La follia e l’intermediario

Il modello dell’integrazione funzionale, tra i più conosciuti, discussi, ma anche tra più diffusi nell’istituzione psichiatrica italiana, si è sviluppato nell’arco di 40 anni e come ricorda l’Autore è nato dall’analisi della specificità e molteplicità dei bisogni del paziente psicotico e della conseguente necessità di attuare interventi diversificati a livello farmacoterapeutico, psicoterapeutico e assistenziale-riabilitativo.

Tale impostazione metodologica ha trovato la sua espressione e realizzazione in quella che Zapparoli ha definito la “bottega d’arte”, una riproduzione in campo psichiatrico e psicologico dello spirito della bottega d’arte medioevale che rimanda a una dimensione pluralistica e non dogmatica del  saper “pensare” e “fare”.

 

Luogo d’apprendimento, di sperimentazione e di ricerca, “la bottega d’arte” è inoltre una struttura operativa che svolge funzioni diagnostiche e di supervisione,  attua e coordina programmi terapeutici e assistenziali. Favorisce altresì un continuo scambio di informazioni tra le diverse figure professionali che si occupano del paziente psicotico in modo da ridurre il rischio della conflittualità  (tra i rappresentanti “della mappa dei poteri”) e dell’autoinganno inteso come negazione dell’evidenza clinica.

Saper cogliere le evidenze cliniche, di cui la catamnesi costituisce un aspetto fondamentale, permette, infatti, di instaurare un rapporto con lo psicotico a partire dalla comprensione della sua realtà e dei suoi bisogni specifici. E’ necessario quindi, secondo l’Autore, ridefinire il concetto di cura che non deve obbligatoriamente portare a dei risultati, ma “ha solo l’obbligo di usare i mezzi adeguati per quel paziente in quella determinata situazione” (85). Questa posizione etica, definita “di saggezza clinica” implica sul piano terapeutico l’accettazione dei limiti del folle (e del suo curante) oltre alla rinuncia, in molti casi, a perseguire ostinatamente un progetto di “guarigione”. Permette d’altra parte di intraprendere percorsi terapeutici o assistenziali, finalizzati a migliorare le condizioni di vita del folle, aiutandolo così a “capitalizzare il giusto aiuto” e a realizzare la propria “Filosofia di vita”.

La tesi principale proposta dall’Autore è che l’operatore psichiatrico può assumere la funzione di “intermediario” tra la follia e la realtà, tra le richieste “impossibili” del folle (o del suo ambiente familiare e sociale) e le risposte “possibili”, percorribili e attuabili nel contesto della cura.

Il lavoro teorico è accompagnato da puntuali riferimenti alla lunga esperienza clinica e consentono al lettore di cogliere alcuni elementi cruciali:  la vasta e intensa gamma di emozioni che si attivano nella relazione psicoterapeutica, il significato e la condivisione delle “aree segrete” della follia, le condizioni che favoriscono o impediscono l’instaurarsi dell’alleanza terapeutica.  

Un’ultima considerazione riguarda la scelta, da parte dell’Autore, di privilegiare l’uso del termine “follia”. Scelta non casuale poiché il suo approccio epistemologico si propone di integrare diverse forme di sapere e di modelli teorici evitando ogni interpretazione riduttiva. In questa prospettiva la follia non è solo un’entità nosografica,  ma è riconducibile piuttosto ad un’esperienza umana.