Illusioni e disillusioni del lavoro psicoanalitico

Illusioni e disillusioni del lavoro psicoanalitico

Raffaello Cortina Editore, Milano, pp. 206, (2011)

Recensione di Francesca Moscato e  Paola Solano

“E’ il senso la vera holding, non l’oggetto.”
André Green

André Green è morto il 22 gennaio 2012. Psicoanalista di fama internazionale, ha affrontato quasi tutti gli aspetti della psicoanalisi apportando un originale e significativo contributo sia sul piano teorico che clinico. La sua opera rispecchia la polifonia del suo pensiero, ispirandosi sia ad autori britannici – in particolare Winnicott e Bion – sia al pensiero lacaniano e freudiano. Esperto e studioso degli stati-limite, Green sviluppa un’asse di ricerca sulla pulsione distruttiva, arrivando a concettualizzare il lavoro del negativo, l’allucinazione negativa della madre rappresentazione intrapsichica dell’assenza, del translazionale. Approfondisce inoltre gli aspetti metapsicologici del processo psicoanalitico in particolare il ruolo del setting che definisce “oggetto analitico”, terzo nella diade analista- paziente che assume così una triangolazione che rimanda all’Edipo. Prendono così forma differenti, ma contemporanee e coesistenti realtà: quella narcisistica del singolo, quella della coppia polisemica transferale, quella del transazionale nel setting e quella triangolare edipica.

Nella sua ultima opera, Illusioni e disillusioni del lavoro psicoanalitico, Green raccoglie le esperienze di oltre cinquant’anni di pratica psicoanalitica e propone un’articolata riflessione sul difficile tema dell’efficacia del metodo psicoanalitico nel trattamento di pazienti stato-limite o psicotici e su come, forse, la tecnica debba essere adattata per essi. È sugli insuccessi, fallimenti, della psicoanalisi dunque che si concentra l’Autore. Inizia parlando di Marylin Monroe che non esita a definire “caso esemplare di fallimento del trattamento psicoanalitico”. L’attenzione è sugli stati-limite, paradigma del modello contemporaneo, e sulle evoluzioni sfavorevoli che il loro trattamento può presentare tra cui l’analisi interminabile. Green riprende qui gli assi portanti del suo pensiero e li presenta con uno stile lineare, diretto ed elegante. I capitoli sono brevi, insaturi e, così come una buona interpretazione, toccano il profondo del corpus concettuale greeniano creando, al tempo stesso, uno spazio nella mente del lettore che possa accogliere una riflessione personale, quella curiosità che porta all’approfondimento. L’opera si articola in tre sezioni che, come evidenzia Ferdinando Urribarri nella Postfazione, individuano nel pensiero dell’Autore tre dimensioni principali ovvero una clinica, una metapsicologica ed una storica.

Nella prima sezione, Studio teorico, Green riflette dapprima sugli elementi costitutivi della psicoanalisi in termini metapsicologici e di relazione analitica quali la funzione evocativa del linguaggio, la parola che diventa “parola sdraiata ad un destinatario nascosto”, la regola fondamentale ed il significato del setting. Descrive poi alcune manifestazioni con cui la pulsione di morte si può presentare quali reazioni terapeutiche negative intimamente intrecciate a quel narcisismo negativo tendente ad azzerare gli investimenti libidici, allo svuotamento psichico, alla perdita di senso, alla “desertificazione psichica”, come suggestivamente la definisce Green, alla “psicosi bianca” ed infine all’ “autosparizione dell’Io”. Sottolinea inoltre il ruolo fondamentale della trasmissione intragenerazionale di un lutto agli interrogativi intrapsichici, lasciando trasparire con teoria della “madre morta” la possibile evoluzione patologica dello psichismo: “è l’umano che fa difetto più che l’eccesso della perversione maligna”. In questi pazienti, Green suggerisce che un maggiore insight ed un transfert più tollerabile può essere ottenuto attraverso modificazioni della tecnica quali il faccia a faccia, a scapito della terzietà del setting e cioè dell’istanza metaforizzante, paterna e della funzione simbolica terza.

Nella seconda sezione, Studio clinico, Green riporta e commenta esperienze cliniche proprie e di colleghi di casi complessi con evoluzione sfavorevole in cui vengono illustrate situazioni già esposte nello Studio teorico. Si tratta di trattamenti lunghi, di “analisi interminabili”, di transfert intensi e complessi in cui la follia privata del paziente rimane inaccessibile. Casi, resi immortali, che se da un lato testimoniano i limiti della psicoanalisi, dall’altro la fanno interlocutrice privilegiata per la comprensione dei meccanismi psichici che presentano.

La terza sezione, Illusioni e disillusioni del lavoro psicoanalitico, è dedicata alla riflessione ed all’evoluzione del concetto di negativo. Alla già teorizzata interiorizzazione del negativo, squisitamente intrapsichica, viene accostato un negativo frutto dell’esteriorizzazione dell’aggressività che attacca da fuori la vita interiore modello questo di assoggettamento utilizzato dalle dittature europee del Novecento. Questa concettualizzazione posta alla fine dell’opera necessiterebbe, pensiamo, di ulteriori considerazioni ma la morte dell’Autore lascia per ora aperto l’interrogativo.

Dice Green : “Uno va in analisi perché il senso della sua vita è stato alterato”. Compito dell’analista è la restituzione di un senso perduto sotto il dominio della pulsione di morte e sostituito da un vuoto, espressione del negativo che ne testimonia l’assenza. Senza funzione analitica, senza holding non vi è possibilità che compaia un senso, vi è solo un terrore indefinibile che non può essere pensato. Green guida il lettore attraverso il suo pensiero, lo ammonisce rispetto ai possibili ostacoli, favorisce il pensiero e la riflessione personale. Tuttavia, termina con modalità che possono sorprendere chi non lo conosceva, puntualizzando “che non ci si aspetti di trovare qui delle confidenze personali. Ciascuno ha il diritto che si rispetti in lui la parte del segreto”. Saluta così nella sua ultima opera, lasciandoci un grande ricordo e la ricchezza del suo pensiero.

Febbraio 2012