“La passione del Negativo”, a cura di Andrea Baldassarro. Recensione di Fiamma Vassallo

La passione del Negativo, a cura di Andrea Baldassarro

 

FrancoAngeli, 2018

 

Recensione di Fiamma Vassallo

 

Il volume “La Passione del Negativo”, uscito recentemente per FrancoAngeli a cura di Andrea Baldassarro, trae spunto dall’omonimo convegno tenutosi a Roma nell’aprile del 2016, dedicato al pensiero di André Green, che alla funzione del negativo nella strutturazione psichica ha impegnato la parte forse più significativa della sua vasta produzione scientifica, e raccoglie gli interventi di Franco Conrotto, Andrea Baldassarro, Liza Gutierrez Green, Lorena Preta, Catherine Chabert, Amalia Giuffrida, Lucio Russo, Giuseppe Squitieri, André Green, Ferdinando Uribarri.

I temi cui i diversi autori dedicano il loro approfondimento, a partire da una ricognizione a tutto tondo del senso “plurimo” delle concettualizzazioni del negativo rintracciabili nella stessa opera di André Green (Baldassarro), spaziano dalla questione della distruttività nelle sue manifestazioni collettive e nell’attualità (Gutierrez Green), alla sensibilità estetica nello sguardo psicoanalitico di Green (Preta), alla clinica psicoanalitica (Chabert), alla riflessione metapsicologica delle declinazioni del negativo (Giuffrida), al tema della terzietà nel pensiero di Green (Squitieri), al lavoro del negativo a partire dalla sua irriducibile dualità pulsionale/simbolica, destrutturante/strutturante (Russo).  Il volume propone inoltre due testi inediti: un lavoro presentato da André Green in occasione di un seminario di studi organizzato dal Centro Psicoanalitico di Roma nel 2003 e dedicato a “Negativo e negazione in psicoanalisi”, e  un’intervista di Ferdinando Urribarri a Green, che ne ripercorre molto efficacemente i principali assi tematici tracciandone lo sviluppo nel corso della sua biografia formativa e scientifica, soffermandosi in particolare proprio sul “Lavoro del negativo”, testo del 1993 che rappresenta, per lo stesso autore, forse il più significativo tra i suoi contributi scientifici.

Diversi punti di vista, dunque, intorno a una concettualizzazione – quella del negativo – che stimola la riflessione clinico teorica da un versante che, se pure non immediatamente intuitivo, permea l’esperienza psicoanalitica, a partire dal suo mandato fondamentale: la questione della rappresentazione e delle ragioni e dei modi dei suoi fallimenti.

Il lavoro del negativo è infatti il lavoro intorno alla mancanza, all’assenza (dell’oggetto di appagamento), che a partire dal modello freudiano dell’appagamento allucinatorio del desiderio, costituisce la matrice – per l’apparato psichico- della rappresentazione (declinata in tutte le sue possibili epifanie, dall’allucinatorio, alla rappresentazione di cosa, fino alla rappresentazione di parola, passando per l’affetto, la messa in immagine, etc).

A partire dalla seconda topica freudiana, e con la presa in considerazione della pulsione di morte, come elemento antilibidico, di slegamento, che opera nella direzione di un disinvestimento dell’oggetto, ed eventualmente del sé nel montaggio pulsionale (come nel caso estremo del narcisismo negativo), il negativo è quella funzione dell’apparato psichico che dice di no: un no inizialmente corporeo, escorporativo, che colloca l’oggetto al di fuori dello spazio embrionario dell’Io, andando a costituire una prima differenziazione del confine fuori/dentro, tanto fondamentale per la costituzione del senso di realtà, da una parte, per la possibilità di una ricomposizione dei “due termini dell’oggetto” (buono/cattivo, dentro/fuori, io/non-io) attraverso il lavoro di legame rappresentato dalla funzione di simbolizzazione, dall’altra.

Questo è il versante strutturante del negativo, quello dell’allucinazione negativa della madre (concettualizzata come struttura inquadrante della rappresentazione), della rimozione, della negazione come operazione logico/linguistica che affranca l’umano dalle catene del pulsionale, facendolo accedere a una dimensione della vita psichica in cui ciò che non c’è, tollerato nella frustrazione, diventa pensabile (la funzione alfa, in termini bioniani). Il negativo strutturante può essere pensato in termini spaziali, come un lavoro a levare, che crea uno spazio e origina una forma (una rappresentazione) nel troppo pieno e informe del pulsionale (Russo).

Giuffrida sottolinea proprio l’aspetto fondamentale del lavoro del negativo nella strutturazione dell’apparato psichico, portando la sua riflessione sul concetto di allucinazione negativa della madre, intesa come struttura inquadrante, matrice creativa della rappresentazione e del pensiero.  Nel momento dell’appagamento del desiderio, l’infans opera un distacco, un disinvestimento “senza acme”, ovvero non distruttivo dell’oggetto, cui corrisponde la sua allucinazione negativa, che crea un vuoto percettivo, schermo bianco (del sogno, secondo Lewin), come “lavagna” disponibile ad accogliere la rappresentazione (allucinazione di desiderio) e, in seguito alla ricomparsa del stimolo/bisogno, la nuova percezione (l’oggetto è stato trovato laddove era stato “creato”, “allucinato”). Se qualcosa a questo livello fallisce, le ripercussioni nella costituzione dell’apparato psichico riguardano dunque sia la capacità di pensiero rappresentativo/simbolico, sia il rapporto con la realtà, con la doppia possibilità di un eccesso di allucinazione negativa che porterebbe ad estenderne i confini, con una prevalenza dell’allucinatorio sul principio di realtà, ovvero di un attaccamento al polo percettivo/sensoriale rispetto a quello rappresentativo simbolico, laddove il piano simbolico-rappresentativo risulta fortemente ridotto a favore di un funzionamento adesivo sulla percezione che non tollera alcuna differenza o margine (pensiero operatorio, funzionamento imitativo). Giuffrida ci ricorda la concezione freudiana secondo cui il principio di realtà non ha lo scopo di trovare l’oggetto, bensì di ritrovarlo: “si può dire che il pensiero non consiste nel collegare i processi, ma nel ri-collegarli, dopo che una cancellazione li ha disgiunti.”

All’altro polo, il lavoro del negativo è slegamento e distruttività, un no assoluto e senza appello, che rigetta ogni cosa, come nel celebre “avrei preferenza di no” dello scrivano Bartleby. É qualcosa che resiste tenacemente alla possibilità di una interiorizzazione, senza la quale non è possibile immaginare alcuna elaborazione.

Non a caso è la clinica degli stati limite ad aver profondamente influenzato la teorizzazione greeniana, intendendo con limite il limite dell’analizzabilità da una parte, il limite interno/esterno dall’altra. Green infatti, stimolato dal contatto con autori anglofoni e in particolare da una profonda conoscenza di Winnicott e Bion, è l’autore che più e prima di altri ha portato avanti, nella psicoanalisi continentale, una riflessione sulla clinica dei casi limite, caratterizzata da un tipo di angoscia che ha contrassegnato come “bianca”, un’angoscia ben diversa da quella nevrotico/isterica, rossa, della castrazione. Siamo nella clinica del vuoto, come nel caso della psicosi bianca descritta per la prima volta nel lavoro con Donnet del 1973. Il caso presentato in quel testo originario e fondamentale era contraddistinto soprattutto dal deficit di simbolizzazione, più che dalla presentazione di sintomi psicotici franchi, deliri o allucinazioni: il paziente pativa una forma di blocco al pensiero, unita a una configurazione psichica che gli autori descrivono come bi-triangolazione, variante imitativa della situazione edipica in cui ciascun elemento della coppia genitoriale è scisso in una parte buona e una cattiva. Mentre l’oggetto buono è perduto, idealizzato, irraggiungibile, quello cattivo è persecutoriamente presente; la combinazione di queste figure fa sì che dell’oggetto non si possa mai sperimentare l’assenza, condizione indispensabile alla rappresentazione e al pensiero. Ciò che ne risulta è un bianco, un vuoto, un buco del pensiero che lascia il posto a forme artificiali di pseudoideazione sotto forma di ruminazioni ossessive, e divagazioni simil-deliranti (Squitieri).

 

La “Passione del Negativo” rimanda dunque a un’aporia centrale della psicoanalisi, tesa tra il passionale che la contraddistingue, e che scaturisce dal suo oggetto, l’inconscio serbatoio di pulsioni, e la necessità di negativizzarlo, perché si metta in campo il lavoro del secondario, il sogno, il pensiero (il lavoro del negativo, si potrebbe anche dire), attraverso lo strumento del setting (in questo senso, vero e proprio dispositivo del negativo).

Nella celebre definizione dello stesso Green: “La psicoanalisi trova il negativo al fondamento stesso della sua esistenza, perché la sua teoria si basa su una positività in eccesso: il troppo pieno della pulsione (…) con cui si può venire a patti solo negativizzandolo”

 

Bibliografia

 

Baldassarro A. (2018), a cura di, La passione del Negativo, FrancoAngeli, Milano

Donnet J.L., Green A. (1973) La psicosi Bianca, Borla, Roma, 1992

Freud S. (1925), La negazione, OSF, Boringhieri, Torino, 1978

Green, A. (1993) Il lavoro del negativo, Borla, Roma, 1996

Green A. (!990) Psicoanalisi degli stati limite, la follia privata, Cortina, Milano, 1991

 

 

 

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