La lingua sognata della realtà

La lingua sognata della realtà. Cinema e psicoanalisi nell’esplorazione della contemporaneità.Antigone Edizioni, Milano, pp. 216 (2013)

Prefazione di Stefano Bolognini

Recensione a cura di Donatella Lisciotto 

“La lingua sognata della realtà”, di Rossella Valdrè, è un libro di psicoanalisi di pregio.
Il libro che raccoglie 33 recensioni cinematografiche pubblicate nell’arco di dieci anni su pol-it e spiweb, è qualcosa in più di una carrellata di recensioni e, del resto, Valdrè definisce improprio il termine poiché, dice, i suoi scritti non hanno “alcun intento valutativo”. E’ vero, il libro è ben lontano da questo obiettivo; le sue sono, piuttosto, analisi cinematografiche, “inviti ad amare il cinema” dice l’Autrice e, riassumendo la peculiarità psicoanalitica della sua opera, sottolinea:
“La macchina da presa del mio sguardo, in maniera pre-consapevole, si è posata non solo su film d’autore tutti piuttosto noti anche al grande pubblico, ma si era come data un oggetto di ricerca: l’uomo di oggi, il soggetto della contemporaneità.”
Nella scelta dei film l’Autrice quasi “scopre” di essere stata indirizzata dall’interesse verso l’attualità e il destino dell’individuo post-moderno.
“Cosa sta succedendo a questo soggetto post-moderno – si chiede – (…) sta avvenendo qualcosa di specifico, che non c’era prima? Quali vicissitudini, quali perdite, quali acquisizioni? Se è vero che il cinema è elettivamente la lingua parlata della realtà, il cinema, in anticipo sulla letteratura (Pasolini, Empirismo eretico, 1991 ) è la forma d’arte che meglio di ogni altra può aiutarci in questa appassionante esplorazione”.

A partire dal linguaggio filmico Valdrè sviluppa puntuali rimandi al modello psicoanalitico; l’analisi del Les herbes folles di Alain Resnais ne è un’esemplificazione.
La recensione è una tra le più belle analisi di Valdrè, delicata e incisiva al contempo, dove si apprezza la capacità dell’Autrice di far sentire il film, esaltandolo rispetto alla mera visione. La trama si snoda sull’immaginario, sull’assetto sognante della mente:
“Un film assolutamente inattuale – dice Valdrè citando Conrotto – (…) “inattuale” come necessariamente deve essere la psicoanalisi, che ‘non può essere di moda né seguire le mode, deve sempre essere indifferente all’aria che tira non perché sia di un’altra epoca ma perché è di un tempo altro’”.
Il “ciuffo folle”, come il sogno, il lapsus, la rêverie, l’oblìo stesso (che paradosso!), rappresentano l’irruzione nella vita dell’uomo di qualcosa di “matto”, il desiderio recluso, l’indicibile, il rimosso. “Ciuffo folle” è il dettaglio prezioso, da isolare dal baccano nevrotico, dettagli che sono aperture liberatorie da seguire, da approfondire e frequentare.
“Come nel sogno, o talvolta nella narrazione in analisi, è il dettaglio fuggevole a richiamare l’attenzione (…). Nelle crepe del discorso, qua e là, ciuffi di senso, richiami, rivelazioni (…). Il mondo si conferma indicibile.”

Il libro, suddiviso in cinque sezioni, raggruppa i film in aree tematiche che tuttavia si richiamano vicendevolmente:
“Il soggetto contemporaneo e il passare del tempo”- “Figure della perversione” – “Femminile, maschile” – “Gli altri tra noi” – “Quel che resta di Edipo” per finire con “Un omaggio al cinema”: la toccante recensione del film di Marco Bellocchio, “Sorelle Mai”.
Il film, girato a Bobbio, residenza della famiglia di Bellocchio è divenuto luogo di una “recherche ritualizzata dove i giochi possono essere ancora aperti, dinamici, in movimento” (Valdrè) Qui, il riferimento alla psicoanalisi come luogo aperto, di ricerca possibile e dinamica, è evidente e al contempo subliminale; qui le parole di Rossella Valdrè mi fanno, immediatamente, tornare in mente quelle pronunciate da Stefano Bolognini durante il discorso d’ insediamento alla Presidenza dell’IPA.

“Il mio mondo iniziale era la grande cucina di una antica casa della collina bolognese, dove alla sera si riunivano nonni, genitori, zii, cugini e fratelli, sotto un quattrocentesco architrave di quercia.
Il mio mondo attuale non rinnega quegli inizi, anzi li fa rivivere qui, in questa grande comunità scientifica e professionale che lavora anche per integrare le antiche separazioni e gli sviluppi consentiti prima dalla scuola, poi dall’università, dalla clinica ospedaliera, dai seminari e dai convegni.Il mio architrave di quercia attuale è la Psicoanalisi”(Bolognini.2013).

Libera associazione scaturita dalla lettura insatura del libro a riprova della capacità dell’Autrice di sollecitare rimandi alla contemporaneità, suggerire piattaforme dove il pensare sia attuale e produca ganci che uniscano il passato e il presente in una lievità propria delle avvenute risoluzioni di stato, delle auspicate libertà, frutto innegabile del lavoro analitico.
Il regista, dice l’Autrice, così come lo psicoanalista (corsivo mio) “non si accontenta del semplice ricordare o ri-narrare i fatti, quanto piuttosto li mescola (…) a quella soggettiva e privatissima elaborazione che rende ogni memoria, ogni esistenza unica, speciale.”
Questo sembra l’avvio, o meglio, il consolidamento di una posizione che vede la psicoanalisi, partendo dai Padri, estendersi in un modernismo che si sviluppa proprio dalla possibilità di porre in comunicazione e integrare “il mondo iniziale” con “il mondo attuale” affinché l’uno non rimanga drammatico palinsesto vuotato e privato del riconoscimento dell’attualità dell’individuo, del suo presente.
La recensione di “Sorelle Mai”, toccante dall’inizio del capitolo fino all’ultimo capoverso (216), che segna in modo magistrale la conclusione del libro, si snoda in un continuo rimando, metaforicamente riferito al modello psicoanalitico sottolineandone l’aspetto insaturo come opportunità di “partecipare alla costruzione del campo (…) o, per dirla con le parole del critico, ci richiede complicità”.
“Nulla è dato per sempre. Il mosaico della vita rivede, riposiziona, ricolloca, come se attraverso differenti après-coup il regista rimettesse mano, con lo spettatore, alla propria storia, la rimaneggiasse continuamente. L’oggi non è allora, e tuttavia oggi è anche l’allora, ma dove possiamo sempre inserire un cambiamento, un coup de thèatre…”.
Ma, a mio avviso, le pagine più belle del libro, dove si ritrova un’intensità non comune, sono quelle dedicate al padre.
Il riferimento alla funzione paterna, l’analisi dei film “Caos Calmo” e, soprattutto, “Somewhere” di Sofia Coppola e “Un gelido inverno” di Debra Granik, raggiunge note straordinariamente toccanti nell’affondo della mancanza (Un gelido inverno) e del ritrovamento (Somewhere) della funzione paterna.
Dell’amore edipico Valdrè scrive una delle pagine più vere e commoventi:
“(L’amore edipico) quello che poi cercheremo di riprodurre per tutta la vita, sbattendo di qua e di là come farfalle affamate. Non lo ritroveremo mai; quell’istante magico e fantastico (la magia del padre che diventa partner) (…) resterà una scena, un significante di cui porteremo la traccia dentro di noi, assediati per sempre dalla nostalgia”.

Scrittura di pregio, quindi, attribuibile ad un’eleganza inconscia, ad una grazia dei sentimenti. Una discrezione serena, quasi fino all’invisibilità (che dote!)  caratterizza la cifra insatura dei suoi scritti, un vedo-non vedo, senza mai però scadere nell’inafferrabile, piuttosto l’attesa dell’insigth facilita la sorpresa della comprensione, la scoperta insita nella ricerca.
Nelle sue recensioni Valdrè scrive (anche) di malinconia e di nostalgia, di morte, di fine; lo fa con delicatezza, con discrezione, senza aggressività, tantomeno spettacolarizzazione, tant’è che questi grandi temi si intravedono appena, ma si sentono, quanto basta per apprezzare la competenza affettiva e la presenza di un patos gentile che non appesantisce pretestuosamente, piuttosto predispone ad un pensare libero da retoriche e più conforme ad un modernismo che conquista.

Agosto 2013