Il pensiero gruppale nel lavoro con il paziente, nella supervisione, nei servizi

G. Gabriellini (A cura) (2013)

Il pensiero gruppale nel lavoro con il paziente, nella supervisione, nei servizi

Felici Editore, pp. 176

Recensione di Ambra Cusin

Appunti a margine degli Atti sul Convegno “Il pensiero gruppale nel lavoro con il paziente, nella supervisione, nei servizi”.

“[…] voglio dire che è difficile partecipare a un gruppo senza sentirmi stimolato e obbligato a pensare… continuerò a pensare a lungo a questa esperienza. E’ un argomento infinito….E’ molto importante osare pensare e sentire qualsiasi sia la cosa che si pensa e si sente”. (Bion, 1978)

Il Convegno, svoltosi a Pisa nel novembre 2012 sul tema de “Il pensiero gruppale nel lavoro con il paziente, nella supervisione, nei servizi” di cui sono raccolti i contributi nel testo, curato da Gabriela Gabbriellini, potrebbe essere egregiamente sintetizzato proprio con la frase di Bion che ho riportato in apertura. Di fatto, infatti, il convegno si è trasformato spontaneamente in un gruppo che ha lavorato assieme per ricavarsi uno spazio di pensiero in cui sentire profondamente l’elevato valore psicoanalitico del lavoro gruppale, soprattutto all’interno delle istituzioni, sotto forma di supervisione, di seminario analitico di gruppo, di discussione di caso clinico, di gruppo Balint, di presentazione di un “testo mirato”. Quello che cercherò di fare dunque sarà di condividere con voi gli appunti che avrei riportato dal Convegno, a cui non ho potuto partecipare, ma che nella lettura di questo testo mi hanno permesso un’esperienza emotiva di partecipazione e condivisione.

Il convegno si interrogava su come lavori il pensiero gruppale in diverse situazioni, su come si possa operare per beneficiare della generatività del gruppo facendo contemporaneamente fronte alle difficoltà e alle minacce insite naturalmente nel gruppo di lavoro. Un gruppo di lavoro infatti può “ammalarsi”! Un tema così sentito che, in un intervento al dibattito, Antonio Suman (131) ha voluto integrare osservando come, quando in un gruppo, specie se di supervisione, ci si trova in una modalità difensiva, è necessaria la nascita di un nuovo punto di vista tale che possa portare ad un cambiamento nel clima del gruppo stesso. I contributi, arricchiti da diverse situazioni cliniche, pur nella loro brevità, sono assolutamente intensi, tanto che operare una sintesi risulta un’operazione non facile.

Vorrei iniziare dallo scritto di Guelfo Margherita, che è intervenuto nella ricca discussione seguita alla presentazione dei lavori della mattinata, perché mi sembra riesca a cogliere un aspetto importante dei discorsi fatti: “L’istituzione è un sistema dinamico complesso e al suo interno, per mantenere intatto il lavoro analitico, perfino agli stessi setting, transfert e interpretazione vanno adattate trasformazioni topologiche che li adeguino al nuovo contesto” (117).

La psicoanalisi dunque può restare tale quando entra nell’istituzione per intervenire in un complesso campo transpersonale? Oppure, come spesso temiamo, perde il suo specifico? Si tratta di adeguare, o adattare il setting, la visione del transfert, il modo di interpretare, oppure semplicemente quello che appare come adattamento non è che un diverso percorso, effettuato da un altro vertice osservativo, che ci permette di raggiungere il medesimo risultato, ovvero, come appunto dice Bion, quello di “…osare pensare e sentire qualsiasi sia la cosa che si pensa e si sente”(109)? Siamo, infatti, spesso preoccupati di perdere lo specifico psicoanalitico annacquandolo, secondo una certa visione, per esempio sotto l’influenza delle dinamiche istituzionali. Credo invece che in questo libro troviamo dei contenuti che ci dimostrano esattamente il contrario ovvero come la nostra creatività di analisti comporti una evoluzione, piuttosto che un adattamento, del nostro metodo, una specie di arricchimento del nostro modo di intervenire e lavorare nella stanza di analisi che ci apre ad essere consapevoli della potente capacità intuitiva che il gruppo genera.

Ci dice Giovanni Hautmann, nell’intervista riportata all’inizio del testo e curata da Gabbriellini e Tancredi, come sia il gruppo a divenire interlocutore e come tutti nel gruppo siano importanti nonostante il silenzio di qualcuno perché anche chi è silenzioso è comunque “portatore di un messaggio che non si esplicita, ma che in seguito potrà trovare il modo di esplicitarsi” (p. 10). Se noi ci permettiamo di sentire il gruppo come un interlocutore di un dialogo, invece che come un insieme di persone, cogliamo ciò che spesso crediamo di conoscere come teorie che mastichiamo bene, ma che a volte non sperimentiamo veramente, ovvero che la psicoanalisi è un metodo che ricerca la verità nella libertà e può percorrere strade diverse, a seconda del sentire, appunto, di ogni singolo analista, ma che al fondo raggiunge il medesimo scopo.

E allora nel “seminario analitico di gruppo”, di cui parla Hautmann si è consapevoli dell’inconscia presenza di altri così come l’analista sente di tenere dentro di sé la gruppalità che aiuta la comprensione e la recezione del messaggio dell’altro (p.11) perché, è non è male sottolinearlo, “ l’analista lavora con tutto se stesso, un’entità complessa che ha una componente gruppale, sempre presente anche nel lavoro individuale” (11)

Ma questo è profondamente valido anche per le altre modalità creative pensate da chi è intervenuto al convegno. Per esempio quando Neri ci parla della sua idea di presentare, in un lavoro di supervisione, un suo “testo mirato”, scritto e creato apposta da lui per quel gruppo di lavoro con quel problema, in cui esplicitare alcune problematiche legate a quella situazione e permettere agli operatori di avere il testo prima della supervisione, per poterlo pensare e poi discutere assieme a Neri stesso, non fa a mio parere un adattamento del metodo psicoanalitico alla situazione istituzionale, ma creativamente, grazie alla sua intuizione, permette a quel gruppo di “osare dei pensieri” attorno al suicidio di un paziente che risultava profondamente angosciante e impensabile. E’ questo non è un lavoro pedagogico di spiegazione, come potrebbe apparire di primo acchito, ma un mettersi profondamente in contatto con il dolore degli operatori e cercare assieme a loro una modalità per affrontarlo. L’idea di Neri a mio parere attinge proprio dal suo inconscio gruppale, da quel “tutto se stesso” che ha sentito come, in quella situazione, risultasse necessario trovare una trama – il testo mirato appunto – su cui depositare l’esperienza emotiva del gruppo –équipe….raccogliendo i fili dell’esperienza condivisa nella supervisione precedente e con essa tessere un nuovo ordito e altri disegni. (p.46, citando una comunicazione personale di Saraò). Neri ci appare dunque come una persona che non solo ascolta, ma si pone domande su ciò che sente e per queste domande non ha risposte pronte e competenti quanto piuttosto ulteriori domande inquietanti e stimolanti.

Come dice bene Hautmann (12) “il confronto con un gruppo è come l’uso di una lente di ingrandimento, con cui tornare a contattare il singolo individuo, in cui allora è più facile percepire la molteplicità”. E così Roberto Mazza, intervenendo al dibattito sottolineerà l’aspetto terapeutico del gruppo di supervisione grazie proprio alla “condivisione delle emozioni, la perdita dell’isolamento, la riflessività e il tempo” (146) proprio perché il conduttore può offrire ai partecipanti qualcosa di simile a quanto avviene in seduta individuale allorché, continua Mazza, “il paziente percepisce a livello inconscio il modo di lavorare del proprio analista e viceversa” (147). Il conduttore offre quel “tutto se stesso”…! La sua capacità di far germinare dal proprio apparato mentale, pensieri nuovi proprio grazie alla circolarità attivata dal gruppo che promuove intuizioni.

Se l’inconscio ha quindi, come sottolinea Kaës, non solo una dimensione individuale, ma anche una gruppale questa non è un difetto da combattere ma un’opportunità, una risorsa, come dice Ferruta (18) da rispettare, coltivare e utilizzare”. E’ su questa dimensione gruppale del funzionamento psichico nella teorizzazione psicoanalitica che Ferruta si interroga procedendo dall’analisi individuale, attraverso la descrizione dei seminari analitici di gruppo (Hautmann, Resnik, Foresti, Rossi Monti) – che più della classica supervisione mobilitano e mantengono le competenze di tutti i presenti in quanto utilizzano il significato delle “potenti emozioni suscitate dal contatto con il paziente (il caso portato) per utilizzarle come risorse terapeutiche, invece di cercare di contenerle con sforzo e evacuarle nei modi possibili” (24) – per approdare alla modalità “Ripensare il caso clinico”, avviata dal Centro Milanese di Psicoanalisi, che abbina la possibilità di dare sia degli strumenti ai colleghi delle istituzioni, per il trattamento psicodinamico del caso, che una formazione analitica, cioè un modo di guardare, aggiungo io, alla ricerca della verità nella libertà. Da qui Ferruta ci illustra come, a livello internazionale, si lavori anche con lo strumento della Conferenza Clinica, luogo concreto e mentale per ospitare il racconto degli incontri con il paziente, una modalità per pensare al paziente elaborando l’esperienza vissuta con attenzione a quegli aspetti che, sul piano mentale, non riescono a compiere un lavoro psichico con un certo vissuto. La Conferenza Clinica come contenitore mentale della vicenda della consultazione che avvalendosi dell’apporto di più menti, sa affrontare la profondità e complessità delle angosce in gioco. (31)

Negli interventi al dibattito, riportati nel testo, ci tengo a sottolineare lo sguardo al transgenerazionale, che compare anche nel gruppo, e che viene sottolineato da Gabbriellini (153) che ci dice come il campo analitico, che si apre all’emergere della gruppalità, si trasforma in un campo multipersonale, abitato non solo dalla coppia analitica, ma anche dalla gruppalità del paziente e dalla gruppalità dell’analista, da parti del paziente e da parti dell’analista e da parti di persone vissute prima di loro: resti che uniscono le generazioni. Ma questa dinamica appartiene anche alla situazione gruppale dove personaggi diversi si intrecciano tra di loro dando voce a qualcosa che ha a che fare con le generazioni passate sia dei partecipanti che del gruppo stesso. Queste sue osservazioni mi hanno fatto ricordare come in un mio gruppo, in cui nel tempo erano cambiati tutti i partecipanti, emergessero talvolta delle tematiche, attraverso fantasie e immagini, che appartenevano al gruppo delle origini e che non erano conosciute dai presenti.

Enrico Levis ha evidenziato, nel suo breve intervento, l’importanza dei gesti delle mani di Hautmann che nell’intervista accompagnano significativamente le sue parole così che tra gesto e parola il pensiero possa prendere corpo e consistenza (128)

Troviamo anche l’intervento di Simona Nissim che riporta il lavoro di infant observation con un gruppo di operatori senegalesi che osservano le madri in un contesto culturale diverso e le caratteristiche, legate allo sguardo della madre verso il bambino, che sono diverse in questo gruppo perché si rifanno ad una diversa mentalità di gruppo. La Nissim si interroga anche su quanto l’applicazione di questo metodo, codificato secondo la cultura occidentale, rappresenti un arricchimento o una sorta di colonizzazione per questo gruppo di operatori tenendo conto anche delle caratteristiche, in qualche modo negative, che l’osservare ha per quel popolo.

Infine Gabriella Smorto ha dedicato qualche parola per commentare come il contesto culturale attuale sostenga soprattutto l’identità individuale e trascuri quella gruppale, cioè quel “Io che incorpora il Noi” avendo con sé l’altro che la psicoanalisi delle relazioni primarie e dei gruppi evidenzia.

Nella postfazione, Gregorio Hautmann ha sottolineato come la platea di “addetti ai lavori” che ha partecipato al convegno, abbia costituito in definitiva un vero e proprio gruppo di lavoro entro il quale è circolata palpabile una dimensione intrisa di affetti e di intimità (165).

Questi lavori mi hanno permesso di ricordare gli anni trascorsi nel servizio pubblico in cui, come psicoterapeuta, mi occupavo della cura e della riabilitazione degli alcolisti e dei loro familiari in una comunità. Utilizzando le parole dell’intervento di Boccanegra, posso dire che anch’io, con l’équipe di cui ero parte, ho sperimentato la necessità di fare della comunità un luogo per ricostruire le relazioni umane, anche grazie a quelle relazioni che l’utenza stabiliva con l’équipe stessa, interlocutrice adeguata che dai “frammenti dispersi è in grado di ricostruire fedelmente quanto è accaduto” (85) E questo poteva avvenire, proprio come afferma Boccanegra (87) attraverso un fine esercizio di parola e di tatto che si abbinava allo sviluppo, negli operatori, dell’attitudine ad una certa “visionarietà” che consiste nell’esercitare in modo prolungato e in condizioni assistite (favorito dal costante lavoro in équipe) una certa familiarità con il fondo allucinatorio, senza allucinare veramente, che diviene parte dell’apprendistato dell’operatore.

Rammento come ci sentissimo a volte simili ai personaggi della famosa fiaba di Frank Baum, Il mago di Oz, dove tutti andavamo a cercare la soluzione ai nostri problemi (la soluzione del caso di un paziente) dal supervisore per scoprire, lentamente, come questa fosse depositata non solo in noi, ma fosse un prodotto che il nostro gruppo di lavoro, l’équipe, esprimeva attraverso il nostro continuo camminare assieme, relazionandoci e osservando/studiando le emozioni che scaturivano dalla nostra relazione reciproca.

Si attivava così tra noi la binocularità, da tenere costantemente accesa, che, come dice Margherita (115) si esprimeva nel dialogo possibile tra una mia testa-io e una mia testa-noi in una oscillazione costante che attivava il discorso collettivo e circolare. Così nel convegno, e nei lavori che il libro riporta, sono stati portati non tanto dei contenuti su cui dialogare razionalmente e logicamente, ma dei “coaguli di emozioni in grado di mettere in moto il cervello gruppale per fare pensare e sentire, magari subliminalmente, al gruppo il suo posizionarsi e i suoi movimenti” (Margherita, 12)

Il succo di questo testo mi sembra dunque bene espresso in una frase di Corrao: “Il pensiero scioglie le emozioni troppo addensate” (56) e credo che questo convegno abbia permesso appunto uno spazio ad un pensiero fluidificante che ha facilitato la circolazione dei contenuti e degli affetti tra i colleghi presenti.

Ambra Cusin

Maggio 2014