“Il vivente e il sacro” di D. Chianese. Recensione di L. Spanò 

“Il vivente e il sacro”  di D. Chianese. Recensione di L. Spanò 

“Il vivente e il sacro”

di Domenico Chianese 

(Astrolabio, 2020) 

 

Recensione a cura di Leonardo Spanò

“Il tocco umano”

 

Era lo sguardo degli ippocastani,

pedalando, perfetto per loro

e già sulla curva perduto a guardarli.

 

Quasi un sorriso perduto, i contorni di un viso

quasi veduto,

perduto nel fruscio del fogliame.

 

Le cose cambiano: ora sono i fiori

miniature di minareti

bianchi ben disposti decori.

 

Mi incantano fermi, sui nuvoli verde scuro

delle rame, nel cielo traboccanti, dal muro

incantevolmente abbondanti.

 

 

E io non so quale sia il più vero

me stesso, se questo che guarda di adesso

o quello che vede nel tempo del mio pensiero.

 

Gian Mario Villalta, Ippocastani, Vedere al buio.

 

 

Per uno di quei curiosi, ma affatto rari, fenomeni di sincronicità, una possibile chiave di lettura, una (non necessaria, intendiamoci) forma di sintesi per il nuovo lavoro di Domenico Chianese “Il vivente e il sacro”, mi è stata proposta dall’ultimo, potente e un poco austero, libro di Francesco Stoppa “Le età del desiderio”. La dove si fa cenno al “tocco umano” (espressione che l’autore prende a prestito a sua volta da una intensa canzone di Bruce Springsteen: Human Touch, per l’appunto), ovvero “l’arte di esserci senza imporsi, la capacità, al momento giusto, di sapersi sottrarre per lasciare spazio all’imprevedibile evoluzione delle cose”. Tutto il nuovo libro di Chianese mi sembra attraversato da questo tocco: in questo “dire sì alla vita, che è per certi versi anche un venir meno a se stessi e alle proprie pretese di centralità” non sembra affatto difficile “riconoscere il congegno invisibile che regola il fatto umano per eccellenza, il passaggio tra le generazioni”. E ancora: “Per quanto indigeste possano apparirci l’insensatezza e l’ostinazione di fondo della vita, ciò non toglie che fra tutti i viventi siamo coloro che, in virtù delle dotazioni offerte dalla parola e dai suoi derivati, hanno i titoli per prendersene cura.”

 

Figura tra le più rilevanti e apprezzate della psicoanalisi non solo italiana, di questi ultimi decenni, Domenico Chianese torna con un’opera che ne conferma e ne accresce il carattere specifico e l’imprescindibile valore. Ci conduce attraverso la pervasiva tensione delle sue esplorazioni, ci racconta dei fantasmi che affiorano dalla memoria, ci porta a spasso nel tempo e nei luoghi con mano sicura, e con un’attitudine e una curiosità quasi adolescente, sempre pronta a stupirsi di fronte all’inaspettato, che insieme ha però maturato una consapevolezza assai più profonda, che non divora più ma che pacatamente seppur ostinatamente – questo sì – interroga e si interroga.

Non è facile disporsi a raccontare un libro come questo senza rischiare di tradirne il senso più profondo. Se ne può parlare esclusivamente senza affrontarlo in modo sistematico, un’attitudine che ne svilirebbe la ricchezza e la sua indubbia qualità. Si tratta di un libro che procede per apposizioni, illuminazioni, grumi di pensiero, citazioni, pur possedendo un ordine, una coerenza sotterranea oltre a una costruzione tutt’altro che casuale.

La narrazione che ne scaturisce è ricca di figure e personaggi: Freud tra tutti, e poi Jung, Bion, ma anche Bohr, Einstein (li ritroveremo tutti sognatori di un unico grande sogno). Circola dunque, in “Il vivente e il sacro”, la presenza costante del ricordo, sempre attivo e formicolante nelle sue briciole più indelebili, nelle sue molteplici immagini, misteriosamente capaci di oltrepassare se stesse. La bella prosa del libro si manifesta con vibrazioni inattese in un procedere aperto, duttile, che ne modifica i contorni con una capacità immediata di coinvolgimento comunicativo. Un percorso, quello di questo libro, articolato e insieme unitario, che si impone nella sobrietà volutamente orizzontale delle emozionanti parti (penso per esempio al capitolo “ In una stanza narra con smarrimento di demoni e inferi”, dove, a mio giudizio, risiede il cuore teorico di tutta l’opera) che precedono – spesso anticipandola nei toni – quella verticalità vibrante e tagliente in profondo che si delinea nei decisivi capitoli finali dedicati al racconto clinico dell’Uomo della farfalla.

Un libro che si può pensare come un lungo sogno, a patto che, come ci ricorda l’autore (in un passo in cui riecheggia, ma qui il pensiero si fa ancora più liberato e umanizzato, l’amatissimo Fachinelli), si sia convinti che al fondo il sogno comunque non si lascia disturbare dai suoi significati: “il sogno osa sempre più di quanto si permetta il sognatore da sveglio con le sue interpretazioni, il sogno testimonia ciò che vuoi essere, ciò che puoi essere, il sogno infine è importante non solo per quel che scopre ma per quel che promuove.”

Un libro pieno di grazia e di luce, vitalissimo ma affatto consolatorio; a tratti commovente, ma se dovesse muovere al pianto, questo sarà senza lacrime oscure.

 

Sulla soglia tra sonno e veglia

assale l’obbligo bipolare

più popolare: “Deciditi!” e intanto “Resta te stesso!”:

chi mai vedesse contraddizione

tra la decisione (tagliare, adesso, la corda,

saltare il fosso) e medesimarsi in sempre uguale

sé, cioè (ri-)petere lo stesso stare,

dovrebbe come nel dormiveglia sognare

ancora un minuto un minuto per addormentare

il sonno e un minuto un minuto ancora (ma sempre

lo stesso minuto) da sveglio dentro il sogno.

 

Gian Mario Villalta, Il scappamorte.

 

BIBLIOGRAFIA:

Domenico Chianese “Il vivente e il sacro”, Casa Editrice Astrolabio, 2021 Roma

Francesco Stoppa “Le età del desiderio. Adolescenza e vecchiaia nella società dell’eterna giovinezza”, Feltrinelli Editore, 2021 Milano.

Gian Mario Villalta “Il scappamorte”, Amos Edizioni, 2019 Novara.

Gian Mario Villalta “Vedere al buio”, Luca Sossella Editore, 2007 Roma.

 

Vedi anche in Spiweb:

“Il vivente e il sacro” di D. Chianese

CAP – Presentazione del libro “Il vivente e il sacro” di D. Chianese 11/6/21 zoom

Presentazione “Il vivente e il sacro” di D. Chianese 8/5/21