L’ultima cena: anoressia e bulimia

Quest’immagine onirica assume, secondo l’Autore, un valore paradigmatico della posizione anoressica e introduce due temi fondamentali sviluppati nel corso del lavoro: l’identificazione idealizzante e il reale della pulsione. Anoressia e bulimia, precisa Recalcati, rispondono alla stessa logica di discorso, “sono le due facce della stessa medaglia”. Mentre l’anoressia aspira alla realizzazione dell’Ideale del soggetto, la bulimia ne rappresenta lo scacco, legato “all’irruzione del reale pulsionale sulla scena dell’Ideale”. (25) La riflessione metapsicologica prosegue nel differenziare “l’oggetto cibo”, in quanto fonte di soddisfacimento del bisogno, dal cibo-seno, oggetto mitico, significante del primo oggetto di relazione con l’Altro. Nell’anoressia, sostiene l’Autore, è venuto a mancare un “materno capace di oscillare tra la presenza e l’assenza senza irrigidirsi in uno solo di questi due poli”. (74) Non si è creata, di conseguenza, la possibilità di una separazione, ma piuttosto l’instaurarsi di “un’identificazione adesiva” (per riprendere Meltzer) o come viene ridefinita dall’Autore “una sorta di specularizzazione dell’Altro”. (88)

Nella bulimia, d’altra parte, il cibo rappresenta “un oggetto transizionale fallimentare” che, seppure libidicizzato, si rivela “insufficiente nella sua funzione di oggetto separatore”. (89) Nel valore idealizzante dell’identificazione l’Autore rintraccia un difetto, una debolezza della metafora paterna, di una Legge che non ha sufficientemente limitato e contenuto il desiderio materno. Diventa in questo senso emblematica la scelta dell’anoressica la quale, nella sua rinuncia progressiva alla vita intraprende due vie: quella estetica (l’ideale del corpo magro) attraverso il controllo implacabile sul proprio corpo, e quella morale nel perseguire una volontà radicale dettata da un Super-Io spietato che regola, quantifica, e difende dal desiderio dell’Altro (97). Un Super-Io distruttivo si sostituisce al Super-Io normativo. L’Io Ideale prende il posto dell’Ideale dell’Io. Sul piano clinico l’Autore mette in evidenza la necessità di distingure il fenomeno dalla struttura soggettiva che lo sottende, dalla sua particolarità e unicità. Il fenomeno anoressico-bulimico è, infatti, contraddistinto da una modalità seriale (rituali, ossessioni angosce) la cui evidenza e visibilità “occultano” in realtà la struttura di fondo. Possiamo quindi assistere a deliri ipocondriaci pervasi da idee di trasformazioni mostruose dell’immagine corporea mentre sul versante nevrotico (isterico, ossessivo) l’anoressia-bulimia può assumere il significato di una sfida rivolta all’Altro.

Oltre al dualismo nevrosi-psicosi è possibile rintracciare una terza struttura connotata da meccanismi di scissione particolarmente intensi messi in atto dal soggetto per sopravvivere alla propria distruttività. Il tema del vuoto e della dispersione dell’identità, spesso ricorrenti, ricordano l’organizzazione degli stati limite già individuata e descritta da Kenberg e caratterizzata “[…] dal fallimento della funzione metaforica del sintomo che lascia invece il posto alla proliferazione di identificazioni narcisistiche prive di appoggio simbolico”. (213) Lacan, a proposito del fenomeno psicosomatico, ha utilizzato il termine “olofrase”, qui ripreso dall’Autore per sottolineare la fissità della posizione anoressico-bulimica che preclude ogni dialettica discorsiva e rimane nell’ordine del non-simbolizzabile. Queste considerazioni teoriche hanno significative implicazioni a livello di clinica psicoanalitica sia per quanto riguarda le condizioni di analizzabilità del soggetto anoressico-bulimico sia per l’efficacia della cura analitica laddove ciò che è in causa non è “una verità rimossa”, ma il reale del corpo, non “l’enigma”, ma una “lesione” reale. La letteratura classica sull’argomento ha già messo in luce l’inefficacia dell’uso dell’interpretazione semantica nel trattamento dell’anoressia e l’Autore ribadisce l’importanza della dimensione dell’ascolto da parte dell’analista, di una presenza che “non satura”. Ma il passo successivo, la condizione preliminare affinché venga articolata una domanda di cura “soggettivata” è il verificarsi di “un’incrinatura” nella padronanza dell’Ideale (spesso rappresentata dalle crisi bulimiche o dal rischio imminente della morte).

Non manca, infine, uno sguardo rivolto alla storia antropologica delle “forme di digiuno” (culminate nella figura della “santa anoressica”) e una lettura critica del discorso sociale nell’epoca post-moderna e post-capitalista nella quale predominano il mito dell’immagine e della fruibilità illimitata degli oggetti. In questo senso il fenomeno anoressico-bulimico sembra costituire un insegnamento drammatico, una risposta estrema e paradossale al nuovo disagio della Civiltà.