicazione intrapsichica col mondo degli affetti, egli – a fronte di un genitore distante o imprevedibile – dovrà  ridurre le emozioni positive e in ogni caso l’espressività emotiva per evitare il rifiuto da parte del genitore o dovrà enfatizzare le emozioni negative per mobilitarne l’attenzione.

Quanto alla stabilità dei modelli di attaccamento, è considerato cruciale il passaggio dalla memoria implicita, attiva fin dalla nascita (che permette di codificare in modo preverbale esperienze relazionali precoci, vissute a livello sensomotorio, percettivo, affettivo, originando un sapere relazionale implicito) alla memoria dichiarativa (autobiografica e semantica, che a partire dai diciotto mesi permette di ricordare e di sentire la continuità del Sé). L’acquisizione del linguaggio introduce profonde trasformazioni nella stabilità dei modelli operativi interni, in quanto i genitori possono aiutare il bambino a riorganizzare le proprie esperienze precoci condividendo con lui la narrazione di tali esperienze. Diventa così possibile la modificazione della qualità stessa dei modelli operativi sicuro-insicuro (K.E. Grossman), come testimoniano quegli adulti sicuri “guadagnati” che, pur avendo avuto un’infanzia travagliata, sono in grado di fornire la storia coerente ed equilibrata della loro esperienza infantile nell’Adult Attachment Interview, un metodo che esplora lo stato mentale del soggetto rispetto all’attaccamento attraverso l’analisi delle qualità della narrazione delle esperienze infantili di attaccamento e delle loro vicende.

Evidente la ricaduta di questa possibile modificazione sulla pratica terapeutica in quanto potenziamento delle competenze narrative, anche se va specificato (come ricorda la Beebe) che il processo terapeutico richiede interventi capaci di legare il livello implicito non verbale (le modalità regolatorie messe in atto dal soggetto nei confronti del terapeuta) con quello dinamico narrativo.

Un ulteriore campo di ricerca caro ai teorici dell’attaccamento è la trasmissione intergenerazionale dei modelli di attaccamento attraverso le funzioni parentali e, in particolare, attraverso la responsività emotiva della madre, la cui sintonizzazione con gli affetti positivi e negativi del proprio bambino sembra un mediatore privilegiato della trasmissione. Responsività emotiva che, secondo alcune ricerche: 1) è influenzata dalle capacità del bambino di segnalare i propri bisogni e di comunicare le proprie emozioni in un rispecchiamento bidirezionale; 2) è correlata al grado di coinvolgimento del padre nella relazione con la madre. Del padre ricerche ancora iniziali indicano una sensibilità ai segnali del neonato simile a quella materna e un comportamento accuditivo caratterizzato da interazioni maggiormente ludiche, centrate sul contatto fisico con picchi di attivazione positiva e passaggi repentini alla pausa.

Non solo la responsività del genitore, ma anche le rappresentazioni del proprio caregiving (flessibile, distanziante o eccessivamente intimo) e quelle relative al figlio risultano fattori della trasmissione intergenerazionale dei modelli di attaccamento. Anzi, secondo Fonagy, è centrale al proposito la funzione riflessiva del genitore a) come modalità elaborativa o difensiva delle proprie esperienze  emotive con le figure parentali, che si riflette nella gestione dei bisogni emotivi del figlio e influenza le modalità del bambino di rappresentarsi la sua relazione con i genitori; b) come competenza metacognitiva – fondante la responsività -, che istituisce il neonato come soggetto di pensieri, desideri, emozioni, attribuendogli una “teoria della mente” corrispondente alla propria, che gli permette di trovare Sé nell’altro e lo rende capace di esplorare senza deformazioni e restrizioni i propri stati mentali. Che richiedono, in primis, (G. Gergely) un rispecchiamento contingente cioè sequenziale a livello temporale, e sintonizzato nell’intensità e nel ritmo. Di Fonagy va inoltre sottolineata l’idea di una acquisizione non definitiva, neppure nella vita adulta, dei modelli operativi interni sicuro-insicuro – e perciò di una loro compresenza e continua oscillazione. E’ compito del caregiver agevolare il passaggio dallo stato mentale di base – inizialmente insicuro – a stati mentali sicuri che permettono al bambino di esplorare il mondo circostante e quello interno.

L’ultimo capitolo traccia le convergenze tra Infant Research, teoria dell’attaccamento e psicoanalisi, evidenziando in particolare quelle prospettive integrate che tendono a superare il potenziale conflitto tra i modelli operativi interni come strutture affettivo-cognitive e le relazioni oggettuali interiorizzate, non solo nell’ambito teorico, ma anche nel lavoro clinico rivolto alle prime fasi delle relazioni genitore bambino.

Viene sottolineata la sorprendente attualità delle ipotesi kleiniane a) sulla predisposizione innata del bambino a un incontro positivo con la madre, grazie agli impulsi libidici e alla consapevolezza inconscia della sua esistenza; b) sulle caratteristiche di realtà di tale rapporto, che ha una sua indipendenza dalla necessità di soddisfare le istanze pulsionali, come testimonia il “tenero colloquio” tra madre e bambino: fonte per il bambino di una identità inconscia con la madre e del sentimento di sentirsi capito.

Un ampio excursus storico riferisce di autori particolarmente attenti ai fattori ambientali traumatici e all’azione che il genitore esercita sul bambino attraverso le sue modalità di accudimento. Ineludibile il richiamo a S. Ferenczi e alle sue riflessioni sul rifiuto materno che rischia di portare il bambino – come ospite non desiderato – vicino alla condizione di non esistenza; sulla trascuratezza deprivante che induce una “progressione traumatica” per cui il bambino è costretto ad assumere – come autoprotezione – le competenze intellettuali ed emotive della condizione adulta; sulla invasività della comunicazione  e sulla violenza sessuale che impediscono il pensiero e portano all’identificazione con l’aggressore.

Ferenczi getta le basi per lo studio della trasmissione intergenerazionale dei modelli relazionali e per innovativi interventi psicoterapeutici che si affermano a partire dagli anni settanta, quando S. Fraiberg, attraverso l’osservazione diretta, in casa, dei bisogni del bambino e della relazione della madre con lui, coglie i ghosts in the nursery, quegli ospiti inattesi, trasferiti da un passato di violenza, trascuratezza, abuso – non ricordato a causa della rimozione degli affetti dolorosi – e che impediscono alla madre di ascoltare i segnali del bambino. Coglie, la Fraiberg, i fantasmi e offre alla madre sostegno e interpretazione dei suoi conflitti, in una cornice teorica, quella della psicologia psicoanalitica dell’Io, che però non è in grado di identificare le precoci difese patologiche del bambino (tipo evitamento, freezing ecc.). E neppure fa uso del concetto di identificazione proiettiva, centrale invece nel pensiero e nella metodologia clinico-osservativa di B. Cramer e di F. Palacio-Espasa.

Questi autori, alla fine degli anni settanta, utilizzando la microanalisi delle interazioni  e dei principi che le informano secondo l’Infant Research, le video registrazioni e le interviste cliniche ai genitori, identificano i diversi tipi di proiezione che si esprimono concretamente nelle modalità di cura (empatica, di tipo costrittivo, narcisistica); colgono le sequenze interattive sintomatiche che focalizzano la patologia della diade: correlati visibili e ripetuti dei conflitti; agiti, occultanti fantasmi, difese, desideri, censure inconsce. Semantizzare l’interazione, trovando la corrispondenza tra le modalità di accudimento e le rappresentazioni, acquista rilevanza terapeutica e permette di modificare quelle interazioni a rischio che comportano insorgenza dei disturbi del sonno, dell’alimentazione, della regolazione emotiva.

Il tema della proiezione genitoriale si declina in C. Bollas nel concetto dell’identificazione estrattiva (ripresa da F. Borgogno nei lavori sugli spoilt children) con cui il genitore si appropria delle caratteristiche della vita mentale del bambino, anziché porsi come oggetto trasformativo che, alterando l’esperienza di sé del bambino, istituisce stati dell’essere – il conosciuto non pensato – come profonda memoria implicita che fonda la struttura dell’Io e diventa trasferibile nella gestione del Sé come oggetto. E tuttavia non può essere elusa, a proposito dei processi di identificazione, l'”ipotesi radicale” di D. Vallino su una possibile funzione alienante della madre come oggetto buono da introiettare, là dove lo svolgersi continuativo dell’esperienza può richiedere al neonato un distogliersi da quanto la madre gli propone, come esperienza di una propria iniziale intenzionalità e di un proprio percorso di ricerca verso qualcosa che non è nel centro gravitazionale della madre. L’eccesso di aspetti e qualità dell’oggetto da introiettare, “l’attrazione fatale dell’identificazione”, è contrastata dalla capacità della madre di rispecchiare la semplice esistenza del bambino e di consolidare il polo intenzionale del Sé.

Nella parte finale del capitolo l’autrice presenta un gruppo di psicoanalisti (S. Seligman, A. Lieberman, A. Slade) che intendono integrare nella teoria dell’attaccamento aspetti dinamici mutuati dalla psicoanalisi e osservabili secondo i principi dell’ Infant Research nelle specifiche modalità interattive genitori-bambini.

Seligman opera una rilettura fortemente relazionale del concetto di fantasia inconscia: come organizzatore primario delle esperienze preverbali e preriflessive del bambino con l’altro nelle prime fasi dello sviluppo; come un format che organizza a livello di memoria implicita gli affetti e le sensazioni corporee del bambino, anche in rapporto alle sue aspettative relazionali. Quindi le fantasie inconsce come aspetti tematici che sostanziano la struttura dei modelli operativi interni. Che, d’altra parte, per la Lieberman non sono semplici schematizzazioni dell’esperienza relazionale, ma implicano da parte del bambino specifiche modalità di elaborazione delle informazioni affettive attraverso le componenti motivazionali sessuali e aggressive, legate alle fantasie inconsce e relative alle figure di attaccamento.

Quanto all’identificazione proiettiva, presa nella accezione di T. Ogden come a two person phenomenon (per cui la pressione sull’oggetto, perché assuma in proprio la proiezione, insiste sino a che si produce un comportamento coerente con essa), viene posta dalla Lieberman in interfaccia con il processo di attribuzione, prima manifestazione cosciente (e quindi osservabile in dettaglio e in  tempo reale) dell’identificazione proiettiva (distante, in quanto fantasia, dalla coscienza) nella struttura affettivo-cognitiva dell’interazione madre-bambino. Attribuzione, come un insieme di credenze (percezioni, desideri, aspettative su chi è il bambino e su chi diventerà) che la madre sviluppa intorno al “nucleo esistenziale” del bambino stesso. Attribuzione positiva, flessibile, suscettibile di modificazioni, funzionale allo sviluppo del bambino, sorretta da identificazione proiettiva normale. Attribuzione negativa, coercitiva dello spazio vitale del bambino per l’espansione del Sé, sorretta da identificazione proiettiva patologica forzante. All’interfaccia tra realtà osservabile e realtà soggettiva, le attribuzioni materne offrono una visione inedita circa le fantasie inconsce e le concrete percezioni che guidano la madre nelle sue modalità effettive di accudire il bambino; informano direttamente i modelli operativi interni che il bambino sta costruendo e sostanziano il suo senso del Sé, molto permeabile al loro impatto nel primo anno di vita, più autonomo e assertivo nel secondo anno.

Anche la Slade riconosce ai modelli operativi interni della madre aspetti rappresentazionali connessi a fantasie e conflitti inconsci con le figure di attaccamento. Attraverso specifiche interviste, indaga le modalità in cui la madre si rappresenta se stessa e il bambino e la trasformazione di tali rappresentazioni grazie al processo di riorganizzazione che caratterizza la gravidanza e il puerperio. Nella trasmissione intergenerazionale la continuità è determinata dalla qualità della consapevolezza della madre rispetto ai propri stati emotivi, trasmessa al bambino mediante il riconoscimento e la regolazione degli stati affettivi nelle interazioni quotidiane.

Negli interventi terapeutici, tesi a modificare i pattern interattivi a rischio rilevati tra genitore e bambino, è centrale l’esplicitare le attribuzioni negative messe in atto dal genitore nelle sue modalità di cura e di comunicazione. La Lieberman sottolinea la possibile  emergenza, nel corso del trattamento, di memorie di segno positivo (Angels in the nursery:…): esse diventano un punto nodale che permette al genitore di attingere a tali esperienze e di godere del ruolo protettivo e “benevolente” che esse possono svolgere nei confronti dei propri figli. La Slade, che mette l’accento sull’analisi delle rappresentazioni materne passate e in via di sviluppo, propone, dopo i tre anni, interventi differenziati da parte dello stesso terapeuta: con la madre, per aumentarne le competenze riflessive agendo sui suoi sistemi di rappresentazione, con il bambino, per svilupparne la capacità simbolica.

L’integrazione operata da questo gruppo di psicoanalisti, secondo l’autrice, rende a) la teoria dell’attaccamento “potenzialmente in grado di spiegare in modo esauriente i diversi aspetti dello sviluppo relazionale ed emotivo del bambino” (141) e di colmare il gap tra il bambino “clinico” della psicoanalisi e quello “osservato”; b) consente di usare l’osservazione diretta e microanalitica delle interazioni secondo un metodo definito da Seligman Infant Research Observation, metodo che permette di esplorare, nelle interazioni, stati mentali profondi (inner states) che legano genitori e bambini.

L’autrice non manca però di riportare le critiche di J.A. Grodstein sulla possibilità di osservare direttamente, secondo i principi dell’Infant Research, i processi di identificazione alla base della relazione madre-bambino e, insieme, la proposta di una definizione chiara e limitativa dei rapporti tra psicoanalisi e psicologia dello sviluppo: l’Infant Observation in grado di render conto dell’esperienza intrasoggettiva del bambino (experience close method) e l’Infant Research in grado di documentare gli aspetti intersoggettivi (experience distant method). Una divaricazione che M. Rustin ha proposto di ridurre attraverso l’adozione, nell’Infant Observation, di metodologie osservative longitudinali più sistematiche: per studiare lo sviluppo del bambino nelle sue relazioni oggettuali e nei processi di identificazione sottesi.

Mirella Zanette