L’uomo, la macchina, l’automa

 

Carlo Sini (2009)

Torino, Bollati Boringhieri, pag.124

Il saggio di Carlo Sini affronta in una chiave di lettura originale il tema della costituzione e della "umanizzazione" del corpo a partire da un antico sogno dell’uomo, quello dell’automa come suo doppio. Nell’introduzione storico/critica l’Autore discute un libro di Mario Losano (Storie di automi. Dalla Grecia classica alla belle époque) e alcuni lavori dell’epistemologo e romanziere Giuseppe Longo (tra cui Il nuovo Golem. Come il computer cambia la nostra cultura). Nella seconda parte del saggio egli articola e distingue il passaggio dalla fase in cui si è corpo (distinto in Körper, corpo-cosa, e Leib, corpo-vivente) a quella in cui si ha corpo in quattro momenti, regolati da processi di "azione esosomatica" (82).

In una prima fase il corpo non è ancora, è puramente "vivente", è vita che "non appartiene ad un io" (80) e che, nell’azione, si estroflette e "viene al mondo" esponendosi così agli eventi e restandone passivamente "alla mercé" (81).

Ne segue una "retroflessione" grazie alla quale la vita si rende "avvertita nella sua azione" (81) e può perciò cominciare a progettarsi. Essa si orla col retroflettersi nella sua azione". L’orlo è il luogo di accadimento della differenza interna al Körper, il luogo in cui il Lieb s’inscrive nel Körper. La sua azione, prima puramente protesa, "esosomatica", si trasforma in operatività, in abilità finalizzata. La vita si riconosce come corpo-strumento, attivo e intenzionale, rispetto alle cose esterne, passive e intenzionate.

Tale differenza, tuttavia, è vissuta, ma non ancora "saputa". Perché essa divenga autorappresentativa e autocosciente, occorre che ora una nuova estroflessione si diriga su «qualcosa di opportunamente "isolato" nella materialità del suo supporto» (82): il supporto è ciò che «sta al posto di, quindi ciò che fa segno». (ibid.) Il supporto in quanto segno si dice "protesi".

Linguaggio è protesi: il linguaggio si costituisce come "una sorte di corpo artificiale" (84). Non solo: protesi è, innanzi tutto, nome. La mente autocosciente nasce con la retroflessione della protesi: corpo-protesi è corpo che si dà nome (si conosce) attraverso la specifica operatività della voce. La protesi rende il corpo parlante e conoscente e «in quanto luogo eminentemente rappresentativo, (essa) è in effetti origine delle arti e di ogni arte» (98).

Attraverso la voce la parola si estroflette e si rende auto(no)ma rispetto al parlante, ad esempio come scrittura: Si recide così il nesso tra l’agente e il suo estroflettersi. Ora l’automa è alieno, si muove da sé, «ha in sé il suo principio attivo» (86). L’originario progetto dell’azione è ora tradotto in "ideazione grafica" e diviene automa(tico). L’automa è macchina linguistica che lavora auto(no)mamente e che, di nuovo, si retroflette nei termini di "informazione" e, in definitiva, di "cultura". Il corpo automa è, per così dire, acculturato.

Aldilà delle differenze lessicali e delle notevoli sfumature concettuali, non possono sfuggire le numerose attinenze con temi di rilevanza psicoanalitica, a iniziare da quello del "sosia" (Freud, 1919). Seppure rispetto al costituirsi del corpo vi sia espunta, o più probabilmente sottintesa, ogni implicazione sensoriale, affettiva ed erotica, risultano evidenti le corrispondenze con il corredo concettuale della psicoanalisi: Körper → Corpo-biologico; Leib → Corpo pulsionale; impulso/intenzione → istinto/pulsione; protensioni-esosomatiche → processi di scarica; retroflessione → (ri)significazione-a-posteriori; distanza → differenza; segno → sintomo. Altrettanto evidenti risultano i riferimenti all’empatia, alla "figurazione dell’ignoto", al sapere come "superstizione" legata al continuo rinviare del segno.

L’insistenza del segno, in quanto automatismo di ripetizione, richiama peraltro la Wiederholungszwang freudiana e nel capitolo La memoria e la macchina, l’Autore traccia una differenza fondamentale tra due tipi di memoria: quella che ravvisa, riconosce, e quella che ri-produce. «L’automa è memoria, tuttavia non è memoria in azione» (108). Nell’introdurre la dimensione temporale, tra il discreto e il continuo, (inevitabile il richiamo all’inconscio in quanto atemporale) l’Autore sottolinea l’impossibilità dell’automa di vivere l’esperienza (l’evento) del ricordo da cui possa sorgere una "memoria smemorata" (A.Green) o come la definisce Sini "vivente smemoratezza sempre qui" (114). E qui incontriamo anche l’ultima figura del percorso di questo saggio e cioè la capacità del vivente umano, a differenza dell’automa, di provare la nostalgia, legata non tanto al ricordo dell’accaduto ma ad una «presenza non presente che di continuo accade» (ibid.) e che rimane un tratto universale e irrinunciabile dell’esperienza umana.

Laura Contran