La musica della psicoanalisi

L’accostamento tra i due linguaggi risuona tuttavia suggestivo e attinente se consideriamo le sedute analitiche alla stregua di “brani musicali” scandite da tempi/ritmi e connotate da elementi tecnici e organizzativi che ne disciplinano l’andamento e la “scrittura”. D’altra parte, come nella psicoanalisi, esiste nella storia della musica un genere musicale – la cosiddetta “teoria degli affetti”- (un’evoluzione della musica secentesca) espressione dell’ethos musicale.

Il libro, sottotitolato in capitoli/sinfonie, affronta alcuni temi cruciali: il transfert, il controtransfert, il trauma, il lutto, il suicidio, in situazioni cliniche gravi ai limiti dell’analizzabilità. Ci sono, infatti, pazienti nei quali predominano aree traumatiche inaccessibili: il vuoto, il non-ricordo, l’irrapresentabile, che si esprimono nella traumatofilica coazione a ripetere.

Le riflessioni teoriche sono accompagnate da riferimenti al pensiero di Bion, Meltzer, Winnicott e arricchite dai molteplici contributi di autori più recenti (la bibliografia su ciascun tema è davvero ampia). Inoltre Manica non tralascia di ripercorrere quel filone filosofico e della psichiatria fenomenologia che va da Heidegger a Jaspers. A intervalli, tra modelli e teorie, trovano spazio brani poetici che rendono il testo movimentato, piacevole e in alcuni momenti, toccante.Il percorso, così articolato, lascia intravedere il progetto che guida l’Autore nella sua ricerca della “verità clinica”, irriducibile a certezze e dogmatismi. Si esprime, piuttosto, nel tentativo di coniugare rigore teorico e creatività, soprattutto in quelle situazioni “estreme” (Cap.VII – Sinfonie della morte volontaria) in cui il senso di “perdersi” in territori mentali sconosciuti e l’inevitabile terrore che ne deriva, coinvolgono tanto il paziente quanto l’analista. In questa prospettiva, Manica sottolinea la duplice funzione della mente dell’analista: “Quella del controtransfert e quella della cultura dell’incontro, funzione poetica e onirica della teoria”. (51)

Tale incontro/confronto può risultare, a tratti, vertiginoso, in quanto mette in contatto con il mondo interno del paziente dove emozioni ed affetti sono rimasti come pietrificati, non-vissuti.

Una testimonianza significativa di questa partecipazione coinvolta è costituita dai numerosi sogni di controtransfert, nei quali riaffiorano ricordi di vicende personali dell’analista suscitati e contaminati dall’esperienza clinica “in atto”, oppure dall’irrompere dei pensieri selvaggi che sostano nella mente dell’analista in attesa di trovare un significato condivisibile. Sono queste, secondo l’Autore, le vie percorribili per comprendere pazienti altrimenti irraggiungibili.

Il libro è un invito a considerare la necessità di ripensare alla posizione dell’analista in situazioni particolarmente drammatiche che rendono ancora più “impossibile” il suo mestiere. Allo stesso tempo propone un’apertura al confronto sui limiti e potenzialità dello strumento analitico nel trattamento delle patologie gravi.Lo stile di scrittura, molto personale, si rivela in sintonia con un modo di “ascoltare” e di “esserci” nella stanza d’analisi. Una delle possibili “variazioni” sul tema della pratica clinica e della sua trasmissione.